Sunday, October 29, 2017
Perché ci s’identifica col carnefice e non
con la vittima?
Calmatesi un
poco le acque intorno alla misera vicenda del produttore cinematografico
statunitense, che approfittava del suo potere per molestare le donne, mi
piacerebbe che gli psicologi spiegassero le ragioni che hanno indotto molte
persone nel nostro Paese a schierarsi dalla parte del molestatore e non dalla
parte delle donne molestate. Perché è vero che viviamo ancora in una società
patriarcale, e c’è la tendenza da parte sia di donne sia di uomini a
giustificare Adamo e a colpevolizzare Eva, ma mi sembra che ci sia dell’altro,
qualcosa che non ha a che fare col maschilismo che, come si sa, appartiene anche
alle donne. Mi sembra ci sia una tendenza da parte di alcuni ad identificarsi
col carnefice anziché con la vittima e quindi a cercare giustificazioni: se
Caino è arrivato ad uccidere Abele, significa che è stato portato
all’esasperazione, che è stato provocato, altrimenti non sarebbe arrivato a
compiere un’azione così cattiva. Ma quale la ragione che spinge ad identificarsi
con il carnefice e non con la vittima?
Renato Pierri
Wednesday, October 25, 2017
I discorsi irrazionali di Paolo VI nella Humanae vitae
I discorsi irrazionali di Paolo VI nella Humanae vitae
Mi capita alle volte di leggere articoli del quotidiano
dei vescovi, poiché riportati sul blog “Come Gesù” del prete e scrittore Mauro
Leonardi. Questo, apparso su Avvenire il 20 ottobre, l’ho letto con
soddisfazione e amarezza ad un tempo. Soddisfazione, giacché constato che
finalmente la Chiesa comincia a rendersi conto di errori che segnalo da molti
anni, amarezza nel pensare a quanta sofferenza inutile, patemi d’animo, rimorsi,
hanno causato quegli errori, amarezza nel costatare con quanta lentezza la
Chiesa si rende conto dei propri sbagli e con quanta lentezza ancora, dopo
essersene resa conto, vi pone rimedio.
Il sottotitolo dell’articolo: “Sessualità, generazione
e famiglia a 50 anni dall’enciclica di Paolo VI. A livello internazionale si
accende lo scontro. Dalla Gregoriana proposta per approfondire e ipotizzare
nuovi percorsi”.
E qualche riga: “La difesa a oltranza dei metodi
naturali dev’essere considerato criterio assoluto e intangibile per la
regolazione delle nascite? È vero che il presunto obbligo non discende né da
principi scientifici concordemente accettati né da dichiarazioni magisteriali
che hanno il sigillo dell’infallibilità e
dell’immutabilità?
Sono domande che tornano con frequenza in questi giorni,
in vista di un anniversario atteso e temuto, quello del cinquantenario
dell’Humanae vitae, l’enciclica che, mentre apre al concetto di paternità e di
maternità responsabile, vieta l’uso della contraccezione chimica e indica come
unica prassi legittima per la regolazione delle nascite, i metodi
naturali”.
E in fondo viene anche da sorridere. Finalmente forse
qualcuno si accorgerà che certe affermazioni di Paolo VI nella Humanae vitae,
non solo non trovano serio fondamento nelle Scritture, ma stridono con la
ragione e il buon senso. Ecco quanto scrivevo in una lettera su La Repubblica
del 24 settembre 2006:
«Avrebbe mai potuto Gesù parlare ai suoi discepoli di
mine antiuomo o di proiettili all’uranio impoverito, oppure di contraccettivi
artificiali? Mentre però il Vangelo ci fornisce ugualmente norme, che vietano
con assoluta certezza anche la fabbricazione dei micidiali strumenti di morte,
non ci dà nessuna possibilità di affermare che l’uso del profilattico sia
immorale. La Chiesa, non potendo ricorrere al Vangelo, per sostenere l’illiceità
dei contraccettivi artificiali, si arrampica sugli specchi con un ragionamento
di questo tipo: “Tale dottrina, più volte esposta dal Magistero, è fondata sulla
connessione inscindibile, che Dio ha voluto e che l’uomo non può rompere di sua
iniziativa, tra i due significati dell’atto coniugale: il significato unitivo e
il significato procreativo (Paolo VI, Lettera enciclica Humanae vitae,
12).
In merito, c’è semplicemente da
osservare:
- Il fatto che Dio “abbia voluto” la connessione dei due
aspetti, non significa per niente che li abbia voluti
inscindibili.
- L’affermazione è in contraddizione palese con la
liceità, ammessa dalla Chiesa stessa, del ricorso ai periodi infecondi per
evitare una gravidanza indesiderata. Infatti i due significati, in tal caso,
vengono di fatto scissi. Fatta la legge trovato l’inganno. E qui ad essere
ingannato è il buon Dio: non vuole che faccia l’amore senza procreare? Gli secca
un po’? E va bene, vuol dire che farò l’amore solo nei periodi infecondi...
