Eremita per non soffrire troppo
Eremita per non soffrire
troppo
In un breve articolo pubblicato non più di un mese fa
su Rosebud, scrivevo: «Come spiegare il
ritrovamento di Dio, un accrescimento della fede a seguito di una disgrazia
tremenda o nel momento stesso in cui la disgrazia tremenda avviene? Non sono uno
psicologo ed ovviamente potrei anche sbagliare, però ritengo che la fede in
questo caso sia una fuga inconsapevole e quindi involontaria dalla sofferenza.
Il dolore è troppo, è insopportabile, e per non soccombere ci si rifugia nella
fede. La gioia di “sentire” la presenza di Dio, la sua vicinanza durante e dopo
la disgrazia, la gioia di trovare o ritrovare Dio, Dio che consola, attenua il
dolore tremendo, lo rende sopportabile. Così, anche una disgrazia gravissima,
priva di senso, come la perdita di un figlio, assume un senso agli occhi di chi,
per difendersi dalla sofferenza, trova rifugio nella
fede».
Oggi, in un articolo tratto dal settimanale “Credere”,
leggo sul blog del prete e scrittore Mauro Leonardi: “«Dopo aver messo per tre
anni tutta me stessa in una relazione, e avendo scoperto che invece lui provava
solo affetto amicale, soffrivo terribilmente, quasi desideravo morire. In quel
momento di grande dolore e confusione mi venne incontro questo passo: “Chi non
odia anche la propria vita, non può essere mio discepolo”. Io odiavo la mia vita
e mi sono detta che anche seguire Gesù, morendo alle proprie aspettative, ai
propri progetti, alla propria volontà, era una risposta altrettanto forte al
desiderio di morte che mi possedeva. Pensai che così la mia vita avrebbe potuto
ancora avere un senso»”.
Sono parole di Viviana Maria Rispoli. In gioventù
faceva la modella, oggi ha avviato il progetto “Eremiti con san Francesco”:
laici che si prendono cura di luoghi di preghiera e sono uniti nella
spiritualità. Custodisce la Pieve di San Giorgio, nella diocesi di
Bologna.
Che dire? Queste parole sembrano confermare il mio
pensiero: alle volte la fede è la soluzione per non soffrire troppo. E’
probabile che Viviana Maria Rispoli non sarebbe mai diventata eremita, se l’uomo
col quale era in relazione avesse ricambiato il suo amore con altrettanto amore.
Soffriva terribilmente, scrive, odiava la sua vita, e le venne incontro il passo
del Vangelo di Luca: «Se uno viene a me
e non odia suo padre, sua madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e
perfino la propria vita, non può essere mio discepolo» (14,26). Solo che
interpretò male quel passo. Il verbo “odiare” non va preso alla lettera, Gesù
voleva insegnare che chi si mette alla sua sequela, deve essere disposto a
rinunciare a tutto, anche alla propria vita. Chi odia la propria vita non fa un
sacrificio a rinunciarvi, il sacrificio lo fa chi ama la propria vita.
Renato Pierri

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