Friday, December 22, 2006

LETTERE DI RENATO PIERRI SULL’EUTANASIA PUBBLICATE DAI GIORNALI

Liberazione 27 febbraio 2005
“Memoria e identità”
Gentile direttore, alla presentazione del libro di Wojtyla “Memoria e identità”, il cardinale Joseph Ratzinger e il portavoce Navarro, hanno negato che il pontefice abbia messo sullo stesso piano Shoah e interruzioni di gravidanza. Però, sia Ratzinger sia Navarro sanno bene che papa Wojtyla non è nuovo a certi accostamenti poco felici. Al n. 8 della Lettera enciclica “Evangelium vitae” (25 marzo 1995) si legge: «Il fratello uccide i fratello. Come nel primo fratricidio, in ogni omicidio viene violata la parentela “spirituale” che accomuna gli uomini in un'unica grande famiglia. Non poche volte viene violata anche la parentela “della carne e del sangue” come avviene con l’aborto o quando, nel più vasto contesto familiare o parentale, viene favorita o procurata l’eutanasia». Nell’Enciclica l’aborto e l’eutanasia vengono considerati alla stregua del delitto di Caino; ma l’errore grave sta nel trascurare il particolare che all’origine del fratricidio biblico, c’erano la gelosia, l’odio profondo, sentimenti che non dovrebbero essere, ovviamente, all’origine dell’aborto e dell’eutanasia.
Renato Pierri
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L’Unità 13 gennaio 2006.
Se Dio è più misericordioso con gli animali che con gli uomini…
Caro direttore, anche gli animali, come gli uomini, nascono fortunati o sfortunati. Alcuni, se non muoiono anzi tempo, per tutta la vita mancano di tutto tranne che disgrazie e malattie; altri hanno benessere, salute, bellezza e felicità. Alcuni animali però, tra quelli fortunati, hanno un vantaggio rispetto a tanti uomini pure fortunati. Il nostro coniglietto, Merlino, bellissimo, dal pelo bianco, occhi ed orecchi nerissimi, al quale durante la vita non sono mai mancati fieno profumato, carotine, finocchi e lattuga, nonché un’infinità di coccole, avendo una certa età (ha più di nove anni), si è ammalato. Adesso lo stiamo curando amorevolmente, e sembra si stia riprendendo rapidamente, però il veterinario ci ha comunicato che se la malattia dovesse aggravarsi e l'animaletto dovesse soffrire, possiamo ricorrere all’eutanasia. E questo è il vantaggio degli animali cristiani (hanno lo stesso Creatore degli uomini), rispetto agli uomini cristiani cattolici: Dio misericordioso permette loro di morire senza soffrire a lungo, e inutilmente.
In realtà, la contrarietà all'eutanasia per gli uomini non è da attribuire al Creatore, ma alla Chiesa, la cui posizione a riguardo non trova alcun fondamento nel vangelo, ed anzi è in contrasto col concetto di un Dio Padre amorevole.
Renato Pierri
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L’Unità e Liberazione 24 marzo.
Il tema delicato dell’eutanasia e…il ministro Giovanardi.
Discussione seria; il ministro meno.
Caro direttore, la trasmissione Ottoemezzo di ieri sera (22 marzo) era dedicata ad un tema difficile e delicatissimo: l'eutanasia infantile; e purtroppo partecipavano al dibattito persone sempliciotte e poco delicate. Il problema vero serio e grave era questo nella sostanza: la giustezza o meno di accelerare una morte certa ed invitabile di un neonato affetto da malattia inguaribile ed in preda a dolori insopportabili. Un caso in cui l'eutanasia può essere considerata un diritto per il neonato ed un dovere morale per i medici e i genitori. La discussione era ovviamente molto animata, ed il ministro Giovanardi se n'è uscito con una frase che denota la sua profonda cultura e la sensibilità tutta cristiana verso l'altrui dolore. Ha detto: "Finché c'è vita c'è speranza". Reputo perfettamente inutile ogni commento.
