Sunday, October 29, 2017

Perché ci s’identifica col carnefice e non con la vittima?

Perché ci s’identifica col carnefice e non con la vittima?
Calmatesi un poco le acque intorno alla misera vicenda del produttore cinematografico statunitense, che approfittava del suo potere per molestare le donne, mi piacerebbe che gli psicologi spiegassero le ragioni che hanno indotto molte persone nel nostro Paese a schierarsi dalla parte del molestatore e non dalla parte delle donne molestate. Perché è vero che viviamo ancora in una società patriarcale, e c’è la tendenza da parte sia di donne sia di uomini a giustificare Adamo e a colpevolizzare Eva, ma mi sembra che ci sia dell’altro, qualcosa che non ha a che fare col maschilismo che, come si sa, appartiene anche alle donne. Mi sembra ci sia una tendenza da parte di alcuni ad identificarsi col carnefice anziché con la vittima e quindi a cercare giustificazioni: se Caino è arrivato ad uccidere Abele, significa che è stato portato all’esasperazione, che è stato provocato, altrimenti non sarebbe arrivato a compiere un’azione così cattiva. Ma quale la ragione che spinge ad identificarsi con il carnefice e non con la vittima?
Renato Pierri   

 

Wednesday, October 25, 2017

I discorsi irrazionali di Paolo VI nella Humanae vitae

I discorsi irrazionali di Paolo VI nella Humanae vitae

Mi capita alle volte di leggere articoli del quotidiano dei vescovi, poiché riportati sul blog “Come Gesù” del prete e scrittore Mauro Leonardi. Questo, apparso su Avvenire il 20 ottobre, l’ho letto con soddisfazione e amarezza ad un tempo. Soddisfazione, giacché constato che finalmente la Chiesa comincia a rendersi conto di errori che segnalo da molti anni, amarezza nel pensare a quanta sofferenza inutile, patemi d’animo, rimorsi, hanno causato quegli errori, amarezza nel costatare con quanta lentezza la Chiesa si rende conto dei propri sbagli e con quanta lentezza ancora, dopo essersene resa conto, vi pone rimedio.
Il sottotitolo dell’articolo:  “Sessualità, generazione e famiglia a 50 anni dall’enciclica di Paolo VI. A livello internazionale si accende lo scontro. Dalla Gregoriana proposta per approfondire e ipotizzare nuovi percorsi”.
E qualche riga: “La difesa a oltranza dei metodi naturali dev’essere considerato criterio assoluto e intangibile per la regolazione delle nascite? È vero che il presunto obbligo non discende né da principi scientifici concordemente accettati né da dichiarazioni magisteriali che hanno il sigillo dell’infallibilità e dell’immutabilità?
Sono domande che tornano con frequenza in questi giorni, in vista di un anniversario atteso e temuto, quello del cinquantenario dell’Humanae vitae, l’enciclica che, mentre apre al concetto di paternità e di maternità responsabile, vieta l’uso della contraccezione chimica e indica come unica prassi legittima per la regolazione delle nascite, i metodi naturali”.
E in fondo viene anche da sorridere. Finalmente forse qualcuno si accorgerà che certe affermazioni di Paolo VI nella Humanae vitae, non solo non trovano serio fondamento nelle Scritture, ma stridono con la ragione e il buon senso. Ecco quanto scrivevo in una lettera su La Repubblica del 24 settembre 2006:
«Avrebbe mai potuto Gesù parlare ai suoi discepoli di mine antiuomo o di proiettili all’uranio impoverito, oppure di contraccettivi artificiali? Mentre però il Vangelo ci fornisce ugualmente norme, che vietano con assoluta certezza anche la fabbricazione dei micidiali strumenti di morte, non ci dà nessuna possibilità di affermare che l’uso del profilattico sia immorale. La Chiesa, non potendo ricorrere al Vangelo, per sostenere l’illiceità dei contraccettivi artificiali, si arrampica sugli specchi con un ragionamento di questo tipo: “Tale dottrina, più volte esposta dal Magistero, è fondata sulla connessione inscindibile, che Dio ha voluto e che l’uomo non può rompere di sua iniziativa, tra i due significati dell’atto coniugale: il significato unitivo e il significato procreativo (Paolo VI, Lettera enciclica Humanae vitae, 12).
In merito, c’è semplicemente da osservare:
- Il fatto che Dio “abbia voluto” la connessione dei due aspetti, non significa per niente che li abbia voluti inscindibili.
- L’affermazione è in contraddizione palese con la liceità, ammessa dalla Chiesa stessa, del ricorso ai periodi infecondi per evitare una gravidanza indesiderata. Infatti i due significati, in tal caso, vengono di fatto scissi. Fatta la legge trovato l’inganno. E qui ad essere ingannato è il buon Dio: non vuole che faccia l’amore senza procreare? Gli secca un po’? E va bene, vuol dire che farò l’amore solo nei periodi infecondi...
Rendendosi conto della contraddizione, Paolo VI, pensa, pensa, e trovò la falsa soluzione: “In realtà, tra i due casi [ricorso ai periodi infecondi, e ricorso ai contraccettivi] esiste una differenza essenziale: nel primo caso i coniugi usufruiscono legittimamente di una disposizione naturale; nell’altro caso essi impediscono lo svolgimento dei processi naturali”.
Ma certo,  gli sposi, ricorrendo ai contraccettivi, non assecondano la natura. Ma qualora siano attratti irresistibilmente l’uno verso l’altro, e desiderino ardentemente concepire un figlio, ma reprimano il loro desiderio, che fanno? Assecondano la natura oppure ostacolano il suo corso? E’ sin troppo chiaro che cambia la forma e non la sostanza.
Ad ogni modo, l’uso del profilattico non riguarda solo la procreazione; si tratta anche di evitare, con l’uso di un mezzo innocuo, che una tremenda malattia continui a diffondersi, mietendo vittime e producendo sofferenza a non finire. L’indifferenza della Chiesa di fronte a questa tragedia, non solo non si basa sullo spirito del Vangelo, ma addirittura contrasta palesemente con esso».
Questo scrivevo più di dieci anni fa.
Aggiungo, oggi: chi ha stabilito che impedire lo svolgimento di processi naturali sia sempre un male? Che cosa cambia se due sposi non si uniscono e non procreano, oppure si uniscono e non procreano? Quale il danno? Si offende il buon Dio?
Viene fatto di chiedersi come sia possibile che persone colte e intelligenti possano fare discorsi che non hanno nulla di razionale. E’ il pregiudizio. Il pregiudizio può confondere la mente anche di persone intelligenti. Se non riesco a liberarmi dall’idea che l’unione carnale è cosa cattiva, sporca, non buona, farò mille acrobazie per dimostrare che è lecita solo se finalizzata alla procreazione. 
Renato Pierri  













