Sunday, November 12, 2017

Le ragazze scosciate e “sculate” di “Colorado”

Le ragazze scosciate e “sculate” di “Colorado”

Chiedo scusa se non parlo di politica né di filosofia né di scienze né di cose profonde, ma di cose terra terra. Volevo parlare della trasmissione “Colorado”, su Italia1. Tanti comici, alcuni veri comici, altri comici per modo di dire. Ma non volevo parlare dei comici, bensì delle belle giovani donne che costituiscono il corpo di ballo, tutte scosciate giacché mostrano parte notevole delle cosce, e tutte “sculate”, non nel senso di fortunate, ma nel senso che mostrano parte notevole del sedere. Niente di male. Figuriamoci se alla mia età possa scandalizzarmi. Anzi, ad essere sincero, devo dire che le scosciate e “sculate” le guardo e ammiro molto volentieri. Sono piacevolissime. E allora? Allora provo fastidio, mi sento mortificato al posto loro, arrossisco al posto loro, quando, sotto gli sguardi degli uomini vestitissimi (nessuno è scosciato), sempre scosciate, sempre “sculate”, devono fare a gara per tenere più a lungo possibile un libro sulla testa mentre camminano, oppure fare a gara a chi fa scoppiare prima un palloncino soffiandoci dentro. Cose da ragazzine delle elementari. Trattate come ragazzine delle elementari.  E la bella conduttrice Federica Nargi? Capisco che mostri le gambe quando balla, ma perché deve mostrarle anche quando presenta a fianco del Ruffini?
Attilio Doni  


La Chiesa delude i fedeli, e i fedeli si allontanano da Dio

La Chiesa delude i fedeli, e i fedeli si allontanano da Dio

Sull’ultimo numero del settimanale “Mio” una lettrice scrive: “Caro don Mauro, mia mamma è morta l’anno scorso di tumore e io questo 2 novembre ho voluto farle dire una Messa nella mia parrocchia. L’ho fatto solo perché lei ci teneva tanto alla Chiesa ma io non sono tanto credente. Convivo con il mio ragazzo da quattro anni e da allora non vado più a Messa perché da allora il mio parroco non ha più voluto darmi la comunione. Cosa ne pensi? (Roberta, Castelfranco Veneto)”.
Trascrivo alcune righe della risposta di Mauro Leonardi, prete e scrittore: “Cara Roberta, offrire la Messa per tua mamma è certamente una cosa molto bella ma cerca di fare in modo che non sia un gesto esterno a te e lontano. Partecipare alla Passione, Morte e Resurrezione di Gesù – perché questa è la Messa – è il modo migliore per aiutare i nostri cari defunti... prova a riparlare con il tuo parroco e vedrai che, anche alla luce degli insegnamenti che ci sta dando il Papa, sarà in grado di ascoltarti, di capirti e di venirti incontro così che la Messa per tua mamma non sia solo per te e il tuo compagno un gesto formale ed esteriore ma l’inizio di un cammino per avvicinarti a quel Signore dove tua mamma si trova”.
Accade spesso. La Chiesa, o perlomeno molti uomini della Chiesa, deludono i fedeli, e i fedeli si allontanano da Dio. Roberta, da quando il bravo prete, comportandosi diversamente da Cristo, le ha negato la comunione, non va più a Messa e non è più “tanto credente”. Di chi la responsabilità? Il fatto è, cara Roberta, che papa Francesco, pur sapendo in cuor suo che negare l’eucaristia ad una persona buona e onesta che convive con una persona pure buona e onesta, è una grave ingiustizia, un vero peccato, non ha avuto il coraggio di dirlo chiaramente.  Il 25 febbraio 2017, ebbe a dire ai parroci partecipanti al corso di formazione sul nuovo processo matrimoniale: “Fatevi prossimi, con lo stile proprio del Vangelo, nell’incontro e nell’accoglienza di quei giovani che preferiscono convivere senza sposarsi. Essi, sul piano spirituale e morale, sono tra i poveri e i piccoli, verso i quali la Chiesa, sulle orme del suo Maestro e Signore, vuole essere madre che non abbandona ma che si avvicina e si prende cura. Anche queste persone sono amate dal cuore di Cristo. Abbiate verso di loro uno sguardo di tenerezza e di compassione. Questa cura degli ultimi, proprio perché emana dal Vangelo, è parte essenziale della vostra opera di promozione e difesa del Sacramento del matrimonio”. Non ebbe il coraggio di aggiungere: “Non mortificate queste persone buone e oneste che si accostano all’altare per ricevere l’ostia consacrata, negandogliela”. Quel prete di Castelfranco Veneto ha mortificato Roberta, inducendola ad allontanarsi dalla Chiesa e da Dio.
Gli uomini della Chiesa sono molto interessati a ciò che fanno nella loro intimità le persone che si amano, e pensano che pure il buon Dio abbia lo stesso interesse. Così va il mondo.
A don Mauro Leonardi, il prete che risponde a Roberta, vorrei invece chiedere: In che modo facendo recitare una Messa si aiutano i cari defunti? Il buon Dio dà uno sconto di pena ai “prigionieri” che hanno la fortuna d’avere parenti sulla terra che ordinano Messe? Più Messe si recitano e maggiore è lo sconto della pena?
Renato Pierri 