Renato Pierri
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Liberazione 10 aprile 2006
La fede e l’eutanasia.
Gentile direttore, Corrado Augias, rispondendo ad una lettrice su La Repubblica di oggi 7 aprile, scrive: "Non c'è una sola obiezione valida contro l'eutanasia (praticata beninteso nei confronti di chi in piena coscienza la chiede o l'ha chiesta) se si prescinde dall'a priori della fede). E fa l'errore di tutti coloro che vogliono parlare di fede e di religione cristiana, ma non hanno familiarità col vangelo. Dall'affermazione, infatti, si deduce che la fede, ed ovviamente Augias intende la fede in Cristo, comporti obiezioni valide contro l'eutanasia. In realtà, è vero esattamente il contrario. Non solo non esistono serie obiezioni teologiche contro l'eutanasia, ma esistono invece validi argomenti a suo favore. Uno semplicissimo: l'idea che Dio possa disapprovare che una sua creatura in preda a sofferenze atroci possa abbreviare di poco l'esistenza terrena, contrasta nettamente col concetto, su cui Gesù ha insistito moltissimo, di un Dio Padre amorevole e misericordioso. Inoltre: esistono casi in cui l'eutanasia, da un punto di vista cristiano, è cosa giusta e buona anche in assenza di una consapevole richiesta. E' il caso, ad esempio, di neonati affetti da malattie gravissime ed incurabili che li portano alla morte nel giro di pochi giorni o settimane, ed arrecano loro indicibili sofferenze. In questo casi l'eutanasia deve essere considerata un diritto del neonato, ed un dovere di coloro che ne sono responsabili. Affermare che a Dio possa "dispiacere" che una sua creatura smetta di soffrire e voli subito da lui in paradiso, equivale quasi a bestemmiare.
Veronica Tussi
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L’Unità e Liberazione 26 aprile 2006
Una seria legge sull’eutanasia, e i soliti stereotipi.
Eutanasia, se la morte dispiace a Dio.
Gentile direttore, Sergio Romano, sul Corriere del 24 aprile, ad un lettore che gli chiedeva un parere riguardo ad una eventuale legge sull'eutanasia, rispondeva, tra l'altro, che una legge sull'eutanasia rappresenterebbe un grave problema, giacché potrebbe spingere qualcuno a liberarsi facilmente di un familiare malato, diventato "scomodo". Ora, a prescindere dal fatto che una seria legge sull'eutanasia, dovrebbe essere tale da scoraggiare comportamenti illeciti, il discorso in sé è assurdo. Sarebbe come dire che la legge che permette la vendita di barbiturici o tranquillanti è sbagliata, giacché c'è sempre qualcuno che ricorre a questi farmaci per suicidarsi. In fondo, chi per un verso, chi per un altro, mostra una certa indifferenza verso il dolore altrui. La Chiesa teme che, abbreviando, ad esempio, la vita ad un neonato portatore di una malattia che lo porterà nel giro di pochi giorni a morte certa, e che gli infligge insopportabili patimenti, possa dispiacere al buon Dio. Il dott. Sergio Romano teme che qualcuno possa approfittare della legge. E adducendo l'uno o l'altro motivo ognuno se ne lava le mani. Eppure, nel caso accennato, l'eutanasia diventa un diritto per il malato terminale (il diritto alla vita già gli è stato negato), ed un dovere per coloro che ne hanno cura.
Francesca Ribeiro
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L’Unità 8 luglio 2006; Il Tempo 9 luglio

