Tutte vipere le donne nelle canzoni delle nonne
Tutte vipere le donne nelle canzoni delle nonne
Le canzoni dal testo misogino, che cantavano le nostre
nonne (mamme per i vecchietti come me) non si contano. Io le udivo cantare da
mia madre che certo non si rendeva conto di come gli autori, maschi ovviamente,
trattassero le donne nei loro versi. Figuratevi se me ne potevo rendere conto io
che pure, ragazzino, le cantavo a voce spiegata. Mi udì Ugo una volta, ricordo,
mentre cantavo salendo le scale, Ugo il ciabattino, che aveva laboratorio e
dimora nelle soffitte del palazzo dove abitavo. Mi fissò, si tolse la pipa di
bocca, mi disse: «Bravo!», e ripeté le parole
che avevo cantato: «Se vuoi vivere senza
pensieri, dalle donne ti devi guardar, sono vipere dagli occhi neri, e perciò
non le devi curar...". Non sono proprio neri gli occhi delle vipere, ma il
colore serviva per la rima. Vipera è anche la donna di un’altra canzone, così
per l’appunto intitolata: “Vipera”. Qualche verso: “Vipera… Vipera… sul braccio di colei che oggi
distrugge tutti i sogni miei, sembravi un simbolo: l’atroce simbolo della sua
malvagità”. Donne malvagie, perverse, peccatrici, ammaliatrici d’uomini,
tormentatrici d’uomini. Autore: E. A. Mario. Il compositore e poeta dialettale
napoletano, inconsapevolmente misogino senz’altro, ed anche un po’ razzista, se
si pensa alla celebre “Tammurriata nera”, sebbene di questa avesse scritto la
musica e non il testo, era l’autore della a tutti nota “Leggenda del Piave” e
d’altre famose canzoni. Ma questa mattina,
durante la mia solita passeggiata, distrattamente ho preso a canticchiare
un’altra di queste canzoni dal testo misogino che, apprese da piccolo, non ho
più dimenticato. Perlomeno il motivo non ho dimenticato. Ricordo il ritornello:
“Chi vuole con le donne aver fortuna non deve mai
mostrarsi innamorato”, e pochi versi, quelli che evidentemente, uditi dalla
bocca di mia madre, colpivano la mia immaginazione: “Ma il mese appresso / ebbi
un espresso / dalla mia bella ingrata: / era pentita della sua vita / e s’era
avvelenata”. Sicuramente un’altra vipera, causa di dolori per gli uomini. Vipera
o donna di facili costumi, come la pessima madre nella strappalacrime “Balocchi
e profumi”, sempre dovuta alla fervida immaginazione di E. A. Mario. Altra
canzone misogina che, avendola sentita cantare tante volte da mia madre, non ho
più dimenticato e che ancora oggi canticchio distrattamente è “Ladra”. Anche qui
una donna perfida che si prende gioco dell’amato: “E tu / che pei capricci tuoi
morir mi fai / m’hai preso il cor per farne quel che vuoi / e il tuo peccato non
lo sconti mai”. Versi che colpivano la mia d’immaginazione e alle volte mi
mettevano tristezza. L’autore? Di Giovanni Ermete Gaeta, naturalmente. E. A.
Mario era il suo pseudonimo.
Renato Pierri

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