Monday, April 30, 2018
Il bambino
ha lasciato questo mondo, se n’è andato, ma c’è chi continua come prima ad
offendere i medici che lo hanno avuto in cura. I medici non sporgono denuncia
per diffamazione, e forse per questo c’è chi ne approfitta e continua ad inveire
contro di loro.
Trascrivo
alcune righe da un’intervista rilasciata da una persona compente, Carlo Alberto
Defanti, primario emerito di neurologia dell’Ospedale Niguarda di Milano e
fondatore della Consulta di Bioetica: “Dal punto di vista scientifico le cose
sono purtroppo abbastanza chiare. Questo bimbo ha una malattia degenerativa in
fase avanzatissima, una malattia strana perché non è stato possibile fare una
diagnosi precisa, però si sa che gran parte del suo cervello è distrutto, non ha
nessuna possibilità di sopravvivenza se non per qualche tempo assistito con il
ventilatore, cioè fatto respirare artificialmente. I medici dell’ospedale si
sono resi conto che a questo punto non è nell’interesse del bambino esser tirato
avanti in questo modo. Questo configura proprio il modello del cosiddetto
accanimento terapeutico. Il bambino è l’unico in Europa a non sapere nulla del
suo caso, non ha nessuna possibilità né di percepire né di comunicare. L’unico
dubbio che si può avere, e che giustamente i medici inglesi hanno, è che possa
avere qualche senso di dolore o di sofferenza ed è per questo che viene anche
sottoposto ad adeguate cure palliative”.
Parole
pronunciate ovviamente prima che il bimbo morisse.
Ancora
qualche riga: “Questo bambino non è più in grado di respirare autonomamente se
non per certi periodi, e questa sua capacità di farlo autonomamente andrà
affievolendosi col tempo fino a portarlo comunque alla morte. Ora se la
ventilazione viene proseguita, probabilmente la sopravvivenza del bambino sarà
un po’ più lunga, ma questo non significa salvarlo. Questa è la situazione tanto
deprecata da tutti e poi invece praticata in questo caso e non solo,
dell’accanimento terapeutico, di fare qualcosa che non è nell’interesse del
bambino... Nella letteratura bioetica si parla in questi casi di “best
interest“, di migliore interesse. E i medici dell’ospedale di Liverpool hanno
agito in questo senso e sono stati confermati in questo dalle autorità”
(Trasmissione di RadioPopolare “Il demone del tardi”).
Mi sembra
chiaro, chiarissimo: il bambino era divorato da un mostro, la terribile malattia
degenerativa. I medici, persistendo con la ventilazione avrebbero impedito al
bambino di sottrarsi all’inutile strazio. Per quei credenti che si appellano
alla morte “naturale”: avrebbero impedito la sua morte
“naturale”.
E per
qualcuno i mostri sono diventati loro, i medici che hanno agito nell’interesse
del piccolo paziente. Ecco che cosa, un religioso signore ha scritto con
sconcertante disinvoltura, sul blog “Come Gesù” del prete e scrittore Mauro
Leonardi: “Non so cosa stiano pensando in queste terribili ore i genitori di
Alfie Evans, ma dubito che abbiano lo stesso pensiero di chi, sui social e sulla
stampa, si augura una punizione divina esemplare per i responsabili della morte
del loro bambino”.
Il
“responsabile” della morte del bambino non è, secondo questo signore, il mostro
che lo stava divorando, non è la terribile malattia degenerativa, sono i medici
che lo hanno avuto in cura. Ma forse intendeva ”responsabili” secondo gli
accusatori sui social e sulla stampa? Non sembra, giacché più avanti scrive: “Un
famoso figlio ingiustamente condannato da alcuni giudici, rivolgendosi a suo
padre, gli chiese non di punirli, ma di perdonarli, adducendo l’attenuante che
non sapevano quello che facevano”.
Non è
sfiorato dal minimo dubbio, il religioso signore.
Renato
Pierri
Sunday, April 29, 2018
I genitori di Alfie hanno capito. Avrà capito anche chi ha gridato sguaiatamente?
I genitori di Alfie
hanno capito. Avrà capito anche chi ha gridato
sguaiatamente?
Riguardo alla decisione di Tom Evans di voler costruire
un rapporto con l’ospedale che ospitava il figlioletto Alfie, il prete scrittore
Mauro Leonardi scriveva sul blog “Come Gesù”: «Mi
chiedo se in questo cambiamento radicale di rotta – non più contrapposizioni ma
costruzione di ponti – sia intervenuto il Papa. Magari direttamente o, più
probabilmente, attraverso qualche membro della Conferenza Episcopale Inglese o
forse attraverso don Gabriele Brusco».
E più avanti: «In
queste ultime ore è accaduto che i genitori hanno potuto tenere Alfie tra le
braccia senza limiti. È in quell’abbraccio c’è la vera relazione costitutiva
dell’uomo. In quell’abbraccio nessuna battaglia trova più giustificazione. È il
bambino che, nell’abbraccio, insegna tutto ciò che un genitore deve sapere e
deve imparare per andare avanti: “amare, di fronte alla morte è l’amore più
grande che un genitore può donare”. Come fece Maria di fronte a suo
figlio».
Sicuramente deve avergli
parlato qualche persona verso la quale Tom Evans aveva fiducia, e Tom deve aver
capito. Forse un po’ tardi, dopo tanto chiasso, ma deve aver capito. Però io
credo che ad aprire finalmente gli occhi ai genitori, a rivelare finalmente loro
la realtà, sia stato proprio il fatto d’essere stati a contatto col bambino.
Lui, il piccolo, senza parole, lo sguardo assente, lui, con la sua tremenda
incurabile malattia, li avrà messi davanti alla verità. Lui gli avrà fatto
capire che il loro bambino era già come se non ci fosse
più.