Rendendosi conto della contraddizione, Paolo VI, pensa,
pensa, e trovò la falsa soluzione: “In realtà, tra i due casi [ricorso ai
periodi infecondi, e ricorso ai contraccettivi] esiste una differenza
essenziale: nel primo caso i coniugi usufruiscono legittimamente di una
disposizione naturale; nell’altro caso essi impediscono lo svolgimento dei
processi naturali”.
Ma certo, gli sposi, ricorrendo ai contraccettivi, non
assecondano la natura. Ma qualora siano attratti irresistibilmente l’uno verso
l’altro, e desiderino ardentemente concepire un figlio, ma reprimano il loro
desiderio, che fanno? Assecondano la natura oppure ostacolano il suo corso? E’
sin troppo chiaro che cambia la forma e non la
sostanza.
Ad ogni modo, l’uso del profilattico non riguarda solo
la procreazione; si tratta anche di evitare, con l’uso di un mezzo innocuo, che
una tremenda malattia continui a diffondersi, mietendo vittime e producendo
sofferenza a non finire. L’indifferenza della Chiesa di fronte a questa
tragedia, non solo non si basa sullo spirito del Vangelo, ma addirittura
contrasta palesemente con esso».
Questo scrivevo più di dieci anni fa.
Aggiungo, oggi: chi ha
stabilito che impedire lo svolgimento di processi naturali sia sempre un male?
Che cosa cambia se due sposi non si uniscono e non procreano, oppure si uniscono
e non procreano? Quale il danno? Si offende il buon Dio?
Viene fatto di chiedersi come sia possibile che persone
colte e intelligenti possano fare discorsi che non hanno nulla di razionale. E’
il pregiudizio. Il pregiudizio può confondere la mente anche di persone
intelligenti. Se non riesco a liberarmi dall’idea che l’unione carnale è cosa
cattiva, sporca, non buona, farò mille acrobazie per dimostrare che è lecita
solo se finalizzata alla procreazione.
Renato Pierri
Tuesday, October 24, 2017
Quando non si resiste alla tentazione di dire: “Se l’è andata a cercare”
Quando non si resiste alla tentazione
di dire: “Se l’è andata a cercare”
Dovrebbero essere tutti d’accordo,
donne e uomini, a fare il processo ai molestatori, ai violentatori, agli
approfittatori, e non alle loro vittime, e invece nel nostro paese, chissà
perché, molte donne e molti uomini non resistono alla tentazione di dire: “Se
l’è andata a cercare”.
Un noto settimanale ha pubblicato la
lettera sconcertante di un lettore, che trascrivo in parte: “Nei combattimenti esistono sia la boxe sia le risse di
strada. Nella boxe si combatte all’interno di un codice articolato, nelle risse
vale tutto. Ora, quando leggo della difesa unilaterale delle attrici o aspiranti
tali, mi pare che si faccia confusione tra le due situazioni. Quella attrice
italiana figlia di, che deplora che a sedici anni un regista l'abbia molestata
sessualmente, con quali regole giocava? O forse a ventun anni, a tu per tu col
più famoso produttore di Hollywood, temibile orco, era lì per incontestabile
bravura? Come mai lei aveva chance che per il resto del mondo sono sogni a occhi
aperti? Piacciono i vantaggi senza un perché, qualche costo fuori misura invece
è sentito come intollerabile soperchieria. Vogliono la rissa da strada quando le
avvantaggia, ma le regole della boxe quando le buscano”.
Il lettore comincia con un paragone
che c’entra come i cavoli a merenda. Che cosa c’entra il combattimento, con Asia
Argento appena sedicenne molestata dal regista? Era andata dal regista per
combattere con lui, per scontrarsi con lui? Che cosa c’entra il combattimento
col rapporto di Asia Argento col produttore schifoso molestatore? L’attrice si
era recata da lui per combattere con lui, per scontrarsi con lui? Poi la domanda
insensata: “Con quali regole giocava?”. Magari ce lo potrebbe spiegare il
lettore. Regole segrete di seduzione? E come si permette il lettore? E poi:
“Era lì per incontestabile bravura?”. E se non fosse? Che significa? E ancora:
“Come mai lei aveva chance che per il resto del mondo sono sogni a occhi
aperti?”. Ma guarda un po’. E’ una colpa avere un genitore noto regista? E poi:
“Piacciono i vantaggi senza un perché, qualche costo fuori misura invece è
sentito come intollerabile soperchieria”. Ma è una colpa essere figlio di
persone ricche o famose? E se uno approfitta dei vantaggi che ne derivano, deve
subire “costi fuori misura” (eufemismo) vale a dire schifose prepotenze? Ma che
discorso è? Infine: “Vogliono la rissa da strada”. Anche questo c’entra come i
cavoli a merenda.
I giornalisti pubblicano tutto, i
conduttori televisivi mostrano tutto, importante è attirare l’attenzione, fare
spettacolo.
