Thursday, March 29, 2018
«La tendenza omosessuale
non è peccato, ma qualcosa di disordinato rispetto all’ordine della natura. Non
sarà quella la strada che ti fa felice. Però a questo punto la libertà è tua,
giocatela tu. Sappi che ci sono degli omosessuali cristiani che, magari con
fatica, accettano di dire: sono in questa condizione, non la voglio, accetto di
non assecondare questo orientamento, di viverlo come un affetto, un’amicizia, di
non dargli una stabilità sessuale. Questa è una fatica, certo, la vita è fatta
anche di fatica, ma c’è una situazione di omosessuali cristiani che fanno delle
scelte che alla fine li rendono contenti».
Sono le parole pronunciate dal vescovo Sanguineti,
durante un incontro con un centinaio di studenti dell’Istituto professionale di
Stato per l'industria e l'artigianato (Ipsia) Luigi Cremona, di
Pavia.
“La tendenza omosessuale non è peccato”. Ma guarda un
po’, ci voleva un vescovo per spiegare che non è peccato. E chi se lo
immaginava? La dottoressa Alessandra Bialetti, che riporta sul blog “Come Gesù”
alcuni articoli sul fattaccio del vescovo di Pavia, scrive, tra l’altro: “Il
nostro intento non è quello di sovvertire alcun elemento della dottrina, di
convincere a cambiare posizione o di indottrinare ma di costruire un’apertura al
dialogo, un’accoglienza della multiforme e complessa esperienza umana, un
incontro con modi di vedere, sentire e pensare che ci aiutino a integrare le
differenze facendo dialogare le nostre vite. E attraverso la contaminazione
scoprire più ciò che ci unisce che ciò che ci divide”.
E si sbaglia, a mio parere, giacché intento di tutte le
persone buone e oneste dovrebbe essere innanzi tutto quello di indurre la Chiesa
a cambiarla la Dottrina che riguarda la morale sessuale. Perché è proprio questa
Dottrina a offuscare l’intelligenza e a indurire i cuori, sino al punto da
spingere un vescovo a tenere discorsi del genere, non pensando che tra quegli
studenti potrebbe esserci un ragazzo che, sentendosi “disordinato”, nato male,
potrebbe anche meditare di riordinarla, la natura, suicidandosi. Non è la prima
volta. Ma che importanza ha?
La tendenza omosessuale non è peccato, gli atti di
omosessualità sono peccato. Nell’amore tra due persone omosessuali, gli uomini
della Chiesa non vedono lo “spirito”, ma solo il sesso. Visione materialistica,
cara alla Chiesa quando si parla di omosessualità.
Peccato che qualche studente non abbia anche chiesto al
vescovo chi ha stabilito che il disordine (ammesso che di disordine si tratti)
sia necessariamente un male.
Io credo che questo vescovo prima di chiedere scusa alle
persone omosessuali, dovrebbe chiedere scusa a Dio.
Renato Pierri
Sunday, March 25, 2018
Nelle Scritture, purtroppo, non esiste il peccato della pedofilia
Nelle Scritture, purtroppo, non esiste il peccato della pedofilia
Trascrivo dall’intervista rilasciata a Paolo Rodari da
don Davide Cito, docente di Diritto penale canonico alla Pontificia Università
della Santa Croce: “La società contemporanea ritiene che la giustizia dello
stato sia l’unica giustizia valida. Per questo motivo anche oggi, quando osserva
i presunti abusi su minori commessi da sacerdoti, invoca la giustizia dello
stato. Beninteso: è corretto che sia così. Gli uomini di chiesa devono seguire
le leggi dello stato in cui vivono e a queste obbedire e probabilmente devono
farlo di più delle altre persone. Ma ciò che oggi troppo spesso si dimentica è
che la giustizia può essere applicata in diversi modi. Che, insomma, non esiste
soltanto la giustizia dello stato" (Il Foglio – 23
marzo).
D’accordo. Giuste considerazioni. Però il canonista non
spiega per quale motivo tra gli innumerevoli reati previsti dal Codice penale
dello Stato italiano, la Chiesa solo riguardo al reato di pedofilia si ricorda
che la giustizia può essere applicata in diversi modi.
Il canonista scrive ancora: “Ci sono invece alcuni
delitti che sono rilevanti per entrambi, è il caso dei reati di pedofilia. Ma
per quest’ultimo delitto già la chiesa prevede pene importanti come ad esempio
la dimissione dallo stato clericale. Se poi il prete è chiamato a rispondere del
proprio delitto anche davanti alla magistratura ordinaria la chiesa non si
oppone, ma la sua giustizia la applica in parallelo, su un piano distinto e
diverso”.
E ancora don Davide Cito non spiega per quale motivo
solo per questo reato previsto dal Codice penale italiano, la Chiesa applichi la
sua giustizia in parallelo, su un piano distinto e diverso. Perché la Chiesa
prende atto della sentenza emessa da un Tribunale italiano riguardo ad altri
reati (omicidio, furto, ecc.) commessi da sacerdoti, e nel caso del prete di
Alassio non ha preso atto della condanna in via definitiva per
pedofilia?