Speriamo che a capire, ad aprire gli occhi e magari a
vergognarsi un po’, siano anche coloro che hanno fatto tanto chiasso, coloro che
anziché parlare a voce bassa, hanno gridato a squarciagola, sguaiatamente,
inveendo contro i medici inglesi con un linguaggio volgare e improprio. Saranno
arrivate in qualche modo certe parole feroci all’innocente? Avrà sentito in
qualche modo, paragonare le persone che si sono prese cura di lui, agli uccisori
di cavalli, ai medici nazisti?
Tante preghiere per il piccolo Alfie. Preghiere che
devono aver messo un po’ in imbarazzo il Creatore, giacché molti lo hanno
pregato affinché salvasse il bambino, altri, pochi altri, lo hanno pregato di
farlo morire al più presto per evitargli inutili sofferenze. Io non ho pregato.
Io ho solo sperato che il piccolo Alfie fosse lasciato in pace. Soprattutto da
chi alzava troppo la voce. Da chi strillava, sguaiatamente, anziché parlare a
voce bassa.
Renato Pierri
Vegetazione impazzita di gioia a Roma
Vegetazione impazzita di gioia a Roma
Il Comune di Roma non fa manutenzione delle aiuole in
città, né delle strade e dei marciapiedi, o perlomeno non taglia l’erba nelle
aiuole e nelle strade e sui marciapiedi. Certamente non lo fa nel quartiere dove
abito a Colli Aniene, Ed io sono quasi contento. Ma sì, perché le piogge
abbondanti e il caldo eccessivo di questo periodo, hanno fatto esplodere la
vegetazione: erba altissima dappertutto, nei giardini, nelle aiuole, sul ciglio
delle strade, lungo i muri, sui marciapiedi. E in mezzo al verde che è già un
piacere a vedersi, papaveri rossi e fiorellini gialli e viola che ti mettono
allegria. Una festa di colori. Una meraviglia. Qualche inconveniente per le
aiuole nelle rotonde e nei crocevia, giacché tolgono visibilità alle macchine e
c’è rischio d’incidenti. Ma basta andare piano, automobilisti, così potrete
approfittarne per ammirare la verzura impazzita di gioia.
Renato Pierri
Gli artisti di strada e il “coeur in man” di Milano
Gli artisti di strada e il “coeur in man” di Milano
Turisti e cittadini, a Milano, si fermano alle volte incantati, a
guardare gli artisti di strada, li compensano se meritano e magari anche se non
meritano. Ma non tutti sanno che a Milano, nel 2012, riguardo a questi artisti,
fu approvato il più avanzato regolamento esistente in Italia. Milano è stata
proclamata da una ricerca internazionale la terza migliore città al mondo per
arte di strada.
E se l’artista un giorno si esibisce senza permesso, che cosa gli può
accadere a Milano? Ho chiesto ad un vigile e la risposta è stata che di norma
viene invitato a smettere l’esibizione e a procurarsi il permesso. Tutto qua?
Deve essere vero allora che Milano ha il “coeur in man”. Eh sì, perché un
artista di strada che ho conosciuto a Milano, mi ha raccontato che a Barcellona,
ai musicisti che suonano per strada senza permesso, i poliziotti sequestrano lo
strumento. A me sembra una crudeltà incredibile. Al chitarrista che ho
conosciuto hanno sequestrato la chitarra. Non l’ha più rivista, la sua chitarra,
perché per riaverla avrebbe dovuto pagare una somma tale da potersene comprare
un’altra. E adesso è qui a Milano, ha ottenuto con facilità il permesso, suona,
ed è contento. Come suona? Non sono un intenditore, però a me piace molto come
suona la sua chitarra.
Carmelo
dini
Thursday, April 26, 2018
Assuntina Morresi, il pregiudizio tarpa le ali alla ragione
Assuntina Morresi, il pregiudizio tarpa le ali alla ragione
«Come mai nessun cattolico è stato
sfiorato dal pensiero che il piccolo Alfie potrebbe anche desiderare, se fosse
cosciente di ciò che gli sta capitando, di tornare prima possibile da dove è
venuto? Perché tutti persuasissimi che voglia continuare a vivere col cervello
devastato da una gravissima malattia? Molti, compresi i genitori del piccolo -
ma questi non possono essere obiettivi nei riguardi del bambino e quindi è anche
comprensibile - hanno osservato: “Se il bambino ha continuato a respirare dopo
il distacco della ventilazione assistita, significa che vuole continuare a
vivere”. Ma che discorso è? E che cosa avrebbe dovuto fare qualora non avesse
voluto continuare a vivere? Dire a se stesso: “Adesso sai che faccio? Poiché non
voglio vivere smetto di respirare”? Ma insomma! A nessun cattolico è passato per
la mente che il piccolo Evans potrebbe anche non desiderare di vivere,
semplicemente perché nessun cattolico riesce a liberarsi dai soliti pregiudizi:
la vita vale la pena d’essere vissuta sempre, anche quando è un tormento, quando
è insopportabile; la vita è sempre bella, la vita è un dono...; la vita vale la
pena d’essere vissuta sempre. anche quando a causa di una gravissima malattia, è
resa possibile per breve tempo grazie a macchinari».
Questa lettera è apparsa su Il Fatto Quotidiano di oggi
26 aprile, priva della parte ultima riguardante il pregiudizio della vita a
tutti i costi. Forse per ragioni di spazio, o forse perché il giornalista che
cura la rubrica non si è reso conto della loro importanza. E’ proprio questo
pregiudizio, infatti, che spinge tante persone, giornalisti compresi, a non
ragionare serenamente su questa triste vicenda. Un esempio di come il
pregiudizio possa offuscare la ragione, lo dà Assuntina Morresi sul quotidiano
Avvenire, con un articolo il cui titolo già dimostra il prevalere del
pregiudizio: “Tra genitori, giudici o Stato, vinca la vita”. La Morresi è
lontana dal pensare che far vincere la vita ad ogni costo, non sempre significa
fare il bene del malato, il suo vantaggio, ma può significare fare il suo male.