Carmelo Dini
Sunday, October 22, 2017
L'Antico Testamento ignora la trasmissione del peccato originale
L'Antico Testamento ignora la trasmissione del peccato originale
«Perciò, come a causa di
un solo uomo il peccato entrò nel mondo e attraverso il peccato la morte, e così
la morte dilagò su tutti gli uomini per il fatto che tutti peccarono... » (Rm 5,
12). E’ questo uno dei versetti della Lettera ai Romani di San Paolo, sui quali
la Chiesa fonda essenzialmente la dottrina della trasmissione del peccato
originale.
Però, sia il Vangelo, come già ho scritto in
un precedente articolo, sia l’Antico Testamento, non solo ignorano la dottrina
della trasmissione del peccato originale, ma addirittura sembrano escluderla. E
pensare che proprio l’Antico Testamento ne avrebbe dovuto parlare, giacché è la
Genesi a narrarci del peccato di Adamo ed Eva. Perché nessun cenno alla
trasmissione del peccato a tutti gli uomini, della quale parla San Paolo? Forse
perché, contrastando con la ragione e il senso della giustizia, non venne in
mente agli autori biblici?
Ma vediamo qualche passo dell’Antico Testamento che
ignora e sembra escludere la trasmissione del peccato
originale.
“Il Signore disse a Noè: «Entra nell'arca tu con
tutta la tua famiglia, perché ti ho visto giusto dinanzi a me in questa
generazione” (Gn 7, 1). Noè è descritto così: “Noè era un uomo giusto, integro
tra i suoi contemporanei, e camminava con Dio” (Gn 6,9). Ma non solo lui era
giusto: “Con te stabilirò la mia alleanza: entrerai nell’arca tu e i tuoi figli,
tua moglie e le mogli dei figli tuoi”. Narrazione fantasiosa, ovviamente, ma
resta il fatto che si parla di uomini giusti che “camminano col Signore”. La
domanda è: “Agli occhi del Signore, Noè e la sua famiglia avevano “una natura
umana decaduta e contaminata dal peccato originale” (cfr par. 1250 del
Catechismo)? Se lo sarà chiesto San Paolo?
In Ezechiele leggiamo: “Se uno è giusto e osserva le
norme e la giustizia, non fa pasti sacri sui monti e non alza gli occhi verso
gli idoli... segue i miei decreti e rispetta le mie norme, così da comportarsi
rettamente, questi è giusto e di certo vivrà: oracolo di Dio, mio Signore” (18,
5. 6. 9).
E in Isaia: “Ecco, un re regnerà secondo giustizia
ed i principi reggeranno secondo il diritto” (32,1).
Salmo 1, 1- 2: “Beato l’uomo che non camminò nel
consiglio degli empi e nella via dei peccatori non ristette e nel consesso dei
beffardi non s’assise; ma nella legge del Signore è il suo diletto”.
Insomma, è evidente che nell’Antico Testamento, per
essere in grazia di Dio, basta “camminare col Signore”, fare la volontà di Dio,
fare il bene e non il male.
Ma torniamo ancora alla Genesi, il libro per
l’appunto che narra del peccato dei primi uomini e quindi più di altri, come
accennavo, avrebbe dovuto fare almeno un cenno alla trasmissione del peccato a
tutte le generazioni.
In Genesi 9, Noè è considerato un nuovo Adamo, ed
infatti il Signore parla a Noè come se fosse Adamo prima del peccato: “Poi Dio
benedisse Noè e i suoi figliuoli e disse loro: «Siate fecondi e moltiplicatevi e
riempite la terra...» (Gn 9,1).
Nella Prima Lettera ai Corinzi, San Paolo scrive che
Cristo è morto in croce a causa dei nostri peccati, senza fare cenno al peccato
originale: “ Vi ho trasmesso dunque, anzitutto, quello che anch'io ho ricevuto:
che cioè Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture”.
Se non avesse espresso quel pensiero nella Lettera
ai Romani, probabilmente nessuno, basandosi sul Vangelo e sull’Antico
Testamento, avrebbe potuto ritenere che i bambini “nascono con una natura umana
decaduta e contaminata dal peccato originale”, bisognosi d’essere “liberati dal
potere delle tenebre”(n. 1250 del Catechismo).