Testamento biologico: Dio può tenere in ostaggio coloro che soffrono?

Eutanasia. Ragioni di credente.
Gentile direttore, Adriano Pessina, direttore del Centro di Bioetica dell'Università Cattolica di Milano, notoriamente contrario all'eutanasia, scrive in una lettera a La Repubblica (5 luglio): "Sul testamento biologico io ritengo che la dignità umana non si misuri in termini di intelligenza e di integrità fisica, considero la disabilità (fisica o mentale) qualcosa che, purtroppo, riguarda la condizione umana...Perciò non mi sento affatto estraneo alla sofferenza e al dolore altrui e penso che sia una questione di giustizia fare il possibile per alleviarli". E il bravo giornalista che cura la rubrica, risponde: "Io credo che questo manchi al ragionamento per il resto impeccabile del professore: la libertà di ognuno di scegliere le condizioni della propria dipartita".
Premesso che io credo nel Dio buono e giusto del Vangelo, altrimenti rischio di essere fraintesa, al professore vorrei far rilevare che ci si può non sentire "estranei alla sofferenza e al dolore altrui" ed essere contrari all'eutanasia, e si può essere a tal punto compenetrati dal dolore altrui, da essere favorevoli all'eutanasia. Può darsi poi che davvero il ragionamento sia impeccabile, ma qualsiasi discorso, davanti alla sofferenza, quella seria, tremenda, mortale, per quanto possa essere impeccabile, non ha senso alcuno. Parlare di dignità umana, di valore della vita, ecc. a chi ha davanti a sé solo dolore, diventa una sorta di beffa. L'unica cosa che vale, almeno in determinati casi, è la qualità della vita. Ed è esistito un uomo un paio di millenni fa, che teneva in modo particolare alla qualità della vita: la sua predicazione, i miracoli, il suo sacrificio tendevano anche a migliorare la vita sulla terra. E l'idea che al buon Dio possa dispiacere che una sua creatura, sofferente oltre le umane possibilità, sia liberata dalla morte che già la tiene prigioniera, ed abbia la vita vera, è in contrasto col concetto della bontà e misericordia divine; è quasi un'offesa al Signore stesso.
Francesca Ribeiro
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L’Unità 25 settembre 2006; Liberazione 26 settembre; Vanity Fair 5 ottobre
Eutanasia: cancelliamo la crudeltà della morte senza fine
Meno dolore per tutti: non è una bestemmia
Il diritto di morire
Gentile direttore, quando S. Francesco scriveva: "Laudato si', mi' Signore per sora nostra Morte corporale, da la quale nullu homo vivente po' skappare", forse non pensava alla morte cieca che giunge anzi tempo, e strappa genitori ai figli o figli ai genitori. Forse pensava alla morte che giunge naturalmente nella vecchiaia, quando la parabola della vita volge al suo termine. Sicuramente non pensava alla morte crudelissima e sadica che s'impossessa di un essere vivente, uomo o animale che sia, e non lo porta via subito; lo afferra e lo tiene stretto in una morsa d'insopportabile dolore per il tempo che vuole. Di questa crudelissima assurda morte nessuno può lodare il Signore; sarebbe quasi un bestemmiare, giacché non può essere che Dio voglia la sofferenza inutile di una sua creatura. C'è un modo però, per gabbare questa morte crudele: l'eutanasia. E tante bestiole, in questo caso, sono più fortunate degli uomini. Non ci sono leggi, infatti, né umane né divine, che impediscono di accelerare dolcemente la morte degli animali. Il nostro Merlino, bianco coniglietto dagli occhi neri grandissimi, nella sfortuna d'ammalarsi gravemente, ha avuto la fortuna di entrare in una clinica dove gli animali sono trattati con molto amore e rispetto. Il medico ci ha detto che potevamo fare un ultimo regalo all'amata bestiola: evitarle giorni d'inutile sofferenza. Si è addormentato per sempre, il coniglietto bianco, tranquillo, coccolato sino all'ultimo dalle sue due "mamme". Meno dolore per tutti; certamente anche per il buon Dio. Oggi un uomo, per essere liberato dalla lunga assurda morsa della morte, è stato costretto a rivolgersi al Presidente della Repubblica.
Renato Pierri
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Liberazione 27 settembre 2006; L’Unità 27 settembre.
Eutanasia. Il diritto alla vita
L’eutanasia e il dolore sono temi immensi…e allora, perché Buttiglione?
Gentile Sansonetti, in questi giorni si parla di eutanasia e di testamento biologico, temi delicatissimi che imporrebbero a tutti coloro che ne discutono in televisione e sui giornali, la massima precisione nell'uso dei vocaboli. Purtroppo, in special modo gli uomini politici, abituati alla propaganda elettorale, se ne dimenticano. Ieri sera (24 settembre) il professore filosofo[1] Rocco Buttiglione, nella trasmissione Primo piano, dedicata appunto al tema della dolce morte, riferendosi al medico che dovrebbe praticare l'eutanasia, ha detto. "Io non posso chiedere ad un medico di diventare un assassino". Mi limito a riportare la definizione del termine assassino, data dal dizionario illustrato Devoto-Oli: "Criminale che si rende colpevole di assassinio; chi uccide a tradimento o per scopi perversi". Poi Buttiglione ha detto la solita ovvietà: "Ogni essere umano ha diritto alla vita". Quasi come se l'interlocutore (Mannoni, in questa circostanza), potesse pensare il contrario. Il diritto porta un vantaggio. Dire: "Hai diritto alla vita", ad un malato terminale che ha davanti a sé solo un periodo di vita atroce, che desidera morire, per avere, se credente, la vera vita e la vera libertà, non ha senso, e può suonare come una beffa.
Francesca Ribeiro
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L’Unità 29 novembre 2006; Il Tempo 29 novembre