Trascrivo solo alcune righe: “La giustizia si pone cioè la domanda su quale sia
il massimo interesse del piccolo, a prescindere da chiunque altro, genitori
compresi, ma fra le varie risposte è inclusa anche la morte, come se vivere o
morire avessero lo stesso valore. Nel caso dei testimoni di Geova, per esempio,
la ratio della legge italiana è che va tutelata la vita del bambino, e non la
scelta dei genitori, a prescindere dalle loro motivazioni, perché vivere è
meglio che morire”. La Morresi inganna se stessa e inganna qualche lettore
sprovveduto. Lei, infatti, ha stabilito che per i medici e i giudici inglesi
vivere o morire abbiano lo stesso valore. Per il piccolo Alfie non si tratta
assolutamente di vivere o di morire, si tratta di morire subito staccandolo da
macchinari che lo tengono in vita per forza, oppure di morire entro breve tempo
continuando a tenerlo attaccato a macchinari che gl’impediscono di andarsene.
Non si tratta di scegliere tra vita e morte, ma tra morte e morte. E s’inganna
ancora e inganna qualche lettore, riguardo al “caso dei Testimoni di Geova”. Ad
un malato si praticano trasfusioni di sangue, nonostante il parere contrario dei
medici, perché si sa che grazie a quelle trasfusioni il malato potrà essere
salvato e potrà continuare a vivere tranquillamente. Che cosa c’entra con la
vicenda del piccolo Alfie condannato da una gravissima malattia che lo sta
divorando? “Vivere è meglio che morire”. Ma guarda un po’, e chi lo sapeva? Ma
vivere come, e per quanto tempo?
Renato Pierri
Wednesday, April 25, 2018
E se Alfie Evans volesse tornare al Creatore?
E se Alfie Evans volesse tornare al
Creatore?
Come mai nessun cattolico è stato sfiorato dal
pensiero che il piccolo Alfie potrebbe anche desiderare, se fosse cosciente di
ciò che gli sta capitando, di tornare prima possibile da dove è venuto? Perché
tutti persuasissimi che voglia continuare a vivere col cervello devastato da una
gravissima malattia? Molti, compresi i genitori del piccolo - ma questi non
possono essere obiettivi nei riguardi del bambino e quindi è anche comprensibile
- hanno osservato: “Se il bambino ha continuato a respirare dopo il distacco
della ventilazione assistita, significa che vuole continuare a vivere”. Ma che
discorso è? E che cosa avrebbe dovuto fare qualora non avesse voluto continuare
a vivere? Dire a se stesso: “Adesso sai che faccio? Poiché non voglio vivere
smetto di respirare”? Ma insomma! A nessun cattolico è passato per la mente che
il piccolo Evans potrebbe anche non desiderare di vivere, semplicemente perché
nessun cattolico riesce a liberarsi dai soliti pregiudizi: la vita vale la pena
d’essere vissuta sempre, anche quando fa schifo, quando è un tormento, quando è
insopportabile; la vita è sempre bella, la vita è un dono, e via di
seguito.
Carmelo Dini
Tuesday, April 24, 2018
Alfie Evans e il diritto alla vita di ogni persona
Alfie
Evans e il diritto alla vita di ogni persona
Riguardo all’angosciosa vicenda del piccolo Alfie Evans,
Gavina Masala, sul blog “Come Gesù”, del prete e scrittore Mauro Leonardi,
osserva: « Io non ho chiaro un punto della
vicenda: la Corte Europea dei Diritti Umani ha dichiarato inammissibile il
ricorso dei genitori di Alfie e non capisco come questo sia possibile. Il primo
articolo della Convenzione Europea dei Diritti dell'Uomo garantisce, infatti,
"il diritto alla vita”».
L’articolo 2 della
Convenzione, recita: “Il diritto alla vita di ogni persona è protetto dalla
legge. Nessuno può essere intenzionalmente privato della vita, salvo che in
esecuzione di una sentenza capitale pronunciata da un tribunale, nel caso in cui
il delitto è punito dalla legge con tale pena”.
Di norma, si ha diritto a qualcosa che porta vantaggio,
non a qualcosa che va a danno della persona. Non si può dire, ad esempio, che si
ha diritto ad essere bastonati. Non ha senso. Non si può dire che si ha diritto
a vivere soffrendo terribilmente, se non si vuole vivere soffrendo
terribilmente, oppure che si ha diritto a vivere col cervello devastato da una
grave malattia, attaccato perennemente a sofisticate apparecchiature, come nel
caso di Alfie, se questo diritto non lo si reclama, oppure se questo diritto non
è un vantaggio ma un grave danno per la persona. Riguardo al piccolo Alfie, i
medici e i giudici non hanno stabilito di privarlo della vita, ma hanno
stabilito di non continuare a fare qualcosa (tenerlo attaccato alle macchine)
per impedirgli di morire. C’è differenza, anche se sfugge a molti. Tutelare la
vita ad ogni costo e in qualsiasi circostanza potrebbe significare
un’imposizione, una vera e propria violenza verso la persona. Poiché il piccolo
Alfie non è in grado di manifestare la propria volontà, i medici e i giudici
sono le persone più adatte a comprendere quale sia il suo vantaggio.
Detto questo, mi piacerebbe sapere quante persone che
inveiscono contro i medici e i giudici inglesi, cambierebbero idea se si
trovassero nelle condizioni di Alfie e, cosa impossibile ovviamente, ne avessero
la consapevolezza.