Renato Pierri
Wednesday, October 18, 2017
Lievemente avvelenati con Asia Argento, non si sa perché
Lievemente avvelenati con Asia Argento, non si sa perché
Mia figlia ha
sonno, mi dà la buonanotte in un messaggio sul cellulare, io le do la
buonanotte, ma le faccio presente che tra qualche minuto Bianca Berlinguer
intervisterà Asia Argento. “Buonanotte”. “Buonanotte a te”, ha proprio sonno la
figlia. Ma questa mattina trovo sul cellulare il messaggio: “Vista tutta
l’intervista ad Asia Argento. Coraggiosa e commovente. Grazie di avermela
segnalata”. Le ho risposto così: “Commosso anch’io. E’ stata grande. Schifato,
disgustato per la reazione di tanta gente nel nostra Paese”. Disgustato, in
realtà dalla reazione di certi uomini, e sconcertato dalla reazione di certe
donne. Si continua a confondere la libertà di pensiero con la libertà di
offendere, di far del male a chi, tra l’altro, non ci ha fatto alcun male. Tutti
addosso ad Asia Argento, e non si sa perché. In alcuni salta fuori il solito
maschilismo più o meno consapevole, in altri gioca il semplice gusto d’essere
bastian contrario. Disgustato da certi articoli su alcuni quotidiani, da certi
titoli che mi vergogno persino a riportare. Sconcertato invece dalla reazione
delle signore lievemente avvelenate con Asia Argento, non si sa perché. Nel
salotto di Bruno Vespa, dove domina il sorriso sempre, anche quando si parla di
tragedie, una signora, scrittrice mi pare, è rimasta colpita dal fatto che il
padre di Asia ha dichiarato che non sentiva la figlia di tempo. “Eh, bel
rapporto col padre!”, ha commentato la signora, come se questo potesse
minimamente avere a che fare con la denuncia di Asia Argento. C’entrava come i
cavoli a merenda.
A me Asia Argento è sempre piaciuta. Adesso
mi piace mille volte di più.
Tuesday, October 17, 2017
Il Vangelo ignora la trasmissione del peccato originale
Il Vangelo ignora la trasmissione del peccato originale
Il
mio breve articolo “Il peccato originale. Qualcosa non quadra...”, apparso su
Rosebud il 14 ottobre, riportato il giorno successivo sul blog “Come Gesù” del
prete e scrittore Mauro Leonardi, ha suscitato diversi commenti che mi hanno
indotto ad aggiungere qualche altra considerazione. Paolo VI nel 1968 dichiarò:
"Noi crediamo che in Adamo tutti hanno peccato; il che
significa che la colpa originale da lui commessa ha fatto cadere la natura
umana, comune a tutti gli uomini, in uno stato in cui essa porta le conseguenze
di quella colpa, e che non è più lo stato in cui si trovava all'inizio nei
nostri progenitori, costituiti nella santità e nella giustizia, in cui l'uomo
non conosceva né il male né la morte” (Professione di fede). E nel Catechismo
della Chiesa cattolica al paragrafo 1250 si legge: “Poiché nascono con una
natura umana decaduta e contaminata dal peccato originale, anche i bambini hanno
bisogno della nuova nascita nel Battesimo per essere liberati dal potere delle
tenebre e trasferiti nel regno della libertà dei figli di Dio, alla quale tutti
gli uomini sono chiamati”.
Ora, è interessante notare che gli evangelisti ignorano
completamente la trasmissione del peccato originale. Ma non l’ignorano perché la
danno per scontata, la ignorano perché per loro sembra non esistere. Non fanno
mai, infatti, il benché minimo cenno ad una cosa così importante, pur avendone
più volte l’occasione. Gli uomini, nel Vangelo, non sono considerati “con una
natura umana decaduta e contaminata dal peccato originale”. La preoccupazione di
Gesù non è per tutti gli uomini che “hanno peccato in Adamo”, ma è per i
peccatori, ben distinti dai giusti.
In Matteo si legge: “In quei giorni comparve Giovanni il
Battista... dicendo: «Convertitevi, poiché vicino è il
regno dei cieli!»... A lui accorrevano da Gerusalemme... e si facevano
battezzare da lui nel fiume Giordano, confessando i loro peccati” (cfr Mt 3, 1 –
5). In questo passo del Vangelo si parla di conversione, di peccati, nessun
cenno al peccato originale. Lo scopo del battesimo nel Giordano non è di
cancellare le conseguenze del peccato di Adamo.
Più avanti, sempre in Matteo: “Ora avvenne che, mentre era a
mensa nella casa, molti pubblicani e peccatori vennero a mangiare con Gesù e con
i suo discepoli. Vedendo ciò, i farisei dissero ai discepoli: «Perché il vostro maestro mangia con
i pubblicani e i peccatori? Egli, saputolo, disse: «Non hanno bisogno del medico
i sani, ma i malati... Non sono venuto, infatti, a chiamare i giusti, ma i
peccatori» (cfr Mt 9, 10 – 13). Ecco, ad avere bisogno del medico
non sono tutti gli uomini, ma solo i peccatori. Se tutti gli uomini avessero
“peccato in Adamo”, se tutti avessero una “natura contaminata dal peccato
originale”, tutti avrebbero bisogno del medico. Gesù ignora le conseguenze del
peccato originale.
Ancora in Matteo: “Ed ecco un tale gli si avvicinò e
disse: «Maestro, che cosa debbo fare di
buono per acquistare la vita eterna?». Egli a lui:
«Se... vuoi entrare
nella vita, osserva i comandamenti»... Gli dice il
giovane: «Tutte queste
cose le ho osservate; che cosa ancora mi manca?». Gesù a lui: «Se vuoi essere
perfetto, va’, vendi quello che hai e dallo ai poveri, e così avrai un tesoro in
cielo: poi vieni e seguimi» (cfr Mt 19, 16 – 21).
