Wednesday, December 27, 2017
“La notte santa” di Guido Gozzano e l’equivoco sul
termine “albergo”
Ve la ricordate “La notte santa”, la
poesia di Guido Gozzano? Maria e Giuseppe che passavano da un albergo all’altro
e non trovavano posto per riposare? “Presso quell'osteria potremo riposare, ché
troppo stanco sono e troppo stanca sei. Il campanile scocca lentamente le
sei...”. Gli sposi chiedevano alloggio, ma ricevevano sempre un rifiuto: “-
Avete un po' di posto, o voi del Caval Grigio? Un po' di posto per me e per
Giuseppe? - Signori, ce ne duole: è notte di prodigio; son troppi i forestieri;
le stanze ho piene zeppe”. E le ore passavano, il campanile scoccava le ore, le
sette e le otto e le nove... “- Oste di Cesarea... Oste del Moro... Ostessa dei
Tre Merli... Si fa notte: “La neve! - ecco una stalla! - Avrà posto per due? -
Che freddo!... Ma quanta neve, quanta!”. Ve la ricordate “La notte santa”?
Ovviamente nessuno avrà immaginato per una vita intera che nel Vangelo si parli
di campanili, ma quanti avranno invece immaginato per una vita intera che nel
Vangelo si parli dell’albergo dove non trovano alloggio Giuseppe e Maria?
Tutto basato su un equivoco, sulla
traduzione sbagliata di una parola. Nel testo di Luca non esiste il termine
“albergo”, anche se ancora si legge: “Lo avvolse in fasce e lo depose in una
mangiatoia perché per loro non c’era posto nell’albergo”. Ma è un errore. Ecco
che cosa scrive a riguardo don Stefano Tarocchi, docente di Sacra Scrittura e
Preside della Facoltà teologica dell’Italia centrale: “Dimenticando tutte le
letture, pur rispettabili che la pietà popolare ha saputo dare di questo testo,
esso dice semplicemente che la nascita di Gesù avviene in uno spazio che si
poteva trovare all’interno delle abitazioni del tempo, scavate all’interno della
roccia: l’«alloggio», in greco katalyma. È il termine che, tradotto erroneamente
con la parola “albergo”, ha scatenato la fantasia più sfrenata... solo in
contesto rurale quella stanza, collocata all’interno di una abitazione scavata
nella roccia, poteva essere anche lo spazio dove sistemare in alcune circostanze
gli animali, e quindi ecco la mangiatoia...”. Niente alberghi, quindi, a
Betlemme. Gozzano, oltre agli impossibili campanili che scoccavano le ore, ce ne
mise ben cinque di alberghi. Giuseppe e Maria, ospiti in casa di qualcuno,
probabilmente un parente o un amico, si devono adattare poiché la casa è
piccola, forse ci sono altri ospiti, c’è poco posto per loro in quell’alloggio.
Tutto qua. Questo si può dedurre dal testo di Luca.
Renato Pierri
Monday, December 25, 2017
Ingenuità e fantasia sulla mangiatoia di Gesù Bambino
Ingenuità e fantasia sulla mangiatoia di Gesù
Bambino
“O troviamo il Bambino
nella mangiatoia o non lo troveremo mai”. Non c’è una buona dose d’ingenuità
nonché di fantasia in questo articolo apparso su il FarodiRoma del 23 dicembre,
e che leggo sul blog dell’autore, il prete e scrittore Mauro Leonardi? Ne
trascrivo qualche riga:
“Il presepe come lo conosciamo noi nasce con san
Francesco e fino ad allora “il presepe” era la mangiatoia, quella che è tutt’ora
conservata a santa Maria Maggiore”. Mangiatoia conservata a Santa Maria
maggiore... Sicuro? In realtà la Sacra Culla (cunabulum) che si trova nella
basilica di Santa Maria Maggiore è un reliquario in cristallo a forma di culla
che conserva quelli che vengono ritenuti i frammenti (cinque assicelle di acero)
del legno della mangiatoia che accolse Gesù Bambino.
Più
avanti: “Gesù nasce nella mangiatoia e per trovarlo bisogna arrivare proprio
alla mangiatoia: se non si arriva lì Gesù non nasce. Lo annuncia in modo
esplicito il vangelo di Luca che dice la parola “mangiatoia” ogni volta che dice
la nascita di Cristo: proprio a significare che condizione necessaria per
trovare Cristo è avere il coraggio di ritornare alla propria mangiatoia, a
quella vera ed esistenziale... È così perché Cristo viene a farsi cibo, non
metaforicamente ma realmente, per l’uomo”.