 

 

 

 

Tuesday, October 24, 2017

Quando non si resiste alla tentazione di dire: “Se l’è andata a cercare”

Quando non si resiste alla tentazione di dire: “Se l’è andata  a cercare”
Dovrebbero essere tutti d’accordo, donne e uomini, a fare il processo ai molestatori, ai violentatori, agli approfittatori, e non alle loro vittime, e invece nel nostro paese, chissà perché, molte donne e molti uomini non resistono alla tentazione di dire: “Se l’è andata  a cercare”.
Un noto settimanale ha pubblicato la lettera sconcertante di un lettore, che trascrivo in parte: “Nei combattimenti esistono sia la boxe sia le risse di strada. Nella boxe si combatte all’interno di un codice articolato, nelle risse vale tutto. Ora, quando leggo della difesa unilaterale delle attrici o aspiranti tali, mi pare che si faccia confusione tra le due situazioni. Quella attrice italiana figlia di, che deplora che a sedici anni un regista l'abbia molestata sessualmente, con quali regole giocava? O forse a ventun anni, a tu per tu col più famoso produttore di Hollywood, temibile orco, era lì per incontestabile bravura? Come mai lei aveva chance che per il resto del mondo sono sogni a occhi aperti? Piacciono i vantaggi senza un perché, qualche costo fuori misura invece è sentito come intollerabile soperchieria. Vogliono la rissa da strada quando le avvantaggia, ma le regole della boxe quando le buscano”.
Il lettore comincia con un paragone che c’entra come i cavoli a merenda. Che cosa c’entra il combattimento, con Asia Argento appena sedicenne molestata dal regista? Era andata dal regista per combattere con lui, per scontrarsi con lui? Che cosa c’entra il combattimento col rapporto di Asia Argento col produttore schifoso molestatore? L’attrice si era recata da lui per combattere con lui, per scontrarsi con lui? Poi la domanda insensata: “Con quali regole giocava?”. Magari ce lo potrebbe spiegare il lettore. Regole segrete di seduzione? E come si permette il lettore?  E poi: “Era lì per incontestabile bravura?”. E se non fosse? Che significa? E ancora: “Come mai lei aveva chance che per il resto del mondo sono sogni a occhi aperti?”. Ma guarda un po’. E’ una colpa avere un genitore noto regista? E poi: “Piacciono i vantaggi senza un perché, qualche costo fuori misura invece è sentito come intollerabile soperchieria”.  Ma è una colpa essere figlio di persone ricche o famose? E se uno approfitta dei vantaggi che ne derivano, deve subire “costi fuori misura” (eufemismo) vale a dire schifose prepotenze? Ma che discorso è?  Infine: “Vogliono la rissa da strada”. Anche questo c’entra come i cavoli a merenda.
I giornalisti pubblicano tutto, i conduttori televisivi mostrano tutto, importante è attirare l’attenzione, fare spettacolo.
Carmelo Dini
 
 

