“Per amare ci vuole la vita”, la vita insieme al prossimo
“Per amare ci vuole la vita”, la vita insieme al
prossimo
“Io penso che la preghiera non è solo stare rinchiuse
tra quattro mura, è preghiera assistere ammalati, fare i missionari, anche fare
le piccole cose quotidiane con amore è preghiera, preghiera è l’abbraccio di
amore che si dà aiutando il prossimo... e questo mi basta a non concepire la
clausura. “Per amare ci vuole la vita”, stare assieme agli altri, proprio come
faceva Gesù”.
Sono parole di Onda, una frequentatrice del blog “Come
Gesù”. “Per amare ci vuole la vita” è il verso di una poesia del titolare del
blog, il prete e scrittore Mauro Leonardi. Però, a differenza dell’autore che
allude alla vita tra due persone che si amano, la vita insieme, fare cose
insieme, “cenare insieme”, “fare una passeggiata” insieme, Onda estende il
concetto alla vita col prossimo: per amare bisogna vivere assieme al carcerato,
assieme al malato nell’ospedale, assieme al mendicante per la strada. Per amare
pienamente secondo il Vangelo, è necessario che la nostra vita si mischi alla
vita degli altri, alla vita del carcerato, del malato, del diseredato. La monaca
di clausura si preclude volontariamente la possibilità di recarsi in un carcere,
in un ospedale, nella strada dove vive il diseredato, si priva della libertà di
fare queste cose.
Niente di male. Poche persone fanno
tutte queste cose, poche persone vanno a trovare i malati negli ospedali, i
detenuti nelle prigioni, poche persone passano anche pochi minuti della propria
vita con un accattone. La monaca di clausura, però, decide volontariamente di
privarsi di questa libertà, di questa possibilità. Il motivo? Se lascia il
monastero per recarsi in un ospedale, oppure in una prigione, oppure nel luogo
dove vive un clochard, interrompe la sua relazione continua con Dio, la sua
preghiera costante. Ma è un errore, giacché nell’ospedale c’è Cristo, nella
prigione c’è Cristo, sotto il cavalcavia c’è Cristo. La monaca lascerebbe
momentaneamente il monastero per stare ancora più vicino a Dio.
Ma poi, diciamo la verità, qualcuno pensa davvero che
i pensieri delle suore nei monasteri siano costantemente rivolti a Dio? Non è
possibile. Tutti sanno come lavora la fantasia, come volano i pensieri, persino
quando siamo in chiesa.
L’errore delle monache di clausura, quindi, non è di
separarsi dal mondo, ci mancherebbe altro, limitarsi a pregare per tutta la vita
non è cosa grave, l’errore e di dire: “Entro in questo monastero per uscirne
solo da morta”. Lo stesso discorso che potrebbe fare un ergastolano, con la
differenza che la monaca nella sua prigione ci entra di propria volontà, e che,
ovviamente, la vita nel monastero niente ha da spartire con la vita nelle
carceri.
Ed ora una domanda al lettore: come mai persone che
avrebbero tutti gli strumenti per comprendere concetti così semplici, non li
comprendono? Io ho la risposta.
Renato Pierri

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