Il giudizio finale, e la monaca di clausura
Il giudizio
finale, e la monaca di clausura
“Quando il
Figlio dell’uomo verrà nella sua maestà... egli separerà gli uni dagli altri,
come il pastore separa le pecore dai capri, e metterà le pecore alla sua destra,
i capri invece alla sua sinistra... Quindi dirà a quelli che stanno alla
sinistra: «Andate via da me, o maledetti... Poiché: ebbi fame e non mi deste da
mangiare, ebbi sete e non mi deste da bere, ero pellegrino e non mi ospitaste,
nudo e non mi copriste, ero in carcere e non veniste a trovarmi... ». Una monaca
di clausura, alla sua sinistra, rispose: «Signore, quando ti vidi avere fame o
sete, essere pellegrino o nudo, infermo o in carcere, e non ti ho servito?». Il
Signore rispose: «Ciò che non hai fatto a uno di questi più piccoli, non l’hai
fatto a me». «Ma come avrei potuto servirti, Signore, trovandomi chiusa nel
monastero in cui entrai per stare più vicino a te?». Il Signore: «E come potevi
starmi vicino se ero pellegrino, infermo, carcerato, e non mi hai curato?».
«Signore, per il pellegrino, per l’infermo e il carcerato, io ho tanto, tanto
pregato». Il Signore misericordioso comprese le buone ingenue intenzioni della
monaca, la perdonò, e la fece passare tra le pecore alla sua
destra.
Questa
parafrasi del noto passo evangelico sul giudizio finale (Mt 25), dimostra che
l’istituzione della clausura è in contrasto e con la ragione e col vangelo. Ma
che la clausura non sia in armonia col vangelo, lo dimostrò, senza rendersene
conto ovviamente, Benedetto XVI nell’enciclica Deus Caritas.
Così
scriveva al n. 18 della Lettera: "Se però nella mia vita tralascio completamente
l'attenzione per l'altro, volendo essere solamente «pio» e compiere i miei
«doveri religiosi», allora s'inaridisce anche il rapporto con Dio. Allora questo
rapporto è soltanto «corretto», ma senza amore. Solo la mia disponibilità ad
andare incontro al
prossimo, a mostrargli amore, mi rende sensibile anche di fronte a Dio...Amore
di Dio e amore del prossimo sono inseparabili, sono un unico comandamento...Così
non si tratta più di un «comandamento» dall'esterno che ci impone l'impossibile,
bensì di un'esperienza dell'amore donata dall'interno, un amore che, per sua
natura, deve essere ulteriormente partecipato ad altri".
Ora, è
chiaro che l'amore per il prossimo tra le mura di un monastero è solamente pura
astrazione: allontanarsi dal prossimo, separarsi da esso e "partecipargli" amore
è contraddittorio. Del resto, basta ricordare la parabola del buon Samaritano
(Lc 10,25ss); una monaca di clausura non avrebbe alcuna possibilità di
soccorrere il malcapitato percosso dai briganti, per il semplice motivo che non
passerebbe mai per quella strada.
E sarebbe
sciocco pensare che quando il Signore disse agli apostoli: «Se dunque io, il
Signore e il maestro, vi ho lavato i piedi, anche voi dovete lavarvi i piedi gli
uni gli altri» (Gv 13,14), intendesse che Pietro dovesse “lavare i piedi” a
Giovanni, Giacomo a Tommaso, e via di seguito reciprocamente, separandosi dal
mondo.
Per
conferire fondamento evangelico alla clausura ci si appella vanamente
all'episodio di Marta e Maria, del vangelo di Luca: “Marta invece era assorbita
per il grande servizio. Perciò si fece avanti e disse: « Signore, non vedi che
mia sorella mi ha lasciata sola a servire? Dille dunque di aiutarmi ». Ma Gesù
le rispose: « Marta, Marta, tu ti affanni e ti preoccupi di troppe cose. Invece
una sola è la cosa necessaria. Maria ha scelto la parte migliore, che nessuno
le toglierà ».” (Lc 10, 40-41). Ma la “cosa necessaria” non era il semplice
fatto in sé che Maria si fosse “appartata” con Cristo, ma di ascoltare, in quel
momento, la sua parola, per comprenderla appieno e metterla in pratica: “Se
capite queste cose, siete beati se le mettete in pratica” (cf Gv
13,17).
Renato
Pierri

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