E il
peccato originale? Gesù si dimentica del peccato originale. E’ chiaro che qui
non si tratta di quel tale, ma di tutti gli uomini, e quale occasione migliore
di questa per accennare alla “natura contaminata”, alla macchia che solo il
Battesimo cancellerebbe?
Ma in fondo, anche quando Gesù dice: “Andate dunque,
ammaestrate tutte le genti, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e
dello Spirito Santo”, non sembra riferirsi in alcun modo ad un battesimo che
cancella le conseguenze del peccato di Adamo.
C’è o non c’è qualcosa che non quadra? E non dovrebbe
essere un grave peccato ritenere l’uomo così potente da modificare per sempre la
natura umana, la stessa creazione?
Renato
Pierri
Il peccato originale. Qualcosa non quadra...
Il peccato originale. Qualcosa non
quadra...
Sul blog “Come Gesù” del prete e scrittore Mauro
Leonardi, si possono leggere concetti come i seguenti:
«Si
nasce col peccato originale. E il dogma della Chiesa dice che il peccato
originale ferisce l’uomo in naturalibus, nelle sue dimensioni naturali... Il
peccato originale impedisce alla lunga anche di accorgersi che l’aborto è
peccato, perché il peccato originale ferisce gli uomini nell’intelligenza
naturale: per il peccato originale è offuscata l’intelligenza in quanto tale,
non solo è indebolita la volontà. Per cui, anche ciò che è naturale, anche ciò
che è creaturale, anche ciò che è contro il cuore, contro il gesto creaturale,
l’uomo è annebbiato nel riconoscerlo. Non è che non lo può riconoscere, ma è
annebbiato dentro. Non si capisce la realtà, non si capisce il mondo, se non si
parte da qui».
E poi, per dimostrare l’immensa bontà e misericordia
divina:
«Papa
Francesco ha detto: “Dio non nasconde il peccato, ma lo distrugge e lo cancella;
ma lo cancella proprio dalla radice. Dio cancella il nostro peccato proprio
dalla radice, tutto! Perciò il penitente ridiventa puro, ogni macchia è
eliminata ed egli ora è più bianco della neve
incontaminata”».
Niente di male. Ognuno è libero di esprimere il proprio
pensiero. Ma il fatto è che alcuni sul blog applaudono, altri tacciono, il che
di norma significa che acconsentono, e nessuno ha niente da ridire. Eppure a me
pare che qualcosa non quadri.
Se la libertà dell’uomo con tutti i limiti che
conosciamo è anche fortemente condizionata dal peccato originale al punto da
offuscare l’intelligenza, da impedire alla lunga di accorgersi che, non so,
l’omicidio è peccato, la colpa, se esiste, è ridottissima, quasi inconsistente.
Ne consegue che tante lodi al Signore per la sua infinita misericordia non sono
giustificate. Non occorre una misericordia infinita per concedere il perdono a
chi ha una colpa lieve, quasi inconsistente, giacché quasi privo della libertà.
Ma siamo proprio certi che esistano le conseguenze di un
peccato originale? Nel vangelo di Giovanni si legge: «Ecco
l’agnello di Dio che toglie il peccato dal mondo» (Gv 1,29). Lo ha tolto o non
lo ha tolto il peccato dal mondo? E in Isaia 53,12: «Il giusto mio servo
giustificherà le moltitudini addossandosi egli le loro iniquità». Se ne deduce
che tutti i bambini del mondo nascono “più bianchi della neve incontaminata”.
Oppure no? Oppure l’immensa misericordia divina non poteva giungere fino a
questo punto? Non poteva cancellare il peccato originale “proprio alla radice”?
Non poteva? E l’Immacolata Concezione? Madonna sì, bambini no? Qualcosa non
quadra.
Il teologo Vito Mancuso scrive: “Sarebbe opportuno
liberarsi dalla visione distorta del peccato originale, e smettere di
considerare l’uomo, per il semplice fatto di essere nato, un peccatore. Il
peccato originale è un’offesa alla creazione, un insulto alla vita, uno sfregio
all’innocenza e alla bontà della natura, alla sua origine divina” (L’anima e il
suo destino, pag. 167). Come non dargli ragione?