Sunday, October 22, 2017

L'Antico Testamento ignora la trasmissione del peccato originale

L'Antico Testamento ignora la trasmissione del peccato originale

«Perciò, come a causa di un solo uomo il peccato entrò nel mondo e attraverso il peccato la morte, e così la morte dilagò su tutti gli uomini per il fatto che tutti peccarono... » (Rm 5, 12). E’ questo uno dei versetti della Lettera ai Romani di San Paolo, sui quali la Chiesa fonda essenzialmente la dottrina della trasmissione del peccato originale.
Però, sia il Vangelo, come già ho scritto in un precedente articolo, sia l’Antico Testamento, non solo ignorano la dottrina della trasmissione del peccato originale, ma addirittura sembrano escluderla. E pensare che proprio l’Antico Testamento ne avrebbe dovuto parlare, giacché è la Genesi a narrarci del peccato di Adamo ed Eva. Perché nessun cenno alla trasmissione del peccato a tutti gli uomini, della quale parla San Paolo? Forse perché, contrastando con la ragione e il senso della giustizia, non venne in mente agli autori biblici? 
Ma vediamo qualche passo dell’Antico Testamento che ignora e sembra escludere la trasmissione del peccato originale.
“Il Signore disse a Noè: «Entra nell'arca tu con tutta la tua famiglia, perché ti ho visto giusto dinanzi a me in questa generazione” (Gn 7, 1).  Noè è descritto così: “Noè era un uomo giusto, integro tra i suoi contemporanei, e camminava con Dio” (Gn 6,9). Ma non solo lui era giusto: “Con te stabilirò la mia alleanza: entrerai nell’arca tu e i tuoi figli, tua moglie e le mogli dei figli tuoi”. Narrazione fantasiosa, ovviamente, ma resta il fatto che si parla di uomini giusti che “camminano col Signore”. La domanda è: “Agli occhi del Signore, Noè e la sua famiglia avevano “una natura umana decaduta e contaminata dal peccato originale” (cfr par. 1250 del Catechismo)? Se lo sarà chiesto San Paolo?
In Ezechiele leggiamo: “Se uno è giusto e osserva le norme e la giustizia, non fa pasti sacri sui monti e non alza gli occhi verso gli idoli... segue i miei decreti e rispetta le mie norme, così da comportarsi rettamente, questi è giusto e di certo vivrà: oracolo di Dio, mio Signore” (18, 5. 6. 9).
E in Isaia: “Ecco, un re regnerà secondo giustizia ed i principi reggeranno secondo il diritto” (32,1).
Salmo 1, 1- 2: “Beato l’uomo che non camminò nel consiglio degli empi e nella via dei peccatori non ristette e nel consesso dei beffardi non s’assise; ma nella legge del Signore è il suo diletto”.
Insomma, è evidente che nell’Antico Testamento, per essere in grazia di Dio, basta “camminare col Signore”, fare la volontà di Dio, fare il bene e non il male.
Ma torniamo ancora alla Genesi, il libro per l’appunto che narra del peccato dei primi uomini e quindi più di altri, come accennavo,  avrebbe dovuto fare almeno un cenno alla trasmissione del peccato a tutte le generazioni.
In Genesi 9, Noè è considerato un nuovo Adamo, ed infatti il Signore parla a Noè come se fosse Adamo prima del peccato: “Poi Dio benedisse Noè e i suoi figliuoli e disse loro: «Siate fecondi e moltiplicatevi e riempite la terra...» (Gn 9,1).
Nella Prima Lettera ai Corinzi, San Paolo scrive che Cristo è morto in croce a causa dei nostri peccati, senza fare cenno al peccato originale: “ Vi ho trasmesso dunque, anzitutto, quello che anch'io ho ricevuto: che cioè Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture”.
Se non avesse espresso quel pensiero nella Lettera ai Romani, probabilmente nessuno, basandosi sul Vangelo e sull’Antico Testamento, avrebbe potuto ritenere che i bambini “nascono con una natura umana decaduta e contaminata dal peccato originale”, bisognosi d’essere “liberati dal potere delle tenebre”(n. 1250 del Catechismo).
Renato Pierri