Senz’altro l’interpretazione è suggestiva, però mi
sembra un po’ una forzatura. Nella mangiatoia si dispone il foraggio per il
bestiame, e così si potrebbe anche dire che Gesù viene a farsi cibo per le
bestie. Una cosa è la mangiatoia, altra cosa è la mensa per gli uomini.
L’interpretazione non farebbe una piega se Luca avesse riferito che Gesù fu
deposto su una tavola per mangiare. Io credo che Luca volesse solo far capire
che Gesù nacque in un luogo umile per rivelarsi agli umili.
Don Stefano Tarocchi, docente di Sara Scrittura e
Preside della Facoltà teologica dell’Italia centrale, scrive: “Dimenticando
tutte le letture, pur rispettabili che la pietà popolare ha saputo dare di
questo testo, esso dice semplicemente che la nascita di Gesù avviene in uno
spazio che si poteva trovare all’interno delle abitazioni del tempo, scavate
all’interno della roccia: l’«alloggio», in greco katalyma. È il termine che,
tradotto erroneamente con la parola “albergo”, ha scatenato la fantasia più
sfrenata. Esso invece viene usato anche quando si parla della cena di Gesù con i
discepoli, per indicare una stanza interna, situata al piano superiore di una
casa, magari in un contesto più urbano com’era Gerusalemme (vedi Marco 14,14 e
Luca 22,11)”... Certo solo in contesto rurale quella stanza, collocata
all’interno di una abitazione scavata nella roccia, poteva essere anche lo
spazio dove sistemare in alcune circostanze gli animali, e quindi ecco la
mangiatoia... Dunque una nascita straordinaria, che tuttavia non si svolge in
mezzo alle mura e ai costumi dei potenti di quel tempo, come lo stesso Gesù dirà
di Giovanni il Battista: «che cosa siete andati a vedere? Un uomo vestito con
abiti di lusso? Ecco, quelli che vestono abiti di lusso stanno nei palazzi dei
re!» (Mt 11,8); questa nascita è svelata espressamente a coloro che occupano un
posto infimo nella società, senza curarsi della loro dignità
personale”.
Aggiungerei che la fantasia si è scatenata anche sul
Bambino che trema al freddo e al gelo, come recita un noto canto natalizio. Un
falegname in Palestina era un uomo abile, utile, e particolarmente stimato.
Giuseppe era un falegname, un carpentiere. E’ ragionevole ritenere che Maria e
Giuseppe, disponendo di denaro, avessero avuto la possibilità, in ogni caso, di
far nascere il Bambino ben al riparo dal freddo e dal gelo e di avvolgerlo in
panni morbidi e caldi.
Queste righe deluderanno molti, ma io credo che rendano
più credibile il Vangelo.
Renato Pierri
Saturday, December 23, 2017
Vittorio Sgarbi quando parla di religione è peggio di Eugenio Scalfari
Vittorio Sgarbi quando parla di religione è peggio
di Eugenio Scalfari
Ma sì, le cantonate prese da Eugenio Scalfari
quando, anziché parlare di economia e di politica, materie delle quali
s’intende, si è messo a parlare di religione, sono quisquilie in confronto alle
corbellerie pronunciate da Vittorio Sgarbi quando, anziché limitarsi a parlare
d’arte, materia della quale s’intende, si è messo a parlare di religione. A don
Mauro Leonardi che lo ha intervistato per “Novella 2000”, ha dichiarato:
“Il Papa è un ateo, non nel senso che non crede
in Dio ma nel non essere più il rappresentante del dio cristiano. Il
cristianesimo non è semplicemente un monoteismo invece lui è solo un monoteista.
Dice: Dio è uno e ha creato anche il musulmano che mi uccide: ergo io non posso
essere contro i musulmani, che sono i miei fratelli. Questo in lui è
chiarissimo: lui è per un Dio che ha creato sia i cristiani sia gli altri.
Allora se io vengo ucciso da un musulmano quello non diventa per me un nemico: è
solo un fratello che sbaglia. Invece io sono un ammiratore della Chiesa di
Ratzinger, di Giovanni Paolo II: io combatto contro il musulmano perché la mia
Chiesa combatte contro i musulmani”.
Ma che dice? Evidentemente non sa bene che cosa
significhi monoteismo. Trascriviamo dal dizionario Treccani: “ La credenza in un dio solo, propria delle religioni che si
chiamano appunto monoteistiche. Queste sono, nell’ordine cronologico della loro
formazione: il giudaismo, il cristianesimo e l’islamismo, tra cui esiste anche
un evidente nesso genetico, in quanto il secondo è sorto dal primo, mentre il
terzo presuppone entrambi”. Il cristianesimo è semplicemente una religione
monoteistica.