Renato Pierri
Thursday, October 12, 2017
Il giudizio finale, e la monaca di clausura “Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua maestà... egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dai capri, e metterà le pecore alla sua destra, i capri invece alla sua sinistra... Quindi dirà a quelli che stanno alla sinistra: «Andate via da me, o maledetti... Poiché: ebbi fame e non mi deste da mangiare, ebbi sete e non mi deste da bere, ero pellegrino e non mi ospitaste, nudo e non mi copriste, ero in carcere e non veniste a trovarmi... ». Una monaca di clausura, alla sua sinistra, rispose: «Signore, quando ti vidi avere fame o sete, essere pellegrino o nudo, infermo o in carcere, e non ti ho servito?». Il Signore rispose: «Ciò che non hai fatto a uno di questi più piccoli, non l’hai fatto a me». «Ma come avrei potuto servirti, Signore, trovandomi chiusa nel monastero in cui entrai per stare più vicino a te?». Il Signore: «E come potevi starmi vicino se ero pellegrino, infermo, carcerato, e non mi hai curato?». «Signore, per il pellegrino, per l’infermo e il carcerato, io ho tanto, tanto pregato». Il Signore misericordioso comprese le buone ingenue intenzioni della monaca, la perdonò, e la fece passare tra le pecore alla sua destra. Questa parafrasi del noto passo evangelico sul giudizio finale (Mt 25), dimostra che l’istituzione della clausura è in contrasto e con la ragione e col vangelo. Ma che la clausura non sia in armonia col vangelo, lo dimostrò, senza rendersene conto ovviamente, Benedetto XVI nell’enciclica Deus Caritas. Così scriveva al n. 18 della Lettera: "Se però nella mia vita tralascio completamente l'attenzione per l'altro, volendo essere solamente «pio» e compiere i miei «doveri religiosi», allora s'inaridisce anche il rapporto con Dio. Allora questo rapporto è soltanto «corretto», ma senza amore. Solo la mia disponibilità ad andare incontro al prossimo, a mostrargli amore, mi rende sensibile anche di fronte a Dio...Amore di Dio e amore del prossimo sono inseparabili, sono un unico comandamento...Così non si tratta più di un «comandamento» dall'esterno che ci impone l'impossibile, bensì di un'esperienza dell'amore donata dall'interno, un amore che, per sua natura, deve essere ulteriormente partecipato ad altri". Ora, è chiaro che l'amore per il prossimo tra le mura di un monastero è solamente pura astrazione: allontanarsi dal prossimo, separarsi da esso e "partecipargli" amore è contraddittorio. Del resto, basta ricordare la parabola del buon Samaritano (Lc 10,25ss); una monaca di clausura non avrebbe alcuna possibilità di soccorrere il malcapitato percosso dai briganti, per il semplice motivo che non passerebbe mai per quella strada. E sarebbe sciocco pensare che quando il Signore disse agli apostoli: «Se dunque io, il Signore e il maestro, vi ho lavato i piedi, anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri» (Gv 13,14), intendesse che Pietro dovesse “lavare i piedi” a Giovanni, Giacomo a Tommaso, e via di seguito reciprocamente, separandosi dal mondo. Per conferire fondamento evangelico alla clausura ci si appella vanamente all'episodio di Marta e Maria, del vangelo di Luca: “Marta invece era assorbita per il grande servizio. Perciò si fece avanti e disse: « Signore, non vedi che mia sorella mi ha lasciata sola a servire? Dille dunque di aiutarmi ». Ma Gesù le rispose: « Marta, Marta, tu ti affanni e ti preoccupi di troppe cose. Invece una sola è la cosa necessaria. Maria ha scelto la parte migliore, che nessuno le toglierà ».” (Lc 10, 40-41). Ma la “cosa necessaria” non era il semplice fatto in sé che Maria si fosse “appartata” con Cristo, ma di ascoltare, in quel momento, la sua parola, per comprenderla appieno e metterla in pratica: “Se capite queste cose, siete beati se le mettete in pratica” (cf Gv 13,17). Renato Pierri
Il giudizio
finale, e la monaca di clausura
“Quando il Figlio
dell’uomo verrà nella sua maestà... egli separerà gli uni dagli altri, come il
pastore separa le pecore dai capri, e metterà le pecore alla sua destra, i capri
invece alla sua sinistra... Quindi dirà a quelli che stanno alla sinistra:
«Andate via da me, o maledetti... Poiché: ebbi fame e non mi deste da mangiare,
ebbi sete e non mi deste da bere, ero pellegrino e non mi ospitaste, nudo e non
mi copriste, ero in carcere e non veniste a trovarmi... ». Una monaca di
clausura, alla sua sinistra, rispose: «Signore, quando ti vidi avere fame o
sete, essere pellegrino o nudo, infermo o in carcere, e non ti ho servito?». Il
Signore rispose: «Ciò che non hai fatto a uno di questi più piccoli, non l’hai
fatto a me». «Ma come avrei potuto servirti, Signore, trovandomi chiusa nel
monastero in cui entrai per stare più vicino a te?». Il Signore: «E come potevi
starmi vicino se ero pellegrino, infermo, carcerato, e non mi hai curato?».
«Signore, per il pellegrino, per l’infermo e il carcerato, io ho tanto, tanto
pregato». Il Signore misericordioso comprese le buone ingenue intenzioni della
monaca, la perdonò, e la fece passare tra le pecore alla sua
destra.
Questa parafrasi del noto
passo evangelico sul giudizio finale (Mt 25), dimostra che l’istituzione della
clausura è in contrasto e con la ragione e col vangelo. Ma che la clausura non
sia in armonia col vangelo, lo dimostrò, senza rendersene conto ovviamente,
Benedetto XVI nell’enciclica Deus Caritas.
