Thursday, March 25, 2021

 Le parole importanti del Papa in Iraq

"Dopo questi fatti, Gesù andò all'altra riva del mare di Galilea, cioè di Tiberìade, e una grande folla lo seguiva, vedendo i segni che faceva sugli infermi. Gesù salì sulla montagna e là si pose a sedere con i suoi discepoli. Era vicina la Pasqua, la festa dei Giudei. Alzati quindi gli occhi, Gesù vide che una grande folla veniva da lui e disse a Filippo: «Dove possiamo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?» Questo lo diceva per metterlo alla prova; lui infatti ben sapeva quello che stava per fare" (Gv 6, 1 - 6). Così, Giovanni, nel racconto della moltiplicazione dei pani. Le parole di Gesù, secondo il racconto dell'evangelista, sortivano il loro effetto, grazie ai segni che Gesù faceva sugli infermi.
Stavo pensando a quale effetto possano sortire le sagge, importanti parole pronunciate dal Papa durante il suo pellegrinaggio in Iraq. Ha chiesto perdono, il Papa, "al cielo e ai fratelli per tante distruzioni e crudeltà". Ha detto basta con le armi e con chi le produce, giacché è necessario dar "voce al grido degli oppressi e degli scartati perché nel pianeta troppi sono privi di pane, medicine, istruzione, diritti e dignità". Ha ricordato la profezia di Isaia: "I popoli spezzeranno le loro spade e ne faranno aratri, delle loro lance faranno falci", e ha detto che non si è realizzata, giacché  "spade e lance sono diventate missili e bombe".
Parole importanti, che ovviamente è un bene siano state pronunciate, ma quale l'effetto? Su chi? Le persone buone e oneste, forse potranno diventare ancora più buone e più oneste, ma gli appassionati delle armi e della guerra, i potenti crudeli della terra, potranno essere minimamente sfiorati da quelle parole? Potranno quelle parole cambiare il loro cuore? Papa Francesco non fa segni sugli infermi.
Renato Pierri





 Due modi di abitare nel quartiere Tiburtino III, a Roma

 Una signora che conosco, che incontro ogni tanto e chi mi racconta le sue vicissitudini, si è adattata a vivere in un lavatoio di una casa popolare. E' la gattara che porta da mangiare ai gatti di via degli Alberini. Ne scrissi tempo fa su un noto settimanale. Trascrivo qualche riga: "Un lungo corridoio tra i cancelletti gialli e rossi delle cantine, e giungi al lavatoio. Povera gattara, ha appeso persino dei quadri alle pareti. Un po’ di luce assieme alla polvere arriva da una piccola grata che dà sul marciapiede. Su uno dei ripiani per lavare, un fornelletto da campeggio. Una cassetta di legno vicino al letto fa da comodino. Nella cassetta ci si è sistemata la sua gatta. L’acqua c’è. Tanta acqua. Tanti rubinetti che versano nelle grosse vasche.  Non ci sono servizi igienici. Non ci sono, ovviamente, termosifoni. D'inverno fa molto freddo. La gattara fa i bisogni sui giornali, poi mette tutto in una busta di plastica, assieme al terriccio dove fa i suoi bisogni la grossa gatta, e li getta nei cassonetti per la raccolta differenziata. Ma agli inquilini del palazzo la faccenda dei bisogni nei cassonetti non va giù. Agli inquilini del palazzo non va giù neppure che la gattara e la sua bella gatta dal pelo bianco pezzato di nero, vivano nelle cantine. Non sta bene. Non è una bella cosa. Così dicono". Sono trascorsi quasi cinque anni da allora, e la signora che ama i gatti è ancora nel lavatoio. Vive nell'illusione che un giorno il Comune le assegni un piccolo appartamento. Una cosa è cambiata: i cassonetti sono stati portati nella strada, lontano dall'edificio, e quindi agli inquilini poco importa se la signora vi getti i bisogni suoi e della sua gatta.
Una signora, invece, che non conosco e che credo sia anche difficile conoscere, si trova in un luogo assai peggiore di un lavatoio. Vive in un paio di metri quadrati di un'aiuola, a pochissima distanza dalla stazione metropolitana di Santa Maria del Soccorso. Ha recintato il fazzoletto di terra con una rete di plastica e vi ha accatastato dei pezzi di armadio, che qualche mattina fa le ho visto spolverare con gran cura. C'è anche una sedia e un vaso con una pianta finta. Con tavole e teli ha costruito un riparo per il letto. Immagino, perlomeno, che sotto quelle tavole ci sia un letto, o forse solo un materasso. E' difficile parlare con questa signora, conoscerla, dicevo, giacché, poverina, appena vede qualcuno passare nei pressi della sua dimora, comincia a gridare: "Andate via, andate via!". Anche lei forse, come la gattara, sogna una casa vera.
Renato Pierri