Giovanni Paolo II e Joseph Ratzinger non hanno mai
combattuto contro i musulmani. Così, papa Ratzinger nell’agosto del 2005 in
Germania: «A questo proposito, è sempre opportuno richiamare quanto i Padri del
Concilio Vaticano II hanno detto circa i rapporti con i musulmani. "La Chiesa
guarda con stima anche i musulmani che adorano l'unico Dio, vivente e
sussistente, misericordioso e onnipotente, creatore del cielo e della terra, che
ha parlato agli uomini. Essi cercano di sottomettersi con tutto il cuore ai
decreti di Dio anche nascosti, come si è sottomesso Abramo, al quale la fede
islamica volentieri si riferisce... Se nel corso dei secoli non pochi dissensi e
inimicizie sono sorti tra cristiani e musulmani, il sacrosanto Concilio esorta
tutti a dimenticare il passato e ad esercitare sinceramente la mutua
comprensione, nonché a difendere e promuovere insieme, per tutti gli uomini, la
giustizia sociale, i valori morali, la pace e la libertà" (Dichiarazione Nostra
Aetate)».
Ed ecco parte di un discorso di Giovanni Paolo II
nell’aprile del 1991:
«Termino questo augurio citando le parole di uno dei miei
predecessori, il Papa Gregorio VII che, nel 1076, scriveva all’Emiro Musulmano
Al-Nacir, che regnava a Bij’ya, nell’attuale Algeria: “Dio Onnipotente, che desidera che tutti gli uomini si salvino e
nessuno si perda, apprezza in noi soprattutto il fatto che, dopo avere amato
Lui, amiamo nostro fratello, e che quello che non vogliamo sia fatto a noi non
lo facciamo agli altri. Voi e noi ci dobbiamo questa carità reciprocamente,
soprattutto perché crediamo e confessiamo l’unico Dio, ammesso nei diversi modi,
e Lo lodiamo e veneriamo ogni giorno, come Creatore e Governatore di questo
mondo”.
Queste parole, scritte quasi mille anni fa, sono
adatte per esprimere oggi i miei sentimenti al vostro riguardo, mentre voi
celebrate l’Id al-Fitr, la festa della Rottura del Digiuno. Che Dio Altissimo
riempia tutti noi del Suo amore misericordioso e della Sua pace».
Carmelo Dini
Friday, December 22, 2017
Ragazze coccodè e ragazze qua, qua, qua...
Ragazze coccodè e ragazze qua, qua,
qua...
Qualche sera fa Renzo Arbore ci ha
fatto rivedere le ragazze coccodè che ballavano vestite con costumi da galline.
Trent’anni sono trascorsi da quando Arbore ironizzava sull’uso smodato del corpo
femminile in tv. Ben trent’anni. Nel 2009 usciva il video documentario “Il corpo
delle donne”, sul tema della mercificazione del corpo femminile da parte dei
mezzi di comunicazione italiani. Però le ragazze coccodè, non quelle che fanno
satira, ma vere ragazze coccodè, vale a dire ragazze trattate come gallinelle,
le vediamo ancora negli spettacoli televisivi. Uno di questi è Colorado su
Italia 1, condotto da Paolo Ruffini, trasmissione dove tanti comici scadenti si
alternano a qualche comico bravo. Le ragazze che ballano sono molto svestite, il
che è un piacere per i nostri occhi, il fastidio comincia quando le ragazze
diventano “coccodè”, anzi diventano “qua, qua, qua”, per essere più precisi
giacché sono trattate come oche. Messe in fila, sempre con gambe e sedere molto
scoperti, il che in questo caso non ci azzecca, devono sfidarsi in prove da
deficienti, come stappare una bottiglia, incartare un pacco o altre cavolate del
genere. E fanno un po’ pena, poverine. Perché qualche volta i signori della
trasmissione, assieme a Paolo Ruffini, non si mettono loro in fila, in costume
da bagno, per sfidarsi in prove cretine mentre le signore vestitissime li stanno
ad osservare?
Renato Pierri
Saturday, December 16, 2017
Ragazze coccodè e ragazze qua, qua, qua...
Ragazze coccodè e ragazze qua, qua,
qua...
Qualche sera fa Renzo Arbore ci ha
fatto rivedere le ragazze coccodè che ballavano vestite con costumi da galline.