Wednesday, October 18, 2017

Lievemente avvelenati con Asia Argento, non si sa perché

Lievemente avvelenati con Asia Argento, non si sa perché

Mia figlia ha sonno, mi dà la buonanotte in un messaggio sul cellulare, io le do la buonanotte, ma le faccio presente che tra qualche minuto Bianca Berlinguer intervisterà Asia Argento. “Buonanotte”. “Buonanotte a te”, ha proprio sonno la figlia. Ma questa mattina trovo sul cellulare il messaggio: “Vista tutta l’intervista ad Asia Argento. Coraggiosa e commovente. Grazie di avermela segnalata”. Le ho risposto così: “Commosso anch’io. E’ stata grande. Schifato, disgustato per la reazione di tanta gente nel nostra Paese”. Disgustato, in realtà dalla reazione di certi uomini, e sconcertato dalla reazione di certe donne. Si continua a confondere la libertà di pensiero con la libertà di offendere, di far del male a chi, tra l’altro, non ci ha fatto alcun male. Tutti addosso ad Asia Argento, e non si sa perché. In alcuni salta fuori il solito maschilismo più o meno consapevole, in altri gioca il semplice gusto d’essere bastian contrario. Disgustato da certi articoli su alcuni quotidiani, da certi titoli che mi vergogno persino a riportare. Sconcertato invece dalla reazione delle signore lievemente avvelenate con Asia Argento, non si sa perché. Nel salotto di Bruno Vespa, dove domina il sorriso sempre, anche quando si parla di tragedie, una signora, scrittrice mi pare, è rimasta colpita dal fatto che il padre di Asia ha dichiarato che non sentiva la figlia di tempo. “Eh, bel rapporto col padre!”, ha commentato la signora, come se questo potesse minimamente avere a che fare con la denuncia di Asia Argento. C’entrava come i cavoli a merenda.
A me Asia Argento è sempre piaciuta. Adesso mi piace mille volte di più.





Tuesday, October 17, 2017

Il Vangelo ignora la trasmissione del peccato originale

Il Vangelo ignora la trasmissione del peccato originale

Il mio breve articolo “Il peccato originale. Qualcosa non quadra...”, apparso su Rosebud il 14 ottobre, riportato il giorno successivo sul blog “Come Gesù” del prete e scrittore Mauro Leonardi, ha suscitato diversi commenti che mi hanno indotto ad aggiungere qualche altra considerazione. Paolo VI nel 1968 dichiarò: "Noi crediamo che in Adamo tutti hanno peccato; il che significa che la colpa originale da lui commessa ha fatto cadere la natura umana, comune a tutti gli uomini, in uno stato in cui essa porta le conseguenze di quella colpa, e che non è più lo stato in cui si trovava all'inizio nei nostri progenitori, costituiti nella santità e nella giustizia, in cui l'uomo non conosceva né il male né la morte” (Professione di fede). E nel Catechismo della Chiesa cattolica al paragrafo 1250 si legge: “Poiché nascono con una natura umana decaduta e contaminata dal peccato originale, anche i bambini hanno bisogno della nuova nascita nel Battesimo per essere liberati dal potere delle tenebre e trasferiti nel regno della libertà dei figli di Dio, alla quale tutti gli uomini sono chiamati”.
Ora, è interessante notare che gli evangelisti ignorano completamente la trasmissione del peccato originale. Ma non l’ignorano perché la danno per scontata, la ignorano perché per loro sembra non esistere. Non fanno mai, infatti, il benché minimo cenno ad una cosa così importante, pur avendone più volte l’occasione.  Gli uomini, nel Vangelo, non sono considerati “con una natura umana decaduta e contaminata dal peccato originale”. La preoccupazione di Gesù non è per tutti gli uomini che “hanno peccato in Adamo”, ma è per i peccatori, ben distinti dai giusti.
In Matteo si legge: “In quei giorni comparve Giovanni il Battista... dicendo: «Convertitevi, poiché vicino è il regno dei cieli!»... A lui accorrevano da Gerusalemme... e si facevano battezzare da lui nel fiume Giordano, confessando i loro peccati” (cfr Mt 3, 1 – 5). In questo passo del Vangelo si parla di conversione, di peccati, nessun cenno al peccato originale. Lo scopo del battesimo nel Giordano non è di cancellare le conseguenze del peccato di Adamo.
 Più avanti, sempre in Matteo: “Ora avvenne che, mentre era a mensa nella casa, molti pubblicani e peccatori vennero a mangiare con Gesù e con i suo discepoli. Vedendo ciò, i farisei dissero ai discepoli: «Perché il vostro maestro mangia con i pubblicani e i peccatori? Egli, saputolo, disse: «Non hanno bisogno del medico i sani, ma i malati... Non sono venuto, infatti, a chiamare i giusti, ma i peccatori» (cfr Mt 9, 10 – 13). Ecco, ad avere bisogno del medico non sono tutti gli uomini, ma solo i peccatori. Se tutti gli uomini avessero “peccato in Adamo”, se tutti avessero una “natura contaminata dal peccato originale”, tutti avrebbero bisogno del medico. Gesù ignora le conseguenze del peccato originale.
Ancora in Matteo: “Ed ecco un tale gli si avvicinò e disse: «Maestro, che cosa debbo fare di buono per acquistare la vita eterna?». Egli a lui: «Se... vuoi entrare nella vita, osserva i comandamenti»... Gli dice il giovane: «Tutte queste cose le ho osservate; che cosa ancora mi manca?». Gesù a lui: «Se vuoi essere perfetto, va’, vendi quello che hai e dallo ai poveri, e così avrai un tesoro in cielo: poi vieni e seguimi» (cfr Mt 19, 16 – 21).
E il peccato originale? Gesù si dimentica del peccato originale. E’ chiaro che qui non si tratta di quel tale, ma di tutti gli uomini, e quale occasione migliore di questa per accennare alla “natura contaminata”, alla macchia che solo il Battesimo cancellerebbe?
Ma in fondo, anche quando Gesù dice: “Andate dunque, ammaestrate tutte le genti, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo”, non sembra riferirsi in alcun modo ad un battesimo che cancella le conseguenze del peccato di Adamo.  
C’è o non c’è qualcosa che non quadra? E non dovrebbe essere un grave peccato ritenere l’uomo così potente da modificare per sempre la natura umana, la stessa creazione?
 Renato Pierri  