Renato Pierri
Sunday, April 22, 2018
Viva i marocchini cinesi a Roma
Viva i marocchini cinesi a Roma
Poiché mi sembra giusto che pensi anche allo spirito
oltre che al fisico, io ogni tanto un bel marocchino me lo gusto, Non senza un
po’ di rimorso, a dire il vero, da quando ho appreso dalla nota oncologa Maria
Rosa Di Fazio che i dolci fanno male, che lo zucchero fa male, che latte e
derivati fanno male. E nel marocchino ci devi mettere lo zucchero e c’è il latte
e il cacao. Sapete come si fa un marocchino, vero? Cioccolata sul fondo della
tazzina di vetro, un bel caffè espresso, sopra la schiuma di latte, e infine una
spolverata di cacao sulla bianca schiuma e sul bordo della tazzina, sì che
quando te lo bevi, il marocchino, la polvere di cacao ti si attacca alle labbra.
Una leccornia. Da rimorso, se pensi all’oncologa, da rimorso. Però ci vuole
una certa arte per farlo davvero buono, il marocchino. Il prezzo cambia, non si
sa perché, da un locale all’altro, così come cambia la sua bontà, che non sempre
corrisponde al prezzo. Qui, nei bar di Colli Aniene, a Roma, ti chiedono da un
euro a un euro e venti centesimi. Un bar – pasticceria nel quartiere attiguo, il
Collatino, addirittura te lo fa pagare un euro e trenta centesimi, ma non è più
buono di altri marocchini. Il marocchino più buono forse che ho gustato sino ad
oggi, l’ho trovato in un bar in Via Tagliamento, nel quartiere Trieste. Alcuni
baristi che hanno la crema di caffè, la spalmano sulle pareti della tazzina.
Però alle volte esagerano e il marocchino diventa troppo dolce. E ti viene
sempre il rimorso, se pensi a Maria Rosa.
Questa mattina una vera sorpresa in un bar in Viale
Palmiro Togliatti. Chi se lo aspettava un marocchino così buono al prezzo del
caffè? Gliel’ho detto alla signora cinese alla cassa: “Come mai? Come mai il
marocchino costa come il caffè? Da nessuna parte il marocchino si paga come il
caffè”. E lei: “Sì, ha ragione, stavo pensando di aumentare il prezzo, magari
quest’estate, di portarlo a un euro, perché c’è il consumo del latte e del
cacao”. Ma si può essere più onesti di così? E non bastano prezzo basso e bontà:
le brave signore cinesi mi hanno fatto omaggio anche di un biscottino incartato
al sapore di cannella. Di cinnamomo, direbbe Gabriele D’Annunzio. Viva i
marocchini cinesi.
Renato Pierri
Thursday, April 19, 2018
Corona, Proust e i bicchieri contro la timidezza
Corona, Proust e i bicchieri contro la timidezza
Sono sempre stato un timido
e ancora un po’ lo sono nonostante la barba sia diventata bianca da un bel
pezzo. Così, ieri sera, quando ho sentito durante una trasmissione televisiva,
lo scrittore Mauro Corona dire che da giovane un bicchiere di vino gli dava il
coraggio di avvicinarsi ad una donna, mi è tornato alla mente il periodo in cui
insegnavo, quando un bicchiere di prosecco o magari anche due non mi servivano
per avvicinarmi ad una donna, ché ero già sposato da molto tempo, ma
semplicemente per celare la timidezza e per non arrossire quando nel pomeriggio
a scuola si teneva un consiglio di classe. E ancora oggi quando mi trovo a
pranzo con persone con le quali non ho lunga familiarità, bevo vino più del
consueto e divento più disinvolto, forse anche più simpatico.
Mi sono stupito però che a Mauro Corona, che fa sempre
frequenti e dotte citazioni, non sia venuto in mente di citare i bicchieri di
Porto di Marcel Proust. Non ho la pazienza però di cercare in quale libro della
“Recherche” si trovi il brano. Mi limiterò a raccontare ciò che ricordo. Si
trovava su una spiaggia, vedeva belle ragazze, che poi, in realtà, dovevano
essere bei ragazzi, ma non aveva il coraggio di avvicinarle. E così, per farsi
coraggio entrava in un bar e beveva uno dietro l’altro diversi bicchieri di
Porto. La timidezza svaniva e lui poteva fare le sue dichiarazioni d’amore alle
belle “fanciulle in fiore”.
Renato Pierri
Tuesday, April 17, 2018
Vincent Lambert: per rispettare la vita non si rispetta la persona
Vincent Lambert: per rispettare la vita non si rispetta la persona
Riguardo al caso di Vincent
Lambert, trascrivo da Wikipedia: «La gravità dell'atrofia cerebrale e le lesioni
osservate portano, con il ritardo di cinque anni e mezzo dall'incidente
iniziale, a stimare danni cerebrali irreversibili. Vincent Lambert può
rispondere alle sue cure e ad alcuni stimoli, ma gli esperti dicono che le
caratteristiche di queste reazioni suggeriscono che sono risposte non consce e
non hanno ritenuto possibile interpretare queste risposte comportamentali come
testimoniare una "esperienza cosciente della sofferenza" o un'intenzione o
desiderio di interrompere o continuare il trattamento che lo tiene in vita». Se
queste notizie sono vere, se ne deduce che non si può sapere se Vincent Lambert
vorrebbe continuare a vivere nello stato in cui si trova. Non si può sapere.
Allora la domanda da porsi è la seguente: è giusto agire con mezzi artificiali,
come si sta facendo, per impedire che Lambert muoia? Sì, perché il problema è
non di fare qualcosa per farlo morire, ma non fare qualcosa per tenerlo in vita
per forza. E’ giusto tenere questa persona in un ospedale e continuare a
nutrirlo artificialmente? Per maggiore chiarezza: non potendo sapere se si reca
più danno a questa persona tenendola in vita per forza oppure lasciando che
muoia, è più giusto astenersi dall’agire anziché continuare ad agire. Poiché i
danni cerebrali sono irreversibili, l’iniziativa presa in un primo momento nella
speranza che si riprendesse, non ha più senso. Il Papa ha detto che bisogna
rispettare la vita. E’ giusto, ma alle volte per rispettare la vita si rischia
di non rispettare la persona.