Trent’anni sono trascorsi da quando Arbore ironizzava sull’uso smodato del corpo
femminile in tv. Ben trent’anni. Nel 2009 usciva il video documentario “Il corpo
delle donne”, sul tema della mercificazione del corpo femminile da parte dei
mezzi di comunicazione italiani. Però le ragazze coccodè, non quelle che fanno
satira, ma vere ragazze coccodè, vale a dire ragazze trattate come gallinelle,
le vediamo ancora negli spettacoli televisivi. Uno di questi è Colorado su
Italia 1, condotto da Paolo Ruffini, trasmissione dove tanti comici scadenti si
alternano a qualche comico bravo. Le ragazze che ballano sono molto svestite, il
che è un piacere per i nostri occhi, il fastidio comincia quando le ragazze
diventano “coccodè”, anzi diventano “qua, qua, qua”, per essere più precisi
giacché sono trattate come oche. Messe in fila, sempre con gambe e sedere molto
scoperti, il che in questo caso non ci azzecca, devono sfidarsi in prove da
deficienti, come stappare una bottiglia, incartare un pacco o altre cavolate del
genere. E fanno un po’ pena, poverine. Perché qualche volta i signori della
trasmissione, assieme a Paolo Ruffini, non si mettono loro in fila, in costume
da bagno, per sfidarsi in prove cretine mentre le signore vestitissime li stanno
ad osservare?
Renato Pierri
Tuesday, December 12, 2017
La normalità della madre di Gesù non è apparente, è reale
La
normalità della madre di Gesù non è apparente, è
reale
Lo
straordinario nello straordinario è meno straordinario, è meno sorprendente;
l’anomalo nell’anomalia è meno anomalo, il miracoloso nel miracoloso è meno
miracoloso. Gesù non nasce in un luogo straordinario, meraviglioso, in una
splendida reggia incantata, e non viene alla luce in modo straordinario, nasce
in un luogo modesto, una stalla, secondo quanto riferisce Luca, e viene
partorito da una donna come vengono partoriti tutti i bambini del mondo. Non
appare per miracolo in una culla miracolosa, in un luogo miracoloso.
Straordinario, anomalo, miracoloso è solo il suo
concepimento.
Se
prendo a fantasticare sulla stalla dove nacque Gesù, ed immagino che la paglia
era fatta di fili di purissimo oro, che le pecore erano pecore diverse da tutte
le pecore della Palestina, che i pastori erano pastori eccezionali, diversi da
tutti i pastori della Palestina, se immagino cose che non sono scritte nel
vangelo, cose poco credibili, rendo poco credibile il vangelo stesso e Gesù
stesso.
Così,
se prendo a fantasticare sulla madre di Gesù e immagino cose che non sono per
niente scritte nel vangelo e che neppure si possono desumere da quel che si
legge, se immagino cose poco credibili, rendo poco credibile il vangelo stesso e
Gesù stesso.
E’
l’errore grave che fa la Chiesa dipingendo la madre di Gesù come persona
eccezionale, diversa da tutte le donne della Palestina, diversa da tutte le
donne del mondo. Una perla tra le perle brilla meno di una perla tra i sassi.
Gesù brilla meno se nasce da una donna che brilla come lui o più di lui.
E’
l’errore grave che ha fatto qualche giorno fa il prete e scrittore Mauro
Leonardi, scrivendo su il “FarodiRoma”:
«Diversa da tutte le altre, da tutti
gli altri, nonostante la sua apparente normalità. Maria, in un certo senso, ha
vissuto una solitudine davvero unica e del tutto particolare: quella del terreno
intonso della parabola (Mc 4, 26-32) che deve essere tale per ricevere il seme e
dare frutto. Maria è il terreno che deve offrirsi tutto, per svuotarsi e
custodire l’eternità. Quando Maria dice a Gabriele nell’Annunciazione “non
conosco uomo”, quelle parole non vogliono solo dire che Lei era vergine e che
non aveva intenzione di avere rapporti sessuali con nessun uomo ma anche che non
conosceva alcun uomo completamente riconciliato con Dio, che mai aveva
incontrato qualcuno che vivesse della stessa Grazia che era stata donata a Lei,
quella cioè di vivere priva di peccato originale».
Queste cose non sono scritte nel vangelo e la normalità
di Maria non è apparente, è reale. Quando Maria dice “non conosco uomo”, poiché
conosceva Giuseppe, voleva semplicemente dire che non aveva avuto rapporti
carnali con nessun uomo. Altro non vuol dire. Se avesse avuto in mente di
mantenersi per sempre vergine, avrebbe ingannato Giuseppe accettandolo come
sposo. Alla Chiesa piace immaginare Maria sempre vergine. A Mauro Leonardi piace
immaginare Maria sempre vergine. Questo, però, non c’è scritto nel vangelo e
neppure si può desumere dalla risposta di Maria all’angelo. Non si può.