Friday, November 10, 2017

A Roma una metropolitana “disumana”

A Roma una metropolitana “disumana”

Si può definire disumana la metropolitana? Questo è l’aggettivo che mi è venuto in mente ieri mattina alla stazione metro di Ponte Mammolo. Non arrivava il convoglio e la banchina era stracolma di gente, piena per lungo, da un capo all’altro, e per largo dal muro fino alla striscia gialla. E non era ora di punta. Erano le nove e trenta. Non arrivava, il convoglio, e sul display continuava a comparire la scritta “treno in arrivo”. Ho detto ad una signora: “Bisognerà aspettare la successiva, come fa tutta questa gente ad entrare?”. E lei: “Ma questa che deve arrivare per me è già la seconda, sulla prima non sono riuscita a salire”. Un’altra signora: “Se uno si sente male, resta in piedi, non ha modo di cadere. Quando vedo tanta gente ho sempre paura che possa succedere qualche incidente, perché la fanno scendere se la metro non passa?”. E’ arrivato, il benedetto treno, sono entrato, mi sono messo in un angolino a fianco alla porta, ma dopo un po’ sono stato costretto a spostarmi per evitare schiacciamento di costole contro il sostegno metallico che mi separava dai sedili. Per fortuna si è alzato un giovane, non per invitare a sedere il vecchio signore che sarei io, ma per scendere, e sono riuscito a prendere il suo posto. Per fortuna, mi sono detto, non ho bisogno di prendere la metro tutti i giorni. Ma c’è chi è costretto a servirsi tutti i giorni del mezzo disumano. Ecco i messaggi che ho ricevuto oggi pomeriggio da mia figlia, che si trovava alla stazione della Piramide, stazione all’aperto: “Non riesco a tornare a casa, la metropolitana non passa”; “E’ mezz’ora che sono qui... non riesco a salire... e fa freddo”. Infine: “Ho preso quella che va a Jonio, pazienza se devo cambiare alla fermata Bologna, almeno sto al caldo”.  Disumana la metro oppure chi amministra la nostra città?

Attilio Doni

Thursday, November 02, 2017

Sul pane è meglio spalmare crema di nocciole o olio di palma?

Sul pane è meglio spalmare crema di nocciole o olio di palma?
Vorrei invitare le mamme che spalmano crema alle nocciole e cioccolato sul pane del loro bambini, a leggere attentamente le etichette prima di acquistare il prodotto. Non facendo nomi, ovviamente, trascrivo dalle etichette di due barattoli di crema tra i diversi che ho notato in un supermercato. Si tenga conto che i vari ingredienti appaiono in ordine decrescente: il primo è più abbondante del secondo, che a sua volta è più abbondante del terzo e così via. Così, gentili mamme, vi renderete conto di che cosa nutrite i vostri piccoli.
Prima etichetta: “Zucchero, olio di palma, nocciole (13%), cacao magro (7,4%), latte scremato in polvere (6, 6%), siero di latte in polvere. Emulsionanti: lecitine (soia), vanillina”. Ecco, se acquistate questo prodotto (notissimo prodotto),  sul pane dei vostri figli spalmate per la massima parte zucchero e olio di palma.
Seconda etichetta: “Nocciole (45%), zucchero, cacao magro (9 %), latte scremato in polvere, burro di cacao. Emulsionante: lecitina di soia. Estratto naturale di vaniglia. Senza glutine”. Se acquistate questo prodotto, sul pane dei vostri figli spalmate per la massima parte nocciole (primo ingrediente) e zucchero.
Ed ecco che cosa scrive la dottoressa Maria Rosa Di Fazio, responsabile Oncologia del Centro medico internazionale SH Health Service di San Marino: «Il glicidiolo [contenuto nell’olio di palma]... sostanza cancerogena e genotossica... che ha la capacità di danneggiare l’informazione genetica all’interno di una cellula, causando mutazioni e inducendo modificazioni del nostro DNA. Tradotto: tramuta le cellule sane in cancerogene» (Mangiare bene per sconfiggere il male, Mind Edizioni).
Carmelo Dini   

 

 

Wednesday, November 01, 2017

Perché non lascio correre, non faccio finta di niente?