Il peccato originale. Qualcosa non quadra...

Il peccato originale. Qualcosa non quadra...
Sul blog “Come Gesù” del prete e scrittore Mauro Leonardi, si possono leggere concetti come i seguenti:
 «Si nasce col peccato originale. E il dogma della Chiesa dice che il peccato originale ferisce l’uomo in naturalibus, nelle sue dimensioni naturali... Il peccato originale impedisce alla lunga anche di accorgersi che l’aborto è peccato, perché il peccato originale ferisce gli uomini nell’intelligenza naturale: per il peccato originale è offuscata l’intelligenza in quanto tale, non solo è indebolita la volontà. Per cui, anche ciò che è naturale, anche ciò che è creaturale, anche ciò che è contro il cuore, contro il gesto creaturale, l’uomo è annebbiato nel riconoscerlo. Non è che non lo può riconoscere, ma è annebbiato dentro. Non si capisce la realtà, non si capisce il mondo, se non si parte da qui».
E poi, per dimostrare l’immensa bontà e misericordia divina:
«Papa Francesco ha detto: “Dio non nasconde il peccato, ma lo distrugge e lo cancella; ma lo cancella proprio dalla radice. Dio cancella il nostro peccato proprio dalla radice, tutto! Perciò il penitente ridiventa puro, ogni macchia è eliminata ed egli ora è più bianco della neve incontaminata”».
Niente di male. Ognuno è libero di esprimere il proprio pensiero. Ma il fatto è che alcuni sul blog applaudono, altri tacciono, il che di norma significa che acconsentono, e nessuno ha niente da ridire. Eppure a me pare che qualcosa non quadri.
Se la libertà dell’uomo con tutti i limiti che conosciamo è anche fortemente condizionata dal peccato originale al punto da offuscare l’intelligenza, da impedire alla lunga di accorgersi che, non so, l’omicidio è peccato, la colpa, se esiste, è ridottissima, quasi inconsistente. Ne consegue che tante lodi al Signore per la sua infinita misericordia non sono giustificate. Non occorre una misericordia infinita per concedere il perdono a chi ha una colpa lieve, quasi inconsistente, giacché quasi privo della libertà.
Ma siamo proprio certi che esistano le conseguenze di un peccato originale? Nel vangelo di Giovanni si legge: «Ecco l’agnello di Dio che toglie il peccato dal mondo» (Gv 1,29). Lo ha tolto o non lo ha tolto il peccato dal mondo? E in Isaia 53,12: «Il giusto mio servo giustificherà le moltitudini addossandosi egli le loro iniquità».  Se ne deduce che tutti i bambini del mondo nascono “più bianchi della neve incontaminata”. Oppure no? Oppure l’immensa misericordia divina non poteva giungere fino a questo punto? Non poteva cancellare il peccato originale “proprio alla radice”? Non poteva? E l’Immacolata Concezione? Madonna sì, bambini no? Qualcosa non quadra.
Il teologo Vito Mancuso scrive: “Sarebbe opportuno liberarsi dalla visione distorta del peccato originale, e smettere di considerare l’uomo, per il semplice fatto di essere nato, un peccatore. Il peccato originale è un’offesa alla creazione, un insulto alla vita, uno sfregio all’innocenza e alla bontà della natura, alla sua origine divina” (L’anima e il suo destino, pag. 167). Come non dargli ragione?
Renato Pierri