Renato Pierri
Monday, April 16, 2018
Bernadette e Lucia non ebbero mai dubbi sulla fede
Bernadette e Lucia
non ebbero mai dubbi sulla fede
“I dubbi non potrebbero non esserci. La realtà del Cielo
va continuamente attualizzata nel cuore. Lo stesso San Tommaso alla morte di
Cristo ebbe dubbi. Madre Teresa di Calcutta visse la notte della fede per 40
anni... Ma è il dubbio che ci permette di cercare Dio e la sua grazia di
trovarlo”.
Questa è l’obiezione che mi
ha fatto una lettrice sul blog “Come Gesù”. In un breve articolo, ricordavo che
Bernadette Soubirous, adulta e suora, prese a dubitare delle sue visioni. La
veggente di Lourdes ebbe a scrivere: «E’ già passato tanto tempo da quando
queste cose sono successe, non me ne ricordo più, non desidero parlarne troppo,
perché, Dio mio, se mi fossi ingannata!» (Lettera a
Lasserre).
Qualcosa di analogo a quanto accadde a Bernadette,
accadde anche alla veggente di Fatima. In convento, suor Lucia
ebbe a scrivere a padre a padre Gonçalves: “Ma vengo a
dirle, reverendo padre, che ora più che mai mi viene il timore di essermi
lasciata illudere dalla mia immaginazione” (Lettera del 5 giugno 1936).
Entrambe le veggenti non ebbero mai dubbi sulla fede.
Non dubitarono mai dell’esistenza di Dio o della Madonna, dubitarono soltanto
delle loro visioni. E per questo l’obiezione della lettrice è sbagliata. Fa
confusione tra il dubbio sull’esistenza di Dio, o sulla divinità del Cristo, e
il dubbio sulle visioni da parte delle due veggenti. Cita San Tommaso, ma
Tommaso dubita della resurrezione del Cristo, poiché gli viene riferito dagli
altri discepoli. Quando lo vede, non dubita, e infatti Gesù lo rimprovera:
“Perché mi ha visto hai creduto? Beati coloro che hanno creduto senza vedere”
(Gv 20, 28). Non è possibile dubitare d’aver visto la Madonna se si è vista la
Madonna. Un’esperienza del genere, dovrebbe restarti impressa nella mente in
maniera indelebile, più di un’esperienza materiale. Vedi il sole, sei abbagliata
dal sole, senti il calore del sole sulla tua pelle e dimentichi la luce del
sole, il calore del sole? Non è possibile. La Madonna ti appare più volte, ti
parla più volte, afferma d’essere la Madonna, e tu dubiti d’aver visto la
Madonna, d’aver parlato con la Madonna? Non è possibile. Neppure dopo cent’anni.
Ma è accaduto. Per l’appunto, è accaduto perché non si è mai trattato di
apparizioni mariane. I sogni si dimenticano, un’esperienza del genere non si
dimentica mai.
Se poi ai dubbi delle veggenti, si aggiungono i tanti
nostri dubbi su strane Signore che poco o nulla avevano capito del Vangelo, si
giunge inevitabilmente alla conclusione che non si trattò di apparizioni
mariane, ma solo di fantasie di ragazzine ignoranti.
Renato Pierri
Tuesday, April 10, 2018
Bernadette Soubirous, santa suo malgrado
Bernadette Soubirous, santa suo malgrado
Rete 4
raccomanda: «Non perdetevi, martedì 10 aprile,
“Bernadette miracolo a Lourdes”, la vera storia di Bernadette, ragazzina povera
e illetterata che presso la grotta di Massabielle, ha la visione di una
Signora». La vera
storia di Bernadette. Tanti i libri che raccontano la storia di Bernadette.
Solo uno però dimostra chiaramente alla luce del Vangelo, si badi bene, alla
luce del Vangelo, che la bella Signora di Bernadette non poteva nella maniera
più assoluta essere la Madre di Gesù. Non aveva nulla da spartire con la Madre
di Gesù, ma non aveva nulla da spartire neppure con una qualsiasi madre
amorevole terrena. Una madre, infatti, se non folle, non ordinerebbe mai ad una
figlia, già delicata di stomaco, di mangiare erba come una capretta, non
ordinerebbe mai ad una figlia, già delicata di stomaco, di bere acqua sporca di
fango e di sterco di maiali. Pochi sanno che Bernadette fu ingannata. Lei stessa
da adulta, in convento, prese a dubitare delle sue visioni, tanto da scrivere:
«E’ già passato tanto
tempo da quando queste cose sono successe, non me ne ricordo più, non desidero
parlarne troppo, perché, Dio mio, se mi fossi ingannata!» (Lettera a Lasserre).
E si rese conto di non essere diversa dalle consorelle, tanto da dire:
«Quando sarò morta, si dirà: “Ha contemplato la Vergine santa, quindi è
una santa”, e nel frattempo io brucerò in purgatorio» (Suor Aurélie Gouteyron,
Processo dell’Ordinario, Archivi di Nevers, 943). E ancora: “Mi si
crede una santa e non posso pensare senza rincrescimento che quest’errore
impedirà di pregare per me dopo la mia morte, e così dovrò restare a lungo in
purgatorio” (Febvre – Picq. Notice, 85). Ma come rinunciare ad una
Santa a Lourdes, ad un santuario a Lourdes, ad un gigantesco giro d’affari a
Lourdes?
Renato Pierri
Autore del libro “Nostra Signora di Lourdes. La Madonna
che non conosceva il Vangelo” (Mind Edizioni).