Perché non lascio correre, non faccio finta di niente?
Se critico qualche discorso pronunciato da Papa Francesco, sono certo di non diventargli antipatico, sia perché è davvero difficile che Papa Francesco legga ciò che scrivo io, sia perché non è possibile che il Papa prenda in antipatia tutti coloro che gli muovono critiche. Non è il tipo. Se faccio critiche a qualche discorso che leggo sul blog “Come Gesù”, divento antipatico all’autore del discorso, nonché a tutti quelli che lo approvano entusiasti. E così mi chiedo: chi me lo fa fare? Perché non lascio correre, non faccio finta di niente? In fondo che m’importa? Il messaggio sbagliato non arriva a mezzo mondo, non inganna mezzo mondo, ma inganna solo qualche ingenuo frequentatore del blog. Che importanza ha? E che m’importa se lo stesso autore del discorso inconsapevolmente inganna se stesso? Niente m’importa, ma non resisto alla tentazione. Dovrei non leggere, e infatti non sempre leggo, ma alle volte un titolo m’incuriosisce, mi attira, leggo, costato che qualcosa non va, e non resisto: devo dire ciò che penso. Brutto vizio, maledetto vizio! E dire che lo stesso autore del pezzo, già una volta mi ha invitato a lasciar correre, a non curarmi di lui. E va bene sarà per la prossima volta. Non leggerò più anche se vedrò un titolo intrigantissimo. Eccolo il titolo: «Imparare l’arte del Kintsugi». E le prime righe: «Quando i giapponesi riparano un oggetto rotto, trasformano la crepa riempiendo la spaccatura con dell’oro. Lo riparano valorizzandolo. Essi credono che quando qualcosa ha subito una ferita ed ha una storia alle spalle può diventare più bello. Per farlo usano una tecnica tramandata da millenni, chiamata “Kintsugi”. Oro al posto della colla. Metallo pregiato invece di una sostanza adesiva trasparente». Come resistere? E racconta anche una bella storia, l’autore, di una ferita che lo aveva afflitto sin da ragazzo, una sorta di depressione, se ho ben capito, una crepa che si è trasformata in oro, come le crepe dei vasi giapponesi.
Candida Morvillo, su “Io Donna” (Corriere della Sera) del 10 settembre 2016, scriveva:  “Ho aperto a caso una pagina del libriccino delle istruzioni e c’era scritto che per noi occidentali, spesso, la rottura di qualcosa ha un’accezione negativa: dolore, vergogna, senso di colpa, fallimento. Per i giapponesi, invece, ogni storia anche brutta può originare bellezza e ogni cicatrice va mostrata con orgoglio. È il senso del Kinstugi: riparare i cocci con l’oro e l’argento significa rendere la cicatrice la parte più bella di quell’oggetto”.
E Roselina Salemi su La Stampa del 1 febbraio 2017: “Più difficile valorizzare e/o riparare le cicatrici che la vita ci lascia. Di solito ce ne vergogniamo, sostiene Barbara Lalle, romana, terapista per la riabilitazione neurologica post-traumatica, mentre «dovremmo farne il segno della nostra unicità, della nostra forza». Così ha trasformato il kintsugi in performance (al Museo Stadio di Domiziano lo scorso 19 Dicembre). «Pensate ancora che le vostre ferite vadano nascoste? - chiede la psicologa Sonia De Leonardis -. In fondo i guerrieri si vantavano delle loro cicatrici…»”.
 Tutto molto bello. Ma diamo uno sguardo all’altra faccia della medaglia? L’autore della bella storia, conclude così: “La vita che ci è data deve essere vissuta in ogni istante fino alla fine naturale”. Non parla della sua vita. Parla della vita di tutti. Tutti devono vivere necessariamente fino alla fine naturale. Si dà il caso, però, che il vaso alle volte sia fatto di materiale scadente, materiale che può sbriciolarsi, sminuzzarsi, polverizzarsi.  Esistono ferite che non lasciano cicatrici, ferite che diventano piaghe purulente, dolorose, inguaribili, che trasformano la vita in un inferno. Una cosa è la depressione, altra cosa sono alcune malattie gravissime e incurabili. Non tutti i vasi hanno la fortuna d’avere crepe riempibili con resina di lacca e polvere d’oro.
Ma che cos’altro non va nell’articolo dal titolo intrigante? L’autore, con un pizzico di cristiana cattiveria, descrive un’infermiera che pratica l’eutanasia in una clinica svizzera, come se si trattasse di un boia: “Una donna minuta, scavata, dallo sguardo impassibile e dal naso aquilino, accento svizzero-tedesco un po’ gutturale, come nei film... Fa impressione vedere sullo schermo Tv la sua calma imperturbabile, la sua parlata lenta e serena mentre si appresta ad uccidere una persona”.
Il verbo “uccidere” significa togliere la vita, di norma con mezzi violenti, a chi non vuole assolutamente che la vita gli venga tolta.
 Altro? Sì. L’autore scrive: “Fino alla fine naturale”. E quale sarebbe la fine naturale, il tramonto naturale, come dicono gli uomini della Chiesa? Nessuno lo sa. Forse lo sa Dio. Il fatto è, però, che il tramonto naturale è variabile più del tramonto del sole. Forse Dio col tempo cambia idea.  La lunghezza della vita muta, infatti, secondo l’epoca in cui si nasce. Mentre, però, non siamo in grado di differire o anticipare il tramonto del sole, siamo in grado di differire o anticipare il nostro tramonto, in tal modo non più naturale. Vaccini e antibiotici, ad esempio, hanno differito il nostro tramonto, e possiamo anticiparla, la nostra fine, non curando la nostra salute, nutrendoci male, oppure, come hanno fatto alcuni santi, digiunando e procurandoci patimenti. 
Che dite? Sarò riuscito a diventare antipatico?
Renato Pierri