Enzo Apicella. Settant’anni contro la prepotenza dei potenti
Enzo Apicella. Settant’anni contro la prepotenza dei
potenti
Come mai? Come mai la notizia della morte di Vincenzo
Apicella, avvenuta ieri mattina, primo novembre, ha trovato tanto spazio su Il
Fatto Quotidiano e su Il Manifesto, e poco (o nessuno?) spazio sul Corriere
della Sera e su La Repubblica e altri noti quotidiani? I titoli e le prime righe
su Il Fatto e su Il Manifesto sono la risposta: “Vincenzo Apicella morto a Roma:
il vignettista aveva lavorato anche per Economist e Guardian - Nel 2006 fece scandalo una sua vignetta che
rappresentava il muro israeliano al confine con i territori palestinesi e un
cancello identico a quello del campo di sterminio d’Auschwitz: al posto del
motto nazista "Arbeit macht frei" stava la scritta "La fame rende liberi" (Il
Fatto Quotidiano). “Enzo Apicella, la
satira tagliente di un comunista anglonapoletano - Enzo Apicella ci ha lasciato.
Con un sorriso appena accennato. Lo stesso sorriso con cui ha disegnato i suoi
cartoons, le sue battute più ilari, le sue invettive contro l’ingiustizia
sociale, la repressione della nazione palestinese, l’ipocrisia dei governi di
Roma e di Londra... Settant’anni di collaborazioni a quotidiani come The
Guardian, domenicali come The Observer, The Punch e in Italia dal napoletano
Zazà al Messaggero, a Liberazione, al Tg3 e a Telemontecarlo” (Il
Manifesto).
Chiaro, no? Schierato per settant’anni contro la prepotenza dei
potenti e a favore delle vittime della prepotenza dei
potenti.
Enzo Apicella, l’amico Enzo, era una bravissima persona. Spesso
avevamo gli stessi pensieri, lui li esprimeva con i disegni, io con le mie
lettere ai giornali. E grazie ad una sua vignetta sul quotidiano che non c’è
più, “Liberazione”, ebbi la fortuna di conoscerlo.
La vignetta accostava
il Cristo crocifisso ad un prigioniero iracheno torturato dai militari
americani. A riguardo scrissi a Piero Sansonetti che dirigeva il giornale:
“L’accostamento rende evidente l'errore dei cristiani nell'aver scelto un
simbolo, il cui primo significato evidente a tutti, è quello della ferocia e
dell’ottusità degli uomini... Si può essere certi che se gli apostoli avessero
voluto raffigurare il Signore, non lo avrebbero mai ricordato in condizioni
misere ed orrende, giacché il ricordo della flagellazione e della crocifissione
suscitava in loro vivo ribrezzo. Non è possibile, infatti, ricordare una persona
cara, suppliziata ed uccisa, effigiandola nei terribili momenti dell’agonia e
della morte; occorre un certo distacco, mancanza d’amore, forse un po’ di
cinismo... Non è azzardato immaginare che qualora gli apostoli avessero avuto la
possibilità di effigiare il loro maestro, volendo simboleggiare il suo
sacrificio, lo avrebbero fatto servendosi della figura alla quale Gesù stesso
era ricorso: la frazione del pane, ed oggi il cristianesimo non avrebbe
come simbolo il crocifisso».
Enzo mi rispose brevemente: «Caro Pierri, la ringrazio
dell'interesse e per avermi illuminato sul recondito significato della mia
vignetta. La sua è una grande idea; sostituire il crocifisso con la frazione del
pane, alle vere origini del cristianesimo socialista! Disegniamo insieme il
logo?».
Qualche mese dopo venne a Roma e c’incontrammo in un caffè di
Piazza del Popolo. Ti abbraccio, Enzo!
Renato Pierri

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