Monday, April 09, 2018
Pedofilia: problema affrontato con superficialità nel Catechismo
Pedofilia: problema affrontato con superficialità nel
Catechismo
Il prete e scrittore Mauro Leonardi ha lanciato una
petizione tramite la Comunità di Avaaz, affinché Papa Francesco provveda a far
inserire il termine “pedofilia” nel Catechismo. Alcuni lettori, sul blog “Come
Gesù”, gli hanno fatto notare che nel Catechismo già si parla di abusi sui
minori. E’ vero, ma se ne parla in maniera non esaustiva. Non si dà al grave
problema la giusta rilevanza. Il Catechismo non prende di petto il peccato della
pedofilia, così come fa con altri peccati (o presunti tali) sessuali. Per
rendersene conto, basta analizzare il paragrafo 2389, che recita così: “Si
possono collegare all'incesto gli abusi sessuali commessi da adulti su fanciulli
o adolescenti affidati alla loro custodia. In tal caso la colpa è, al tempo
stesso, uno scandaloso attentato all'integrità fisica e morale dei ragazzi, i
quali ne resteranno segnati per tutta la loro vita, ed è altresì una violazione
della responsabilità educativa”. E’ evidente che il paragrafo centrale,
importante, è considerato il precedente. Il peccato considerato gravissimo, è
l’incesto. Questo è in primo piano, il peccato degli abusi sessuali su minori
passa in secondo piano. Inoltre: si parla di abusi su fanciulli (la fanciullezza
è il periodo dell’età evolutiva compreso generalmente fra il 6° e l’11° anno”) o
adolescenti. Non si parla degli abusi sui bambini. La proprietà del linguaggio è
importante quando si affrontano problemi gravi. Forse parlando di fanciulli, i
redattori del Catechismo intendevano parlare anche dei bambini? Non sembra,
giacché fanciulli e adolescenti più avanti sono definiti ragazzi. Insomma: è
sin troppo evidente che nel Catechismo il tema è affrontato in maniera
superficiale e insufficiente. Chiedendo al Papa di inserire nel Catechismo il
termine “pedofilia”, si chiede che del grave problema si parli in maniera
approfondita, esaustiva.
Ma non è strano? Don Mauro Leonardi lancia una petizione
a favore dei bambini, perché di questo si tratta nella sostanza, e qualcuno non
solo si astiene dal firmare la petizione, ma addirittura gli muove critiche.
Nella sostanza, senza volerlo ovviamente, qualcuno si schiera contro i
bambini.
Renato Pierri
Saturday, April 07, 2018
Roma. Una tristezza il locale chiuso a Piazza Loriedo
Roma. Una tristezza il locale chiuso
a Piazza Loriedo
Nel piccolo parco di Piazza Loriedo,
nel quartiere Colli Aniene di Roma, c’è una grande fontana, con una vasca così
grande da sembrare un laghetto. Un’idea geniale dall’architetto che la progettò.
Un gioiello di giardino con un gioiello di fontana che è un sogno per tutti gli
abitanti della zona, ma soprattutto per nonni e bambini. A primavera nell’aria
si diffonde il profumo intenso delle zagare. Attiguo al giardino, anzi, quasi
tutt’uno col bel giardino di piante sempreverdi, rose e rosmarino, c’è un bar
pasticceria, con i tavolini all’aperto. Il Comune, non so per quali motivi, lo
ha fatto chiudere. Un grave danno per il proprietario, che tra l’altro si
occupava della manutenzione del parco e della fontana. Un danno, però, anche per
tutti gli abitanti della zona che invano da più di un anno ormai, aspettano si
risolva il problema e si trovi il modo di far riaprire il locale. Il bel
giardino, adesso, con aranci, rose e rosmarino, senza il bar coi tavolini
all’aperto, è un po’ triste. C’è qualche speranza di vederlo
riaperto?
Carmelo Dini
Friday, April 06, 2018
Cristo qui e ora secondo Il Pasquino e secondo Renato Pierri
Cristo qui e ora secondo Il Pasquino e secondo Renato
Pierri
Un breve articolo apparso il 3 aprile sul Giornale di
Controinformazione, Il Pasquino, mi ha fatto tornare alla mente una mia lettera
che scrissi quando sul soglio di Pietro, tra “ori e marmi lucenti”, c’era ancora
Joseph Ratzinger. Trascrivo l’uno e l’altra.
«Ci ho pensato in questi giorni. Mi sono chiesto: ma se
fosse risorto in questi nostri tempi cosa avrebbe detto colui che sacrificò la
sua vita per gli altri? Forse non avrebbe detto niente, crocifisso una seconda
volta dal male che regna sovrano.
O forse no, forse avrebbe urlato assieme ai giovani
palestinesi, contro chi uccide persone disarmate e si ritiene “popolo eletto”,
forse avrebbe aiutato quei migranti respinti dalla marina libica armata da
Minniti e avrebbe impedito che fossero rinchiusi in quei lager dove vengono
torturati e stuprati, forse avrebbe condannato, con ferocia, chi uccide per
profitto e sfrutta chi lavora onestamente, rendendo la morte un fattore
prevedibile nelle 8 e più ore giornaliere a cui sono costretti gli schiavi del
job acts, forse avrebbe accolto a se quei bambini del mondo lasciati nella
povertà dal silenzio e dall’indifferenza di un capitale che non ha né anima né
scrupoli, forse avrebbe cacciato dai templi del potere chi quel potere lo usa
per corrompere, per inquinare, per distruggere, per ammazzare … forse avrebbe
fatto quello che dovremmo fare noi e che invece non facciamo. Se fosse risorto
in questi nostri tempi, non gli sarebbe piaciuto niente, a cominciare dal nostro
silenzio.
Il Pasquino».
Sugo del discorso: dopo duemila anni di cristianesimo
questo povero mondo continua a fare abbastanza schifo.
