Assuntina Morresi, il pregiudizio tarpa le ali alla ragione
Assuntina Morresi, il pregiudizio tarpa le ali alla ragione
«Come mai nessun cattolico è stato
sfiorato dal pensiero che il piccolo Alfie potrebbe anche desiderare, se fosse
cosciente di ciò che gli sta capitando, di tornare prima possibile da dove è
venuto? Perché tutti persuasissimi che voglia continuare a vivere col cervello
devastato da una gravissima malattia? Molti, compresi i genitori del piccolo -
ma questi non possono essere obiettivi nei riguardi del bambino e quindi è anche
comprensibile - hanno osservato: “Se il bambino ha continuato a respirare dopo
il distacco della ventilazione assistita, significa che vuole continuare a
vivere”. Ma che discorso è? E che cosa avrebbe dovuto fare qualora non avesse
voluto continuare a vivere? Dire a se stesso: “Adesso sai che faccio? Poiché non
voglio vivere smetto di respirare”? Ma insomma! A nessun cattolico è passato per
la mente che il piccolo Evans potrebbe anche non desiderare di vivere,
semplicemente perché nessun cattolico riesce a liberarsi dai soliti pregiudizi:
la vita vale la pena d’essere vissuta sempre, anche quando è un tormento, quando
è insopportabile; la vita è sempre bella, la vita è un dono...; la vita vale la
pena d’essere vissuta sempre. anche quando a causa di una gravissima malattia, è
resa possibile per breve tempo grazie a macchinari».
Questa lettera è apparsa su Il Fatto Quotidiano di oggi
26 aprile, priva della parte ultima riguardante il pregiudizio della vita a
tutti i costi. Forse per ragioni di spazio, o forse perché il giornalista che
cura la rubrica non si è reso conto della loro importanza. E’ proprio questo
pregiudizio, infatti, che spinge tante persone, giornalisti compresi, a non
ragionare serenamente su questa triste vicenda. Un esempio di come il
pregiudizio possa offuscare la ragione, lo dà Assuntina Morresi sul quotidiano
Avvenire, con un articolo il cui titolo già dimostra il prevalere del
pregiudizio: “Tra genitori, giudici o Stato, vinca la vita”. La Morresi è
lontana dal pensare che far vincere la vita ad ogni costo, non sempre significa
fare il bene del malato, il suo vantaggio, ma può significare fare il suo male.
Trascrivo solo alcune righe: “La giustizia si pone cioè la domanda su quale sia
il massimo interesse del piccolo, a prescindere da chiunque altro, genitori
compresi, ma fra le varie risposte è inclusa anche la morte, come se vivere o
morire avessero lo stesso valore. Nel caso dei testimoni di Geova, per esempio,
la ratio della legge italiana è che va tutelata la vita del bambino, e non la
scelta dei genitori, a prescindere dalle loro motivazioni, perché vivere è
meglio che morire”. La Morresi inganna se stessa e inganna qualche lettore
sprovveduto. Lei, infatti, ha stabilito che per i medici e i giudici inglesi
vivere o morire abbiano lo stesso valore. Per il piccolo Alfie non si tratta
assolutamente di vivere o di morire, si tratta di morire subito staccandolo da
macchinari che lo tengono in vita per forza, oppure di morire entro breve tempo
continuando a tenerlo attaccato a macchinari che gl’impediscono di andarsene.
Non si tratta di scegliere tra vita e morte, ma tra morte e morte. E s’inganna
ancora e inganna qualche lettore, riguardo al “caso dei Testimoni di Geova”. Ad
un malato si praticano trasfusioni di sangue, nonostante il parere contrario dei
medici, perché si sa che grazie a quelle trasfusioni il malato potrà essere
salvato e potrà continuare a vivere tranquillamente. Che cosa c’entra con la
vicenda del piccolo Alfie condannato da una gravissima malattia che lo sta
divorando? “Vivere è meglio che morire”. Ma guarda un po’, e chi lo sapeva? Ma
vivere come, e per quanto tempo?
Renato Pierri

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