Monday, March 15, 2021

Non un Dio diverso, ma il Dio del Vangelo

 Non un Dio diverso, ma il Dio del Vangelo

"Dio come dico io", è il titolo di una lettera apparsa sul blog de L'Espresso, curato da Stefania Rossini. L'autore scrive: "Molti si lamentano del male nel mondo e si chiedono il perché di esso; e soprattutto vorrebbero che Dio non lo permettesse, il male, risparmiando atroci sofferenze specie ai bambini i quali sono sicuramente senza colpa alcuna. Vorrebbero dunque un Dio diverso, un Dio al nostro servizio e non viceversa, che provvedesse al bene eliminando il male".
Il lettore fa un po' di confusione. Milioni di cristiani non credono in un "Dio come dico io", ma in un Dio come dice Gesù. Accade poi che alcuni credenti, costatando il contrasto tra il Dio in cui credono e la cruda realtà della vita, si pongano delle domande. Domande che non trovano risposta. Questi credenti non vorrebbero, quindi, un "Dio come dico io", "un Dio diverso", ma un Dio come lo descrive Gesù. A questo Dio, al Dio del Vangelo alludeva Benedetto XVI, quando ad Auschwitz, nel maggio del 2006, ebbe a dire: «Perché Signore, hai taciuto? Perché hai potuto tollerare tutto quest’eccesso di distruzione e questo trionfo del male?».
Renato Pierri

Thursday, March 04, 2021

La sofferenza non è un valore in sé

 La sofferenza non è un valore in sé

Mi scrive un lettore: " In merito ai possibili significati del male e soprattutto ai suoi effetti, vista anche l'assoluta delicatezza dell'argomento, io mi rimetto umilmente alla vita dei santi che hanno accettato il male con profonda umiltà. Ma mi rimetto anche al pensiero di un uomo, Emil Cioran, che valutò la sofferenza, e quindi il male, come libero pensatore, e quindi senza alcun intento religioso:   "La sofferenza apre gli occhi, aiuta a vedere cose che non si sarebbero percepite altrimenti... (L'inconveniente di essere nati, Biblioteca Adelphi 243, pag. 157)".
Quando leggo simili riflessioni sulla presenza del dolore nel mondo, mi irrito sempre un po' pensando all'effetto che possono fare su persone che soffrono terribilmente e che della sofferenza farebbero volentieri a meno. Stessa irritazione di quando lessi l'enciclica Salvifici doloris di Giovanni Paolo II: il dolore che salva, il dolore che rende uomini nuovi. Facevo notare allora che non sempre la sofferenza eleva lo spirito, giacché spesso abbrutisce, incattivisce coloro che la subiscono.
Faccio notare oggi a questo lettore che non sempre la sofferenza apre gli occhi, alle volte rende ciechi. E gli faccio anche osservare che una cosa è rassegnarsi alla sofferenza qualora questa sia invitabile, altra cosa è godere della sofferenza, crogiolarsi nella sofferenza, oppure invocarla da Dio, come hanno fatto non pochi santi. Altra cosa ancora è procurarsi la sofferenza fino ad abbreviare la propria esistenza (lento suicidio) nell'illusione di far piacere a Dio, come pure hanno fatto alcuni santi.
Chiedevo allora: anche i bambini piccoli, i neonati con gravissime malformazioni che soffrono e muoiono, giungono ad "interiore maturità e grandezza spirituale"? Chiedo oggi al lettore che cita Cloran: anche ai bambini piccoli, ai neonati che soffrono e muoiono, la sofferenza apre gli occhi?
Questa visione del dolore come cosa buona e giusta comporta il rischio di rendere indifferenti davanti al dolore altrui e di irritare coloro che soffrono. Si pensi se certi discorsi sulla sofferenza che rende uomini nuovi, sulla sofferenza che apre gli occhi, qualcuno li avesse fatti a Maria ai piedi della croce o al Crocifisso stesso.
Sarebbe opportuno quando si parla del bene che può scaturire dalla sofferenza, tenere anche ben presente che la sofferenza non è un valore in sé, e che è ben triste la condizione dell'uomo se per elevarsi spiritualmente ha bisogno di soffrire.
Renato Pierri
https://www.mondadoristore.it/libri/Renato-Pierri/aut00134763/