Eutanasia, le parole della Montalcini non mi convincono

Libertà di morire. Non facciamo Pilato
Gentile direttore, qualora ci accorgessimo che un innocente è in carcere, sarebbe lecito chiederci se abbiamo il diritto di dargli la libertà? Non sarebbe giusto parlare di dovere anziché di diritto? Il prigioniero innocente avrebbe diritto alla libertà, noi avremmo il dovere di dargliela. Rita Levi Montalcini (Corriere della Sera 27 novembre), a proposito dell'eutanasia, afferma che "nessuno ha il diritto di sopprimere la vita". Se una persona è prigioniera della sofferenza e in qualche modo anche della morte, e non c'è altro mezzo se non l’eutanasia per darle la libertà cui avrebbe diritto, non possiamo parlare del nostro diritto di "sopprimere la vita", ma dobbiamo parlare del suo diritto di morire, e quindi del nostro dovere di aiutarlo a morire. Altro errore è affermare, come fa la Montalcini, che si è favorevoli all'eutanasia "soltanto per la propria persona attraverso un testamento biologico stilato, a norma di legge, in pieno possesso delle proprie facoltà mentali...". In tal modo si fa una discriminazione: si riconosce il diritto di morire a chi ha avuto o ha la possibilità di esprimere la propria volontà; si nega tale diritto, ad esempio, ad un neonato condannato a morte certa ed in preda a sofferenze atroci. Poiché, in tal caso, il problema è delicato e complesso, si preferisce non assumere responsabilità, e lavarsene le mani.
Francesca Ribeiro
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L’Unità e Liberazione 30 novembre 2006

Eutanasia e non solo: la voce inascoltata dei cattolici dissidenti

Cattolici. Gli assenti di “Ballarò”

Gentile direttore, così fan tutti e così ha fatto anche Giovanni Floris. La trasmissione "Ballarò" (28 novembre) dedicata al rapporto tra lo Stato e la Chiesa, ha seguito la norma. C'era, tra gli invitati, l'ecclesiastico di turno, ma era assente un cattolico che potesse contestare le posizioni della Chiesa sul piano teologico. Si è parlato di eutanasia, di ricerca sugli embrioni, e il teologo con molto fervore ha potuto fare tranquillamente affermazioni da brividi. Ad un povero disgraziato per il quale la vita è diventata una lenta tortura, ed al quale, col ricorso ad apparecchiature sofisticate, viene impedito di morire, bisogna dire (cinicamente, giacché a patire è lui e non noi): "Devi continuare a soffrire perché la vita è un bene". L'ecclesiastico ha potuto tranquillamente chiamare figli gli embrioni, e non c'era chi potesse fargli notare che in tal modo offendeva Dio, giacché avrebbe disposto l'eliminazione naturale della maggior parte dei suoi "figli" appena nati, nonché dei gameti (mezzi figli!). Non c'era chi potesse fargli osservare che Dio non fa discriminazioni, e non distingue tra persone buone e oneste sposate, e persone buone e oneste non sposate; così come non distingue tra un amore autentico eterosessuale, ed un amore autentico omosessuale.
Renato Pierri
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IL Riformista 8 dicembre 2006

