Massimo Recalcati “Contro il sacrificio”, oppure contro il sacrificio insensato?
Massimo Recalcati “Contro il sacrificio”, oppure contro
il sacrificio insensato?
“Nel nostro tempo il
sacrificio si è de-ritualizzato e ha rinunciato al corpo dell’animale, pur
continuando a permeare la nostra esistenza nella forma dell’autosacrificio.
L’ideale morale della vita fatta di sacrifici costituisce l’ombra lunga della
violenza sacrificale. Si tratta, a mio giudizio, dell’esito di una cattiva
interpretazione, sebbene egemone, del cristianesimo che ha tristemente
condizionato la nostra cultura. Nel simbolo cristiano della croce e nella
passione di Gesù si rivelerebbe il destino ultimo dell’uomo di fede: assimilarsi
a Cristo – Imitatio Christi –, condividere insieme a lui il dolore
dell’esistenza finita e mortale per elevarsi attraverso il proprio
autosacrificio alla pienezza dell’essere in un altro mondo. Il sacrificio
diventa così il mezzo per raggiungere la propria beatitudine”. Questo scrive
Massimo Recalcati nell’introduzione suo libro “Contro il sacrificio” (Raffaello
Cortina Editore).
Che il Vangelo sia stato mal interpretato riguardo al
sacrificio, alla sofferenza, alla imitazione di Cristo, non è una novità, almeno
per il sottoscritto che lo va ripetendo da anni nei suoi libri e in moltissime
lettere sui giornali.
Ma il titolo del libro a mio parere è sbagliato, giacché
avrebbe dovuto essere: “Contro il sacrificio insensato”, questo, infatti, va
condannato, il sacrificio inutile, insensato, che non ha ragione d’essere, così
come va condannata la falsa imitazione di Cristo.
Alcune righe da alcuni miei scritti chiariranno il
concetto. “La
via della verità e della giustizia spesso comporta sofferenza. I santi, i
martiri, gli eroi, scelgono la via della verità e della giustizia, sapendo
perfettamente che possono andare incontro a sofferenze, o anche rimetterci la
vita. Ma quella della sofferenza, e anche della morte, deve essere l’unica via
percorribile; altrimenti diventa una scelta egoistica, un sacrificio senza
senso: chi sceglie la via della sofferenza e della morte, al fine di diventare
santo, martire, eroe, non sarà mai né santo, né martire, né eroe” (“La sposa di
Gesù crocifisso”, Kaos Edizioni, 2001).
“La croce per la croce non ha senso. L'imitazione di
Cristo deve avvenire nella sostanza. Amare la sofferenza, patire, al fine di
costituire una caparra per la vita ultraterrena, è insensato, e non trova
fondamento nel Vangelo” (Italialaica 4 giugno 2011).
“Umberto Veronesi, ospite della trasmissione Che tempo
che fa, tra le tante cose giuste a proposito del delicato problema
dell'eutanasia, testamento biologico, ecc., ha fatto una considerazione non
giusta. Riguardo al dolore, ha affermato che l'atteggiamento di alcuni cristiani
che soffrono volentieri e addirittura con trasporto, giacché persuasi di imitare
Cristo sulla croce, è onorevole. In realtà, questo comportamento, stando alla
ragione e al Vangelo, è insensato.La sofferenza ha un suo valore, un
significato, solo quando è l'inevitabile conseguenza dell'amore per il prossimo;
dell'amore per la verità e la giustizia; quando è conseguenza di un sacrificio
necessario; altrimenti non ha senso, e deve essere evitata sempre che sia
possibile. Molti santi sono incorsi nell'equivoco, ed ancora oggi credenti e non
credenti fanno confusione. Neppure Cristo amava la croce in sé” (L’Unità 6
febbraio 2007).
“Si
commette l'errore di ritenere qualsiasi sacrificio, anche perfettamente
inutile, imitazione di Cristo. Errore commesso persino da alcuni santi, i quali
tra estenuanti digiuni, cilici sulle carni, rinunce, e mortificazioni varie, in
qualche modo hanno abbreviato la loro vita; una sorta di lento suicidio. Un
sacrificio inutile e non richiesto dal Vangelo”(La Stampa 14 ottobre
2009).
“Per maggiore chiarezza voglio ricordare un gesto che fu
autentica imitazione di Cristo. Il sacerdote polacco Massimiliano Maria Kolbe,
proclamato santo proprio da Giovanni Paolo II, si offrì di prendere il posto di
un padre di famiglia, destinato al bunker della fame nel campo di concentramento
di Auschwitz. Ecco, se padre Kolbe si fosse offerto ai tedeschi per farsi
torturare e uccidere senza nessuna ragione se non quella di soffrire come e con
Cristo, non sarebbe stato un santo, ma solo un idiota” (Italia laica 16 novembre
2010).
Potrei continuare per un bel pezzo. Tengo però a
precisare che è Gesù stesso a fare ben capire quale sia il giusto sacrificio:
“Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato
voi. Nessuno ha un amore più grande di questo: rimetterci la vita per i suoi
amici” (Gv 15,12 – 13). Quando ci sacrifichiamo per un figlio, per un genitore,
per un amico malato, non lo facciamo per assicurarci un posto in paradiso, e
neppure perché così ha comandato Gesù, lo facciamo per amore verso il figlio, il
genitore, l’amico malato.
La natura spinge persino gli animali a “sacrificarsi”
per i cuccioli, i cani alle volte si “sacrificano” per il padrone. E’ sin troppo
ovvio che gli animali non sappiano che cosa sia il sacrificio. Gli uomini lo
sanno, ma non tutti sanno distinguere il sacrificio giusto, utile, vero, dal
sacrificio ingiusto, inutile, insensato.
Renato Pierri

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