Così scriveva al n. 18
della Lettera: "Se però nella mia vita tralascio completamente l'attenzione per
l'altro, volendo essere solamente «pio» e compiere i miei «doveri religiosi»,
allora s'inaridisce anche il rapporto con Dio. Allora questo rapporto è soltanto
«corretto», ma senza amore. Solo la mia disponibilità ad andare incontro al
prossimo, a mostrargli amore, mi rende sensibile anche di fronte a Dio...Amore
di Dio e amore del prossimo sono inseparabili, sono un unico comandamento...Così
non si tratta più di un «comandamento» dall'esterno che ci impone l'impossibile,
bensì di un'esperienza dell'amore donata dall'interno, un amore che, per sua
natura, deve essere ulteriormente partecipato ad altri".
Ora, è chiaro che l'amore
per il prossimo tra le mura di un monastero è solamente pura astrazione:
allontanarsi dal prossimo, separarsi da esso e "partecipargli" amore è
contraddittorio. Del resto, basta ricordare la parabola del buon Samaritano (Lc
10,25ss); una monaca di clausura non avrebbe alcuna possibilità di soccorrere il
malcapitato percosso dai briganti, per il semplice motivo che non passerebbe mai
per quella strada.
E sarebbe sciocco pensare
che quando il Signore disse agli apostoli: «Se dunque io, il Signore e il
maestro, vi ho lavato i piedi, anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli
altri» (Gv 13,14), intendesse che Pietro dovesse “lavare i piedi” a Giovanni,
Giacomo a Tommaso, e via di seguito reciprocamente, separandosi dal mondo.
Per conferire fondamento
evangelico alla clausura ci si appella vanamente all'episodio di Marta e Maria,
del vangelo di Luca: “Marta invece era assorbita per il grande servizio. Perciò
si fece avanti e disse: « Signore, non vedi che mia sorella mi ha lasciata sola
a servire? Dille dunque di aiutarmi ». Ma Gesù le rispose: « Marta, Marta, tu ti
affanni e ti preoccupi di troppe cose. Invece una sola è la cosa necessaria.
Maria ha scelto la parte migliore, che nessuno le toglierà ».” (Lc 10, 40-41).
Ma la “cosa necessaria” non era il semplice fatto in sé che Maria si fosse
“appartata” con Cristo, ma di ascoltare, in quel momento, la sua parola, per
comprenderla appieno e metterla in pratica: “Se capite queste cose, siete beati
se le mettete in pratica” (cf Gv 13,17).
Renato
Pierri
Solo tra gli uomini possono esserci dei cafoni?
Solo tra gli uomini possono esserci dei
cafoni?
La solita lettera maschilista del solito maschilista,
pubblicata come il solito da Beppe Severgnini, che perde il pelo ma non il
vizio...
Su Italians – Corriere della Sera, del 10 ottobre, il
lettore Riccardo Forattieri si chiede: “Che fine hanno fatto le donne di una
volta?” E stabilisce lui, maschio, come devono essere le donne: “Compagne del
nostro sentiero della vita, tenere, gentili, affettuose, femmine q.b.a. (quanto
basta a), piacere per i nostri occhi e con la loro voce melodiosa anche per le
nostre orecchie”. Perché questo signore non si compra un paio di canarini?
Saranno un piacere per i suoi occhi e il loro canto un piacere per le sue
orecchie. Lui, il lettore, le donne le vuole “come le nostre mamme, le nostre
mogli, tenere e premurose, comprensive ma decise”. E sottomesse, no? Se ne è
dimenticato, le donne devono essere tenerissime, gentilissime, affettuosissime e
sottomesse. Il lettore è stato colpito (ma guarda un po’) da alcuni
atteggiamenti volgari di alcune donne. Dico, ma solo tra gli uomini possono
esserci dei cafoni?
Carmelo Dini
Wednesday, October 04, 2017
Figli indegni del Padre. C’è qualcosa che non quadra
Figli indegni del Padre. C’è qualcosa che non quadra
Ma insomma che storia è mai questa? Possibile che non
siamo mai degni del Signore? Prima, pieni di peccati e indegni. Poi è venuto
Gesù, i peccati se li è presi tutti su di sé, e siamo ancora colpevoli e
indegni? Qualcosa non mi quadra. E’ apparso un articolo sul blog “Come Gesù”,
intitolato: “Io non sono degno”. Ho pensato si trattasse di qualche efferato
delinquente, un incallito peccatore, uno che ne ha combinate di cotte e di
crude, come il figliol prodigo, che poi, poverino, non sembra ne avesse
combinate di così tremende, che torna pentito al padre e proclamandosi indegno
di entrare nella sua dimora. Macché! Si tratta di un religiosissimo signore
sicuramente senza orrendi peccati sulla coscienza che scrive, tra l’altro (i
puntini sono miei): «C’è un
momento preciso nel quale... mi prende uno struggimento. Esattamente lì, quando
il sacerdote alzando l’Ostia pronuncia la frase: “Beati gli invitati alla Cena
del Signore. Ecco l’Agnello di Dio, che toglie i peccati del mondo”. E siamo
chiamati a rispondere: “O Signore, non sono degno di partecipare alla tua mensa:
ma di’ soltanto una parola e io sarò salvato”. Abbasso gli occhi: non sono
degno. La traduzione in lingua italiana non rende fino in fondo. La messa
celebrata secondo il rito del Messale promulgato da Papa Paolo VI in latino usa
una formula differente... “Ecce Agnus Dei, ecce qui tollit peccata mundi. Beati
qui ad cenam Agni vocati sunt”. E continua, dicendo insieme con il popolo:
“Domine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum, sed tantum dic verbo, et
sanabitur anima mea”. Il fedele si prepara alla comunione proclamando non una
sola volta ma per ben tre volte la propria indegnità, precisamente con queste
parole: “O Signore, non sono degno che tu entri nella mia casa, ma dì soltanto
una parola ed io sarò salvato”... È la stessa identica frase che troviamo
infatti nel Vangelo di Matteo (8,8): sono le parole che il centurione rivolge a
Gesù, non appena il Signore gli aveva detto che sarebbe venuto a casa sua per
guarire il suo servo malato». Mah!