Infine: “La chiesa cattolica conosce la pedofilia da tempo. Benedetto XIV
nel 1741 emanò la Costituzione ‘Il sacramento della penitenza’ dove si diceva
che il penitente deve denunciare il sacerdote colpevole del delitto di avere
istigato a cose turpi. Il concetto venne approfondito negli anni successivi fino
a Giovanni XXIII nell’istruzione ‘Crimen sollicitationis’ dove si parla
esplicitamente del delitto di pedofilia, chiamato crimen
pessimum.”
Ma guarda un
po’. E come mai se la Chiesa conosce il reato di pedofilia da tempo, non ha
avuto mai il pensiero di inserire il termine “pedofilia” nel Catechismo e di
dedicarvi almeno un paragrafo?
La verità è che la Chiesa, riguardo alla morale
sessuale, è sempre stata ciecamente legata alla Tradizione, all’Antico
Testamento e a San Paolo. Nelle Scritture, purtroppo, non si fa minimamente
cenno al grave peccato della pedofilia. Gesù, per fortuna, dà importanza ai
bambini, ma per sfortuna non fa mai cenno al peccato della pedofilia. Se ne
avesse fatto cenno, forse la Chiesa avrebbe dato importanza a questo peccato, e
anziché dedicare ingiustamente diversi paragrafi del Catechismo
all’omosessualità, ne avrebbe giustamente dedicato almeno uno al peccato della
pedofilia. E forse avrebbe affrontato per tempo i crimini compiuti da ministri
consacrati.
Renato Pierri
(Scrittore)
La foto di Alberto Ongaro e disordinati pensieri
La foto di Alberto Ongaro e disordinati pensieri
Ho ricevuto, via mail, una fotografia di Alberto Ongaro
ancora giovane, con su scritto, in alto: “Ho guardato questa foto tutto il
giorno. Il mio amico di una vita Alberto Ongaro, ci ha lasciato. Dietro di lui
Hugo Pratt, che anche ci lasciò. Siamo sempre più soli! Addio
Alberto!”.
E’ stato Enzo Apicella ad
inviarmi la foto. E lui ha scritto quelle parole. Alberto Ongaro è morto alla
bella età di 92 anni. Anche lui, apprendendo della morte di amici più giovani di
lui, si sarà sentito sempre più solo. Il destino di chi vive a lungo ed ha amici
di una vita, è inevitabilmente di sentirsi sempre più solo. Enzo Apicella ha 95
anni. Ho risposto ad Apicella che mi dispiace molto, non per Alberto Ongaro,
sono sincero, che non era mio amico e neppure conoscente, ma per lui, per Enzo,
che magari ha pianto guardando quella fotografia tutto il giorno. Gli ho anche
detto, e non so se ho fatto bene, che io non ho amici di una vita. Altre morti
mi addolorano profondamente, anche se non si tratta di amici di una vita. Questo
non gliel’ho detto. Mi ha addolorato profondamente la morte di un collega e
amico di mia figlia, che non conoscevo personalmente. Non era un amico. Era il
papà giovane di un bambino di cinque anni. Mi ha addolorato profondamente la
morte di un vicino di casa. Non era giovanissimo, ma neppure anziano. Forte,
alto, robusto, sempre disponibile a dare una mano agli inquilini in caso di
bisogno. Nell’arco di neppure tre mesi, se n’è andato. Mi è parso come se fosse
stata tolta una colonna di cemento alle fondamenta del palazzo. Certo, la
sofferenza sarà più acuta per chi vede morire anzi tempo l’amico di una vita. Ma
a 92 anni si può anche morire. Certo, non mi dispiacerebbe vivere senza malanni
ancora tredici anni per raggiungere l’età di Apicella. Io 95 e lui 108, età in
cui potrebbe lasciarci. Allora io guarderei la sua fotografia non dico tutto il
giorno, ma almeno per un poco: “Enzo Apicella, amico non di una vita...“. E se
muoio prima io? L’amico non di una vita, Enzo Apicella, guarderà almeno per un
poco la fotografia di Renato Pierri, si sentirà sempre più
solo?
Renato Pierri
Thursday, March 22, 2018
Il sessismo linguistico è problema serio
Il sessismo linguistico è problema serio
«Con l’espressione sessismo
linguistico si fa riferimento alla nozione linguistic sexism elaborata negli
anni ’60-’70 negli Stati Uniti nell’ambito degli studi sulla manifestazione
della differenza sessuale nel linguaggio. Era emersa infatti una profonda
discriminazione nel modo di rappresentare la donna rispetto all’uomo attraverso
l’uso della lingua, e di ciò si discuteva anche in Italia soprattutto in ambito
semiotico e filosofico. Nel 1987 l’uscita di un rivoluzionario volumetto, Il
sessismo nella lingua italiana di Alma Sabatini, pubblicato dalla Presidenza del
Consiglio dei Ministri, allarga il dibattito all’ambito sociolinguistico e
arriva a interessare attraverso la stampa anche il grande pubblico. Lo scopo del
lavoro era politico e si riallacciava a quello di (ri)stabilire la “parità fra i
sessi” – obiettivo all’epoca di primaria importanza – attraverso il
riconoscimento delle differenze di genere (inteso come gender, concetto
elaborato anch’esso in ambito statunitense, cioè l’insieme delle caratteristiche
socioculturali che si legano all’appartenenza a uno dei due sessi). Al
linguaggio viene riconosciuto un ruolo fondamentale nella costruzione sociale
della realtà e, quindi, anche dell’identità di genere maschile e femminile: è
perciò necessario che sia usato in modo non “sessista” e non privilegi più, come
fa da secoli, il genere maschile né tantomeno continui a tramandare tutta una
serie di pregiudizi negativi nei confronti delle donne, ma diventi rispettoso di
entrambi i generi».