Thursday, October 12, 2017

Il giudizio finale, e la monaca di clausura “Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua maestà... egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dai capri, e metterà le pecore alla sua destra, i capri invece alla sua sinistra... Quindi dirà a quelli che stanno alla sinistra: «Andate via da me, o maledetti... Poiché: ebbi fame e non mi deste da mangiare, ebbi sete e non mi deste da bere, ero pellegrino e non mi ospitaste, nudo e non mi copriste, ero in carcere e non veniste a trovarmi... ». Una monaca di clausura, alla sua sinistra, rispose: «Signore, quando ti vidi avere fame o sete, essere pellegrino o nudo, infermo o in carcere, e non ti ho servito?». Il Signore rispose: «Ciò che non hai fatto a uno di questi più piccoli, non l’hai fatto a me». «Ma come avrei potuto servirti, Signore, trovandomi chiusa nel monastero in cui entrai per stare più vicino a te?». Il Signore: «E come potevi starmi vicino se ero pellegrino, infermo, carcerato, e non mi hai curato?». «Signore, per il pellegrino, per l’infermo e il carcerato, io ho tanto, tanto pregato». Il Signore misericordioso comprese le buone ingenue intenzioni della monaca, la perdonò, e la fece passare tra le pecore alla sua destra. Questa parafrasi del noto passo evangelico sul giudizio finale (Mt 25), dimostra che l’istituzione della clausura è in contrasto e con la ragione e col vangelo. Ma che la clausura non sia in armonia col vangelo, lo dimostrò, senza rendersene conto ovviamente, Benedetto XVI nell’enciclica Deus Caritas. Così scriveva al n. 18 della Lettera: "Se però nella mia vita tralascio completamente l'attenzione per l'altro, volendo essere solamente «pio» e compiere i miei «doveri religiosi», allora s'inaridisce anche il rapporto con Dio. Allora questo rapporto è soltanto «corretto», ma senza amore. Solo la mia disponibilità ad andare incontro al prossimo, a mostrargli amore, mi rende sensibile anche di fronte a Dio...Amore di Dio e amore del prossimo sono inseparabili, sono un unico comandamento...Così non si tratta più di un «comandamento» dall'esterno che ci impone l'impossibile, bensì di un'esperienza dell'amore donata dall'interno, un amore che, per sua natura, deve essere ulteriormente partecipato ad altri". Ora, è chiaro che l'amore per il prossimo tra le mura di un monastero è solamente pura astrazione: allontanarsi dal prossimo, separarsi da esso e "partecipargli" amore è contraddittorio. Del resto, basta ricordare la parabola del buon Samaritano (Lc 10,25ss); una monaca di clausura non avrebbe alcuna possibilità di soccorrere il malcapitato percosso dai briganti, per il semplice motivo che non passerebbe mai per quella strada. E sarebbe sciocco pensare che quando il Signore disse agli apostoli: «Se dunque io, il Signore e il maestro, vi ho lavato i piedi, anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri» (Gv 13,14), intendesse che Pietro dovesse “lavare i piedi” a Giovanni, Giacomo a Tommaso, e via di seguito reciprocamente, separandosi dal mondo. Per conferire fondamento evangelico alla clausura ci si appella vanamente all'episodio di Marta e Maria, del vangelo di Luca: “Marta invece era assorbita per il grande servizio. Perciò si fece avanti e disse: « Signore, non vedi che mia sorella mi ha lasciata sola a servire? Dille dunque di aiutarmi ». Ma Gesù le rispose: « Marta, Marta, tu ti affanni e ti preoccupi di troppe cose. Invece una sola è la cosa necessaria. Maria ha scelto la parte migliore, che nessuno le toglierà ».” (Lc 10, 40-41). Ma la “cosa necessaria” non era il semplice fatto in sé che Maria si fosse “appartata” con Cristo, ma di ascoltare, in quel momento, la sua parola, per comprenderla appieno e metterla in pratica: “Se capite queste cose, siete beati se le mettete in pratica” (cf Gv 13,17). Renato Pierri