Secondo me il centurione aveva scheletri nell’armadio. Ma sì, altrimenti, fallo
venire a casa tua, il Signore, e preparagli un bel pranzetto, ché a Gesù non
dispiaceva per niente stare a tavola.
L’autore dell’articolo conclude così:
“Non
sum dignus: lo struggimento di fronte al Mistero di Cristo che Risorto mi ama,
nonostante io sia un niente”. Io tutta questa indegnità dei figli verso il Padre
(“Figlioletti miei” chiama Gesù gli apostoli) non la capisco. Come può una
creatura ad immagine e somiglianza di Dio, essere un “niente”? Indegna del suo
Creatore? I figli sono indegni del Padre? Il padre ha creato figli indegni? Il
fatto d’essere uomini ci rende indegni di Dio? Ma la “colpa” d’essere uomini non
è nostra, è Dio che ci ha creati. Indegni perché peccatori? E va bene, ma io
tutti questi peccati non li ho commessi. Insomma, io non credo che Dio consideri
le sue creature indegne di lui. Indegni saranno gli assassini, i violentatori,
gli affamatori, gli ingiusti, ma i giusti no, proprio non ci sto.
Renato
Pierri
Tuesday, October 03, 2017
Che brutto sentirsi orfanello a ottantun anni
Che brutto sentirsi orfanello a ottantun anni
Improvvisamente sono
diventato orfano (la pagina è definita orfana),
e non enciclopedico (la pagina è definita non enciclopedica). Un brutto
affare davvero. Ma sì, perché vedete, secondo me è meglio non esistere che
esistere ed essere orfano e per di più anche non enciclopedico. Ma no, ma no,
non parlavo dell’esistenza nel mondo, è ovvio che nel mondo è meglio esistere
anche essendo orfani e per di più non enciclopedici, parlavo dell’esistenza nel
mondo di Wikipedia. Ma sì, che ci starei a fare nel mondo di Wikipedia, orfano e
non enciclopedico? Del resto, io manco ci pensavo lontanamente ad esistere nel
bel mondo di Wikipedia. Fu un signore che non conoscevo, un giorno, a chiedermi
il permesso di farmi esistere in quel mondo. Diciamo che fu il mio secondo
creatore. Fiat Renato Pierri, e Renato Pierri fu fatto. Nel mondo di Wikipedia, eh. Me ne sono stato
tranquillo, in questa nuova esistenza, per qualche anno senza che nessuno mi
disturbasse, tranquillissimo, quando un giorno, non scopro per caso d’essere diventato, come accennavo, orfano e non enciclopedico? Ora, pazienza per
la non enciclopedicità, ma sentirsi orfanelli, che brutto, che brutto sentirsi
orfanelli ad una certa età. Un vecchio orfanello. Che fare? Ero disperato.
Disperatissimo perché rischiavo anche di morire. Nel mondo di Wikipedia,
ovviamente. Ne ho parlato al caro amico don Mauro Leonardi, ma sì il prete e
scrittore. Non sapete chi è? Cercate nel mondo di Wikipedia. Ne ho parlato con
lui, dicevo, e lui in mio soccorso, per non farmi morire, ha chiamato i maghi
(lo staff del suo blog), e i maghi hanno
fatto magie. Hanno preso la pagina, l’hanno cancellata, rinnovata, arricchita, rimpinguata, insomma mi hanno rianimato, riportato in
vita, hanno allontanato sora morte corporale.
Del mondo di Wikipedia, ovviamente. Almeno credo. Però, a ben riflettere, non ne sono proprio
sicuro. La non enciclopedicità in quel mondo potrebbe essere una malattia
mortale. Che tragedia, che tragedia. Intanto però una cosa mi consola di sicuro:
grazie ai maghi non sono più orfanello, e questo è l’importante. Non sono più
orfanello a ottantun anni. Grazie don Mauro. Grazie grandi maghi del blog “Come
Gesù”.
Renato Pierri