Le Scritture insegnano «come si vadia al Cielo, e non come vadia il Cielo»

 Le Scritture insegnano «come si vadia al Cielo, e non come vadia il Cielo»

Ancora oggi molti cristiani prendono alla lettera i primi capitoli della Genesi, non conoscendo gli studi cattolici e soprattutto protestanti. Così, ancora oggi bisogna spiegare a tanti che il racconto della Creazione o, per essere precisi, che i due racconti della Creazione non sono una cronaca delle origini del mondo e dell’umanità. Prendendoli alla lettera, quei capitoli, ci si viene a trovare davanti a contraddizioni e assurdità. Stando ad uno dei racconti, ad esempio, l’uomo sarebbe stato creato per ultimo, stando all’altro sarebbe stato creato per primo. Il versetto 1, 3 riferisce che la luce fu creata al primo giorno, i versetti 1, 14 – 19 riferiscono che il sole e la luna e le stelle (la luce vale a dire), furono creati al quarto giorno. I primi versetti del capitolo 4 ci raccontano che Caino e Abele erano dediti alla coltivazione dei campi e alla pastorizia, attività riscontrabili solo qualche millennio prima di Cristo. Il versetto 4,17 riferisce tranquillamente che Caino “divenne costruttore di una città che chiamò Enock”. Il Signore dopo il peccato di Eva e Adamo (mi sembra giusto ogni tanto menzionare prima Eva), condanna il serpente a strisciare sul ventre. Prima era provvisto di zampe? E che dire della creazione della donna? “Poi il Signore Dio disse: «Non è bene che l'uomo sia solo: gli voglio fare un aiuto che gli sia simile»... il Signore Dio plasmò dal suolo ogni sorta di bestie selvatiche e tutti gli uccelli del cielo e li condusse all'uomo... ma l'uomo non trovò un aiuto che gli fosse simile. Allora il Signore Dio fece scendere un torpore sull'uomo, che si addormentò; gli tolse una delle costole e rinchiuse la carne al suo posto. Il Signore Dio plasmò con la costola, che aveva tolta all'uomo, una donna e la condusse all'uomo”. Questo il motivo? Creò la donna, il Signore, per rimediare alla solitudine dell’uomo? Allora si dovrebbe pensare che avvenne la stessa cosa quando creò la leonessa. Il leone si sentiva solo soletto. Il Signore, prudente, lo addormentò e gli estrasse una costola con la quale plasmò la leonessa. Stessa cosa per la gatta. Il gatto si sentiva solo soletto... Ho concluso scherzando un po’. Ma la conclusione è che le Scritture vogliono insegnare, per dirla con Galileo, «come si vadia al Cielo, e non come vadia il Cielo», espressione che lo scienziato dichiarò aver  inteso “da persona ecclesiastica costituita in eminentissimo grado”. Con molta probabilità il cardinale Cesare Baronio.
Renato Pierri