Il giudizio finale, e la monaca di clausura
“Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua maestà... egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dai capri, e metterà le pecore alla sua destra, i capri invece alla sua sinistra... Quindi dirà a quelli che stanno alla sinistra: «Andate via da me, o maledetti... Poiché: ebbi fame e non mi deste da mangiare, ebbi sete e non mi deste da bere, ero pellegrino e non mi ospitaste, nudo e non mi copriste, ero in carcere e non veniste a trovarmi... ». Una monaca di clausura, alla sua sinistra, rispose: «Signore, quando ti vidi avere fame o sete, essere pellegrino o nudo, infermo o in carcere, e non ti ho servito?». Il Signore rispose: «Ciò che non hai fatto a uno di questi più piccoli, non l’hai fatto a me». «Ma come avrei potuto servirti, Signore, trovandomi chiusa nel monastero in cui entrai per stare più vicino a te?». Il Signore: «E come potevi starmi vicino se ero pellegrino, infermo, carcerato, e non mi hai curato?».  «Signore, per il pellegrino, per l’infermo e il carcerato, io ho tanto, tanto pregato». Il Signore misericordioso comprese le buone ingenue intenzioni della monaca, la perdonò, e la fece passare tra le pecore alla sua destra.
Questa parafrasi del noto passo evangelico sul giudizio finale (Mt 25), dimostra che l’istituzione della clausura è in contrasto e con la ragione e col vangelo. Ma che la clausura non sia in armonia col vangelo, lo dimostrò, senza rendersene conto ovviamente, Benedetto XVI nell’enciclica Deus Caritas.
Così scriveva al n. 18 della Lettera: "Se però nella mia vita tralascio completamente l'attenzione per l'altro, volendo essere solamente «pio» e compiere i miei «doveri religiosi», allora s'inaridisce anche il rapporto con Dio. Allora questo rapporto è soltanto «corretto», ma senza amore. Solo la mia disponibilità ad andare incontro al prossimo, a mostrargli amore, mi rende sensibile anche di fronte a Dio...Amore di Dio e amore del prossimo sono inseparabili, sono un unico comandamento...Così non si tratta più di un «comandamento» dall'esterno che ci impone l'impossibile, bensì di un'esperienza dell'amore donata dall'interno, un amore che, per sua natura, deve essere ulteriormente partecipato ad altri".
Ora, è chiaro che l'amore per il prossimo tra le mura di un monastero è solamente pura astrazione: allontanarsi dal prossimo, separarsi da esso e "partecipargli" amore è contraddittorio. Del resto, basta ricordare la parabola del buon Samaritano (Lc 10,25ss); una monaca di clausura non avrebbe alcuna possibilità di soccorrere il malcapitato percosso dai briganti, per il semplice motivo che non passerebbe mai per quella strada.
E sarebbe sciocco pensare che quando il Signore disse agli apostoli: «Se dunque io, il Signore e il maestro, vi ho lavato i piedi, anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri» (Gv 13,14), intendesse che Pietro dovesse “lavare i piedi” a Giovanni, Giacomo a Tommaso, e via di seguito reciprocamente, separandosi dal mondo. 
Per conferire fondamento evangelico alla clausura ci si appella vanamente all'episodio di Marta e Maria, del vangelo di Luca: “Marta invece era assorbita per il grande servizio. Perciò si fece avanti e disse: « Signore, non vedi che mia sorella mi ha lasciata sola a servire? Dille dunque di aiutarmi ». Ma Gesù le rispose: « Marta, Marta, tu ti affanni e ti preoccupi di troppe cose. Invece una sola è la cosa necessaria.  Maria ha scelto la parte migliore, che nessuno le toglierà ».” (Lc 10, 40-41). Ma la “cosa necessaria” non era il semplice fatto in sé che Maria si fosse “appartata” con Cristo, ma di ascoltare, in quel momento, la sua parola, per comprenderla appieno e metterla in pratica: “Se capite queste cose, siete beati se le mettete in pratica” (cf Gv 13,17).
Renato Pierri
 
 
 
 
 







Solo tra gli uomini possono esserci dei cafoni?

Solo tra gli uomini possono esserci dei cafoni?
La solita lettera maschilista del solito maschilista, pubblicata come il solito da Beppe Severgnini, che perde il pelo ma non il vizio...
Su Italians – Corriere della Sera,  del 10 ottobre, il lettore Riccardo Forattieri si chiede: “Che fine hanno fatto le donne di una volta?” E stabilisce lui, maschio, come devono essere le donne: “Compagne del nostro sentiero della vita, tenere, gentili, affettuose, femmine q.b.a. (quanto basta a), piacere per i nostri occhi e con la loro voce melodiosa anche per le nostre orecchie”.  Perché questo signore non si compra un paio di canarini? Saranno un piacere per i suoi occhi e il loro canto un piacere per le sue orecchie. Lui, il lettore, le donne le vuole “come le nostre mamme, le nostre mogli, tenere e premurose, comprensive ma decise”. E sottomesse, no? Se ne è dimenticato, le donne devono essere tenerissime, gentilissime, affettuosissime e sottomesse. Il lettore è stato colpito (ma guarda un po’) da alcuni atteggiamenti volgari di alcune donne. Dico, ma solo tra gli uomini possono esserci dei cafoni?