Ma se
la Madonna è così importante da essere amata e pregata dai cristiani quanto è
amato e pregato Dio, perché Gesù non ce lo avrebbe fatto capire? Perché insegna
a pregare il Padre e non anche la Madre? E perché la Chiesa dà grandissima
importanza agli scritti di San Paolo, e non dà nessuna importanza al fatto che San Paolo ignora Maria?
Renato Pierri
Sunday, December 03, 2017
Dio è sempre Dio in qualsiasi modo lo si chiami
Dio è sempre Dio in qualsiasi modo lo si
chiami
Papa Francesco: «Chiedo perdono ai Rohingya, oggi Dio
si chiama anche così». Le parole esatte credo siano state le seguenti: “La
presenza di Dio oggi si chiama anche Rohingya”. I nomi servono a distinguere una
persona da un’altra, semplicemente perché le persone sono tante, sono diverse
l’una dall’altra. Dio essendo unico, non avrebbe bisogno d’essere distinto con
un nome da altri dei. Possiamo chiamarlo come vogliamo. E non è importante se si
tratta di un nome femminile, maschile o neutro. Importante è sapere che ci
rivolgiamo all’unico Dio. Così oggi possiamo anche chiamarlo Rohingya, come ha
detto il Papa in Bangladesh. Non sembra dello stesso parere l’amico prete e
scrittore Mauro Leonardi, che scrive tante cose giuste e raramente qualcosa di
sbagliato, come tutte le persone, del resto, buone e intelligenti. Sull’ultimo
numero del settimanale Gente, scrive qualcosa di sbagliato. Alcune righe: “La
Chiesa di Svezia non si riferirà più a Dio con la parola Signore né si esprimerà
più al maschile. Se non mi sfuggono sottigliezze linguistiche visto che lo
svedese non è l’italiano, penso di poter affermare che una decisione simile non
potrà mai essere anche della Chiesa Cattolica. Capisco e condivido il desiderio
di usare un linguaggio inclusivo e rispettoso delle identità di genere ma rimane
il fatto che Gesù era maschio e Maria sua madre era femmina... Bisogna
ricordare poi che fino ad oggi tutti i cristiani si sono rivolti al Padre o al
Signore declinandoli al maschile: cambiare pertanto sarebbe non pregare più lo
stesso Dio. E invece la comunione con la propria memoria, avere una genealogia
anche nella fede, fa parte dell’identità cristiana: quando un cattolico si
rivolge a Dio deve rivolgersi allo stesso Dio cui si rivolgevano i membri della
Chiesa di duemila anni fa e appunto i nostri antenati non si sono mai rivolti a
Dio in forma neutra”.
Suvvia, Mauro, come fai a ignorare che i nostri
antenati si sono rivolti al Padre declinandolo al maschile semplicemente perché
membri di una società marcatamente patriarcale? Per rendersene conto non basta
una scorsa alla Bibbia? Se questa fosse nata in una società matriarcale, molto
probabilmente avrebbe attribuito a Dio prima la creazione di Eva e poi di Adamo
da una costola di Eva, mentre questa dormiva. Molto probabilmente anziché
leggere: “Il Signore diede questo comando all’uomo: «Di tutti gli alberi del
giardino tu puoi mangiare...». Poi il Signore Dio disse: «Non è bene che l’uomo
sia solo: gli voglio fare un aiuto a lui corrispondente»”, avremmo letto: “La
Signora diede questo comando alla donna: «Di tutti gli alberi del giardino tu
puoi mangiare...». Poi la Signora Dea disse: «Non è bene che la donna sia sola:
le voglio fare un aiuto a lei corrispondente»”. E si potrebbe andare avanti fino
alla fine. Molto probabilmente sarebbe stato Adamo a tentare Eva. Molto
probabilmente oggi non parleremmo del peccato di Adamo ma del peccato di
Eva.
Riguardo a Gesù: ovvio che non possiamo chiamarlo
diversamente, però vale la pena chiedersi perché Maria concepì un bambino e non
una bambina. I bambini sono più importanti delle bambine? Per molta gente ancora
oggi è così. Sicuramente era così nella società patriarcale ebraica. Chi avrebbe
mai dato retta ad un Messia donna? Sicuramente non sarebbe finita sulla croce.
Renato Pierri