Ed ecco che cosa scrivevo nel giugno del 2007 sul
quotidiano Liberazione:
«Alle volte mi lascio trasportare dalla fantasia, e cerco di
immaginare come sarebbe il mondo oggi, se il Signore che i discepoli
incontrarono sulla strada di Emmaus, non fosse sparito appena dopo che essi lo
riconobbero (cfr Lc 24,31); se fosse rimasto per sempre sulla terra. Certamente
lo avrebbero nuovamente crocifisso; avrebbero messo non una pietra ma un macigno
davanti al sepolcro, e mille guardie armate. Ma Gesù sarebbe risorto ancora. Un
miracolo perpetuo per il mondo intero. Gli increduli lo avrebbero ancora chissà
quante volte ucciso, torturato, bruciato sul rogo, arso nei forni crematori; e
Gesù sarebbe risorto ancora; e alla fine la gente si sarebbe persuasa della sua
divinità. E il mondo? Certamente saremmo tutti un pochino più cristiani, magari
anche gli induisti, i buddisti, gli ebrei e i musulmani. Tutti un pochino più
cristiani; e il mondo un po’ più giusto. E la Chiesa? La Chiesa anche sarebbe
più cristiana. Ovviamente il suo Capo non sarebbe il Papa, ma Gesù in persona.
Però, per quanti sforzi faccia con la fantasia, non riesco ad immaginare Gesù in
Vaticano. Non riesco a figurarmelo tra lucidi marmi ed ori lucenti, circondato
da colti prelati. Non mi rappresento Gesù capo di Stato. Non riesco, ad esempio,
ad immaginarlo mentre riceve uomini potentissimi, grandissimi peccatori mai
pentiti, che non vanno da lui ad inginocchiarsi per chiedere perdono, ma per
ricevere strette di mano, sorrisi e doni. Per quanti sforzi faccia con la
fantasia, la diplomazia, che in fondo è anche ipocrisia, non riesco a
figurarmela in Gesù. Immaginare la Chiesa d’oggi, e Cristo qui e ora, è quasi
una follia».
Renato Pierri
Thursday, April 05, 2018
Perché va bene abolire l'ergastolo e non va bene "abolire" l'inferno?
Perché va bene abolire l'ergastolo e non
va bene "abolire" l'inferno?
Come mai? Come mai le stesse persone buone e oneste che
auspicano l’abolizione dell’ergastolo, si sono scandalizzate alla notizia della
“abolizione” dell’inferno come pena eterna? Come mai tanta preoccupazione al
solo pensiero che il Papa possa aver detto che l’inferno non può esistere
eternamente? Come mai nessuno si è fermato solo un attimo a riflettere se sia
giusto il concetto di un inferno eterno? Semplicemente perché molte persone
buone e oneste ragionano come i Testimoni di Geova, pure buoni e onesti:
“La Bibbia recita così? Allora significa che così è”. Oppure come alcuni
musulmani, pure buoni e onesti: “Il Corano recita così? Allora significa che
così è”. E’ in realtà ragionano per modo di dire, giacché la ragione in tal
modo va a farsi friggere. E se si provasse a riflettere appena un po’ sul
concetto di inferno eterno? Sul significato di eternità riferita a Dio? Come
possono, l’inferno e coloro che vi abiterebbero, diavoli e dannati, essere
eterni, immutabili come Dio?
Emidio Sani
Wednesday, April 04, 2018
L'uovo di cioccolato e l'uovo vero di gallina
L'uovo di cioccolato e l'uovo vero di gallina
Non ci crederete ma è la
prima volta in vita mia, alla bella età di 82 anni, che ricevo in dono un uovo
di cioccolato. E non crederete neppure che non mi è mai venuto in mente che a
qualcuno potesse venire in mente di donarmi un uovo di cioccolato. Me lo hanno
regalato l’uovo di cioccolato. Molto tempo fa in dono ho ricevuto un uovo vero,
un uovo di gallina voglio dire, ma non sodo e colorato, dipinto in occasione
delle feste pasquali. Un uovo vero di gallina sbattuto con lo zucchero, sbattuto
a mano col cucchiaino nel bicchiere. Una crema deliziosa. Altro che cioccolato!
Ho un ricordo, un ricordo lontano. Ero piccolo quando mi regalarono un uovo vero
di gallina sbattuto a lungo nel bicchiere. Non tanto piccolo da dimenticare. Ero
stato malato, a letto, non ricordo per quanto tempo e per quale malanno, certo è
che quando mi ripresi, mia madre vedendomi un po’ sciupato e pallidino, disse
suppergiù: “Questo povero figlio mio si è sciupato, ha bisogno di uova
sbattute”. E sbatté a lungo l’uovo con lo zucchero nel bicchiere, fino a che si
addensò e divenne una bella crema. Sapete, vero, che sbattendo l’uovo con lo
zucchero si ottiene una bella crema densa? Senza l’albume, ovviamente. Senza
l’albume va sbattuto. Mi piacque da morire. Il giorno dopo mia madre non pensò a
sbattermi un altro uovo. E neppure i giorni successivi. Non ne vidi altre di
uova sbattute con lo zucchero. Eppure il giorno successivo e per altri giorni
ancora continuai ad essere il povero figlio sciupato. Era tempo di guerra e
tutto costava. Anche le uova di gallina costavano. Che cosa mi piace di più?
L’uovo di cioccolato o l’uovo di gallina? L’uovo di gallina sbattuto a mano nel
bicchiere con lo zucchero. Magari con un goccio di marsala, se mi vedete un po’
sciupato.
Renato Pierri
Monday, April 02, 2018
L’inferno nell’eternità non può esistere. Se il Papa lo avesse detto, avrebbe torto o ragione?
L’inferno nell’eternità non può esistere. Se il
Papa lo avesse detto, avrebbe torto o ragione?