Chiesa ed eutanasia

Gentile direttore, il motivo principale che spinge la Chiesa ad essere contraria all'eutanasia: "La vita e la morte dell'uomo sono...nelle mani di Dio, in suo potere...Egli solo può dire: «Sono io che do la morte e faccio vivere»" (cf Evangelium vitae di Giovanni Paolo II), è infondato. Il fatto che il creato, compresa la vita umana, dipenda da Dio; che Dio possa creare e distruggere, non significa assolutamente che questo potere sia continuamente in atto; vale a dire, per quanto riguarda la vita umana, che sia Dio a "decidere" di dare la vita e la morte ad ogni individuo. Questo concetto non trova seria rispondenza nelle Scritture, ed è contraddetto dalla ragione e dalla nostra esperienza. E' assurdo, infatti, attribuire a Dio, ogni particolare nascita o morte, soprattutto se queste sono disgraziate o accidentali (si pensi ad un concepimento a seguito di stupro). Per la Chiesa, del resto, l'inviolabilità della vita non è un principio con valore assoluto: viene meno, ad esempio, nel caso della legittima difesa. Non si comprende perché non dovrebbe venir meno nel caso dell'eutanasia, soprattutto qualora questa sia invocata disperatamente, ma anche quando è certo sarebbe invocata da malati terminali non in condizioni di farlo. Ad esempio: i neonati portatori di malattie gravissime ed incurabili. Ma perché dobbiamo pensare che debba provvedere Dio a togliere dalla sofferenza creature innocenti, e non piuttosto che sia proprio Dio ad affidarne all'uomo la responsabilità?
Renato Pierri
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Il Tempo 11 dicembre 2006; Il Riformista 12 dicembre

Vita e morte. Non ci sono casi a sé

L’etica della Chiesa /2

Gentile direttore, «La vita non è nella disponibilità di un uomo»; questa l'affermazione di Gianfranco Fini nel corso della puntata di “In breve” su La7(sabato 8 dicembre). Parlava dell'eutanasia, alla quale si dichiara contrario, e si riferiva al caso Welby. Bella frase, non c'è che dire, pronunciata a proposito di un poverino che implora la libertà da una morte che lo tiene prigioniero. Peccato che Fini non abbia pronunciato la stessa frase quando il governo di cui faceva parte, mandò allo sbaraglio più di 3000 uomini in Iraq, 35 dei quali ci hanno lasciato la pelle. Oppure la vita di giovani in ottima salute è diversa da quella di Welby, e quindi se ne può disporre, mettendola a repentaglio? Possibile che alcuni si accorgano del valore della vita solo nel caso dell'eutanasia o dell'aborto o della ricerca sugli embrioni, e non quando si tratta di appoggiare guerre, e costruire armi letali? Molti di coloro che approvarono la sciagurata guerra preventiva di uno sciagurato presidente americano, che tante vittime ha fatto ed ancora sta facendo, sono gli stessi che si dichiarano contrari ad assecondare la supplica di Welby. Qualcuno di loro si è forse chiesto se la vita dei cittadini iracheni era ed è tuttora nella disponibilità degli americani?
Francesca Ribeiro
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L’Unità; Liberazione; Il Riformista 14 dicembre 2006

Quel che i vangeli non dicono sul dolore degli uomini

No, non è vero che il dolore è una grazia di Dio

Interpretazioni errate.