Carmelo Dini

Wednesday, October 04, 2017

Figli indegni del Padre. C’è qualcosa che non quadra

Figli indegni del Padre. C’è qualcosa che non quadra

Ma insomma che storia è mai questa? Possibile che non siamo mai degni del Signore? Prima, pieni di peccati e indegni. Poi è venuto Gesù, i peccati se li è presi tutti su di sé, e siamo ancora colpevoli e indegni? Qualcosa non mi quadra. E’ apparso un articolo sul blog “Come Gesù”, intitolato: “Io non sono degno”. Ho pensato si trattasse di qualche efferato delinquente, un incallito peccatore, uno che ne ha combinate di cotte e di crude, come il figliol prodigo, che poi, poverino, non sembra ne avesse combinate di così tremende, che torna pentito al padre e proclamandosi indegno di entrare nella sua dimora. Macché! Si tratta di un religiosissimo signore sicuramente senza orrendi peccati sulla coscienza che scrive, tra l’altro (i puntini sono miei): «C’è un momento preciso nel quale... mi prende uno struggimento. Esattamente lì, quando il sacerdote alzando l’Ostia pronuncia la frase: “Beati gli invitati alla Cena del Signore. Ecco l’Agnello di Dio, che toglie i peccati del mondo”. E siamo chiamati a rispondere: “O Signore, non sono degno di partecipare alla tua mensa: ma di’ soltanto una parola e io sarò salvato”. Abbasso gli occhi: non sono degno. La traduzione in lingua italiana non rende fino in fondo. La messa celebrata secondo il rito del Messale promulgato da Papa Paolo VI in latino usa una formula differente... “Ecce Agnus Dei, ecce qui tollit peccata mundi. Beati qui ad cenam Agni vocati sunt”. E continua, dicendo insieme con il popolo: “Domine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum, sed tantum dic verbo, et sanabitur anima mea”. Il fedele si prepara alla comunione proclamando non una sola volta ma per ben tre volte la propria indegnità, precisamente con queste parole: “O Signore, non sono degno che tu entri nella mia casa, ma dì soltanto una parola ed io sarò salvato”...  È la stessa identica frase che troviamo infatti nel Vangelo di Matteo (8,8): sono le parole che il centurione rivolge a Gesù, non appena il Signore gli aveva detto che sarebbe venuto a casa sua per guarire il suo servo malato». Mah! Secondo me il centurione aveva scheletri nell’armadio. Ma sì, altrimenti, fallo venire a casa tua, il Signore, e preparagli un bel pranzetto, ché a Gesù non dispiaceva per niente stare a tavola.
L’autore dell’articolo conclude così:  “Non sum dignus: lo struggimento di fronte al Mistero di Cristo che Risorto mi ama, nonostante io sia un niente”. Io tutta questa indegnità dei figli verso il Padre (“Figlioletti miei” chiama Gesù gli apostoli) non la capisco. Come può una creatura ad immagine e somiglianza di Dio, essere un “niente”? Indegna del suo Creatore?  I figli sono indegni del Padre? Il padre ha creato figli indegni? Il fatto d’essere uomini ci rende indegni di Dio? Ma la “colpa” d’essere uomini non è nostra, è Dio che ci ha creati. Indegni perché peccatori? E va bene, ma io tutti questi peccati non li ho commessi. Insomma, io non credo che Dio consideri le sue creature indegne di lui. Indegni saranno gli assassini, i violentatori, gli affamatori, gli ingiusti, ma i giusti no, proprio non ci sto.  
 Renato Pierri



Tuesday, October 03, 2017

Che brutto sentirsi orfanello a ottantun anni

Che brutto sentirsi orfanello a ottantun anni 

Improvvisamente sono diventato orfano (la pagina è definita orfana),  e non enciclopedico (la pagina è definita non enciclopedica). Un brutto affare davvero. Ma sì, perché vedete, secondo me è meglio non esistere che esistere ed essere orfano e per di più anche non enciclopedico. Ma no, ma no, non parlavo dell’esistenza nel mondo, è ovvio che nel mondo è meglio esistere anche essendo orfani e per di più non enciclopedici, parlavo dell’esistenza nel mondo di Wikipedia. Ma sì, che ci starei a fare nel mondo di Wikipedia, orfano e non enciclopedico? Del resto, io manco ci pensavo lontanamente ad esistere nel bel mondo di Wikipedia. Fu un signore che non conoscevo, un giorno, a chiedermi il permesso di farmi esistere in quel mondo. Diciamo che fu il mio secondo creatore. Fiat Renato Pierri, e Renato Pierri fu fatto.  Nel mondo di Wikipedia, eh. Me ne sono stato tranquillo, in questa nuova esistenza, per qualche anno senza che nessuno mi disturbasse, tranquillissimo, quando un giorno, non scopro per caso  d’essere diventato, come accennavo,  orfano e non enciclopedico? Ora, pazienza per la non enciclopedicità, ma sentirsi orfanelli, che brutto, che brutto sentirsi orfanelli ad una certa età. Un vecchio orfanello. Che fare? Ero disperato. Disperatissimo perché rischiavo anche di morire. Nel mondo di Wikipedia, ovviamente. Ne ho parlato al caro amico don Mauro Leonardi, ma sì il prete e scrittore. Non sapete chi è? Cercate nel mondo di Wikipedia. Ne ho parlato con lui, dicevo, e lui in mio soccorso, per non farmi morire, ha chiamato i maghi (lo staff del suo blog),  e i maghi hanno fatto magie. Hanno preso la pagina, l’hanno cancellata,  rinnovata, arricchita, rimpinguata,  insomma mi hanno rianimato, riportato in vita, hanno allontanato sora morte corporale.  Del mondo di Wikipedia, ovviamente. Almeno credo.  Però, a ben riflettere, non ne sono proprio sicuro. La non enciclopedicità in quel mondo potrebbe essere una malattia mortale. Che tragedia, che tragedia. Intanto però una cosa mi consola di sicuro: grazie ai maghi non sono più orfanello, e questo è l’importante. Non sono più orfanello a ottantun anni. Grazie don Mauro. Grazie grandi maghi del blog “Come Gesù”. 
Renato Pierri