L’ha detto o non l’ha detto il Papa a Eugenio Scalfari
che l’inferno nell’eternità non può esistere? Secondo me, ma è solo un’opinione
mia, ovviamente, solo una opinione, il Papa ha proprio detto a Eugenio Scalfari
che l’inferno nell’eternità non può esistere. Secondo me, ma è solo un’opinione,
eh, questo Papa oltre ad essere buono e intelligente, è anche furbo. Si può
dire, vero, che il Papa è furbo? Non è una mancanza di rispetto? Ma no, ma no,
dai. Dunque: lui sa perfettamente che non può dire apertamente ciò che pensa,
vale a dire che l’inferno non può esistere per tante ragioni, sa che mezzo mondo
cattolico e non cattolico gli salterebbe addosso, e allora che fa? Lo dice
all’amico Eugenio Scalfari, sapendo perfettamente che l’amico Eugenio Scalfari
riporterà il suo pensiero su La Repubblica. E del resto, Eugenio Scalfari,
proprio perché gli è amico, gli ha chiesto il permesso di riportare il suo
pensiero su La Repubblica. E lui il permesso glielo ha dato. E adesso il Papa
sta zitto, non smentisce Eugenio Scalfari, eppure sarebbe l’unico a poterlo
fare, perché solo lui sa se lo ha detto e non lo ha detto. E secondo me, ma
anche questa è solo un’opinione, ci si sta anche divertendo un poco ad assistere
alla reazione di tanti cattolici e non cattolici.
Visto che mi ci trovo, colgo
l’occasione, per riportare un’altra ragione (una già l’ho riportata in un
precedente articolo) che induce il teologo Vito Mancuso a ritenere che l’inferno
nell’eternità non possa esistere. Scrive: “L’Inferno, se esiste, esiste
necessariamente nel tempo, e quindi, come il tempo, è necessariamente destinato
a finire. Proprio alla luce della sua essenza, l’Inferno non è pensabile come
eterno. Il concetto di “Inferno eterno” è contraddittorio, equivale a qualcosa
tipo “oscurità luminosa”, e la mente che lo ospita è costretta a lavorare con il
concetto puerile di eternità come tempo infinito, e non sa pensare Dio come
conviene alla potenza e alla maestà di questa idea”. E più avanti: “L’Inferno
nell’eternità non esiste, perché in questa dimensione, che è ordine e perfetta
armonia, il massimo del disordine e della disarmonia non può sussistere. Parlare
dell’eternità dell'Inferno è una contraddizione assoluta, come il ritenere che
le tenebre esistano nella luce o il freddo nel caldo” (L’anima e il suo destino,
Cortina Editore, pp. 262 – 263).
Ora, anziché scervellarsi per
stabilire se il Papa l’ha detto o non l’ha detto, non converrebbe scervellarsi
per confutare le argomentazioni di Mancuso? Può esistere l’inferno
nell’eternità? Se il Papa lo avesse detto, avrebbe torto o
ragione?
Renato Pierri
(Scrittore)
Sunday, April 01, 2018
L’inesistenza dell’inferno: scampato pericolo per Antonio Socci
L’inesistenza dell’inferno: scampato pericolo per
Antonio Socci
Antonio Socci dovrebbe essere contento di apprendere da
Papa Francesco che non esiste l’inferno. Eh, sì, perché un signore che dà sempre
addosso al Papa appena questi apre bocca, rischia di finirvi all’inferno.
Scherzo, ovviamente. Però è vero che Antonio Socci non perde occasione per
criticare il Papa e questo lo rende poco credibile anche quando magari ha
ragione. Questa volta, però, non mi sembra abbia ragione. Non si può affermare
che l’inferno esiste solo perché nelle Scritture si parla dell’inferno.
Qualcuno, magari lo stesso Socci, potrebbe subito obiettare che allora non si
può affermare, per esempio, la nascita verginale di Gesù solo perché è scritto
nel Vangelo. Ma l’obiezione è sbagliata. La nascita verginale di Gesù, oppure,
non so, la sua risurrezione, sono in contrasto con le leggi della natura, ma non
sono in contrasto col concetto che il credente ha di Dio. L’inferno è in
contrasto con la misericordia infinita di Dio, ed è sicuramente questo che ha
persuaso il Papa della inesistenza dell’inferno. Magari il Papa avrà anche letto
“L’anima e il suo destino” di Vito Mancuso, il teologo cattolico che espone
diverse buonissime ragioni che negano l’esistenza dell’inferno come pena eterna.
Per non annoiare il lettore mi limito a trascriverne una: «Gesù
ha insegnato a perdonare “settanta volte sette”, cioè sempre. Infatti, fino a
quando non si perdona, il male subito agisce in noi provocando malessere,
desiderio di vendetta, collera, disarmonia. La nostra energia interiore ne viene
risucchiata, sporcata. Occorre perdonare anzitutto per il bene di se stessi...
Solo in un secondo tempo, potrà sorgere il perdono anche come attivo sentimento
verso colui che ci ha procurato il male».
Penso che il lettore abbia già capito, ma trascrivo alcune righe più avanti:
«La teologia
che sottostà alla dannazione eterna non attribuisce a Dio, al Padre degli
uomini, nemmeno questo primo livello del perdono come buon senso e ne fa un Dio
perpetuamente irato, roso dal risentimento. Il Dio di cui si pensa che mantenga
l’eternità della dannazione per goderne lui e i suoi eletti, è un Dio abitato
dall’ira, desideroso di vendetta, maschile, troppo maschile» (pp. 258 - 259).
In
una lettera apparsa su Il Manifesto del 16 gennaio 2007, scrivevo: “Riguardo
alla dannazione eterna, in realtà, è difficile immaginare che Dio, Padre della
misericordia, non abbia dato la possibilità anche all'anima più nera, di
pentirsi amaramente, per tornare cambiato alla casa del padre; così come nella
parabola del figliol prodigo”.
Ecco.
Perché Antonio Socci non prova a confutare le tante ragioni che inducono ad
escludere l’esistenza dell’inferno, anziché appellarsi alle
Scritture?
Renato Pierri
(Scrittore)