Caro Direttore, un'errata interpretazione del vangelo, ha fatto diffondere l'aberrante credenza che il dolore degli uomini sia quasi una grazia di Dio (cf Lettera Apostolica Salvifici doloris, di Giovanni Paolo II). Così è avvenuto che perfetti cristiani siano rimasti del tutto indifferenti ai lamenti fiochi (la voce l'avevano persa a causa delle torture) di donne messe al rogo per aver confessato d'essersi accoppiate col diavolo; indifferenti alle carneficine al tempo delle sante crociate; indifferenti alla sofferenza di tutte le vittime sacrificate in nome di Dio. E così accade ancora oggi che la sofferenza di un malato tenuto in vita contro la sua volontà con apparecchiature sofisticate, lasci indifferenti perfetti cristiani. Ieri sera, nella trasmissione Primo piano (12 dicembre) un filosofo cristiano giocava persino sulle parole: "Nessuno può ordinare ad una persona di uccidere un'altra persona", ha affermato con il solito sconcertante candore, Rocco Buttiglione. Eppure dovrebbe ben sapere che tra aiutare a morire, procurare la morte a colui che la invoca disperatamente, e "uccidere" (toglier la vita con mezzi violenti, secondo il Devoto - Oli), chi non desidera affatto morire, c'è un abisso. Ugualmente quel verbo: ordinare, che senso ha in simile contesto? E poi non è vero. Esistono casi in cui chi toglie la vita ad un suo simile, obbedisce ad un preciso ordine. I soldati in guerra; le forze dell'ordine, ecc. E' la necessità (solo la necessità) che può rendere lecito il ricorso ad un mezzo oggettivamente cattivo per il raggiungimento di un fine buono. Nel caso dell'eutanasia, o dell'interruzione dell'accanimento terapeutico, il mezzo "cattivo" è giustificato dalla necessità, qualora non esistano altre vie percorribili, di porre termine a sofferenze insopportabili.
Renato Pierri
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Liberazione 20 dicembre 2006
Caso Welby. Prima di tutto la persona
Punti di vista…
Gentile direttore, l'editoriale su Il Tempo di domenica 17 dicembre, riguardo alle persone scese in piazza per chiedere di esaudire la supplica di Piergiorgio Welby, conteneva alcune inesattezze. L'autore dell'articolo afferma: "La posta in gioco è la più alta possibile: la rinuncia al bene più prezioso che ogni uomo ha: la vita". Parlare in genere della vita, ed affermare che è un bene prezioso, può avere senso; parlare della vita dell'autore dell'articolo, anche può avere senso; ma parlare ad esempio della vita di un paio di settimane, o di qualche giorno, o di qualche ora, di un neonato portatore di malattia terribile ed incurabile, non ha davvero alcun senso. Anzi: è un non senso. Ce lo ricorda Giovanni Paolo II, nella Evangelium vitae (n.7), quando afferma che la morte è entrata nel mondo, gettando "l'ombra del non senso sull'intera esistenza dell'uomo". La vita, in certe circostanze, può diventare un non senso. Altra inesattezza: “Ma in ciascuno di noi deve essere chiaro che questa scelta è perdente sia sul piano etico che su quello giuridico”. Sul piano giuridico può essere vero, ma l’autore dell’articolo deve dimostrare che considerare l’interruzione dell’accanimento terapeutico, unica via percorribile per dare pace a chi la invoca disperatamente, sia cosa immorale. Ed ancora: “Sul piano religioso, infine, la fede cattolica ci lega a un rispetto della vita, e anche del dolore, che va aldilà di ogni decisione possibile su questa terra”. Anche qui si parla genericamente della vita e non della persona; in realtà è la persona che esige il massimo rispetto; e tenerla in vita forzosamente, contro la sua stessa volontà, procurandogli inutili sofferenze, significa semplicemente essere poco cristiani.[2]
Renato Pierri
………………………………………………………………………………………………………………… L’Unità 21 dicembre 2006; Il Riformista 22 dicembre

L’accanimento terapeutico e l’insostenibile leggerezza di Giovanardi

Addio Welby

Gentile direttore, io capisco il motivo che può spingere un conduttore televisivo ad invitare Rocco Buttiglione, ad una trasmissione dedicata al delicato e complesso tema dell'eutanasia, oppure dell'accanimento terapeutico. Probabilmente pensa che l'ex ministro, essendo un filosofo, possa dire qualcosa di sensato sull'argomento. Pazienza. Ma perché invitare Carlo Giovanardi? Lo invitò, il 22 marzo, Giuliano Ferrara, e Giovanardi, a proposito di malati affetti da malattie dolorosissime ed incurabili, se ne uscì con questa frase: "Finché c'è vita c'è speranza". Ieri sera (19 dicembre) lo invita Bruno Vespa, e lui candidamente afferma che un medico ha il dovere di tenere in vita Welby, così come ogni medico ha il dovere di salvare un suicida che si getta dalla finestra e resta vivo...Troverà, il bravo e sensibile Giovanardi, un'anima buona, non so, un familiare, un caro amico, che anziché mortificarlo pubblicamente, gli spieghi, magari sottovoce, la differenza?[3]
Veronica Tussi



[1] Passa per filosofo, ma in realtà è laureato in giurisprudenza!
[2] Questa lettera intitolata diplomaticamente Punti di vista (l’editoriale in realtà conteneva sciocchezze e cattiverie su cui non mi soffermavo), non fu pubblicata dal direttore de Il Tempo, il quale preferì cavarsela con una breve risposta personale, che il titolo della mia lettera gli suggeriva. La risposta, via mail, è riportata tale e quale.
[3] La lettera fu inviata il giorno prima che Welby morisse.

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