Ho trascritto queste righe di Cecilia Robustelli tratte
da Treccani.it.
L’Enciclopedia Italiana, per far capire la serietà del problema ad un lettore
del blog “Espresso –Altre lettere”, il quale, scherzandoci su, scrive:
“Forse in questo
brutto evo ci siamo immersi proprio tutti, fino al collo. Quando gli inutili
formalismi si inseriscono anche nei linguaggi, significa che essi hanno avuto il
sopravvento, hanno trionfato sulla razionalità... E intanto, tutti a
battere le mani alla sindaca e nessuno pensa alla povera guardia che, guardia
caso (pardon, guarda), non è necessariamente una donna, anche se comunque
signora. Ci vorrebbe il “guardio”, e non vale dire che c’è già il guardiano.
Perché, per far coppia con lui, il guardiano, c’è la guardiana. Ma guarda, o
guardi o guardate un po’ che mi tocca scrivere”.
Scherza, il lettore, persuaso che si tratti di
formalismi, e Stefania Rossini, che cura il blog, apprezza lo scherzo, ma non
gli fa notare che si tratta di un problema serio, e non gli fa osservare, ad
esempio, che il termine guardia (dal gotico vardia ed anche wards dall'antico
alto tedesco wart ossia "guardia, custode") è di genere femminile non a causa di
sessismo. Niente da spartire col termine “sindaco” che è di genere maschile
semplicemente perché fino a non molto tempo fa alle donne non era concessa la
possibilità di diventare sindaco, ma oggi non si vede per quale motivo
bisognerebbe chiamare sindaco e non sindaca una donna che ricopre quel ruolo.
Chiamarla sindaco significa insistere in un assurdo linguaggio sessista.
Il lettore evidentemente non si è mai chiesto perché
diciamo Francesca e Paolo sono “usciti” e non “uscite”. Per convenzione? Sì, ma
perché si è convenuto di declinare al maschile e non al femminile?
Carmelo Dini
Wednesday, March 21, 2018
Il prete di Alassio e il ne bis in idem
Il prete di Alassio e il ne bis in idem
Trascrivo da un articolo di
don Mauro Leonardi apparso su Agi – Blog Italia, il 20 marzo: “Il prete di
Alassio don Luciano Massaferro passerà alla storia per essere stato condannato
dallo Stato italiano per pedofilia in via definitiva a sette anni e otto mesi e
per essere stato giudicato completamente innocente, per lo stesso reato, dal
tribunale ecclesiastico. Se prendiamo sul serio questo fatto gravissimo e non
lasciamo che rimanga solo un episodio clamoroso tra tanti, don Luciano ha
l’occasione di essere ricordato però non solo per essere stato o no un “prete
pedofilo”, ma per aver reso evidente l’urgente necessità di negoziare un accordo
tra Stato Italiano e Chiesa Cattolica a riguardo del delitto di pedofilia dei
preti.”
A me pare che il principio del ne bis in idem (strumento
di tutela dei diritti fondamentali di libertà), significa che il tribunale di
uno stesso Stato non può giudicare una persona due volte per lo stesso reato,
salvo non sorgano nuovi elementi per la revisione del processo. Non significa
che due Stati diversi non possano giudicare la stessa persona per lo stesso
reato. Il prete di Alassio, essendo prete, ha infranto contemporaneamente le
leggi dello Stato italiano e le leggi della Chiesa. Se lo avesse giudicato prima
la Chiesa, lo Stato italiano avrebbe avuto il diritto di giudicarlo per lo
stesso reato.
Detto questo, a mio parere non è vero che le due
sentenze, una di colpevolezza e l’altra d’innocenza facciano “capire che la giustizia non esiste e che la
legge non ha nessun valore”, come afferma don Mauro Leonardi. Semplicemente
significa che uno dei due tribunali si è sbagliato. E sono propenso a credere
che a sbagliare sia stata la Chiesa sempre disgraziatamente troppo morbida
riguardo ai reati di pedofilia.
Renato Pierri
Sunday, March 18, 2018
Mariam Moustafa e le bulle feroci come pastori tedeschi
Mariam Moustafa e le bulle feroci come pastori tedeschi
Sono trascorsi tanti anni, sicuramente più
di quindici anni, eppure la scena non l’ho più dimenticata. Era un’ora in cui
s’incontra poca gente per la strada, l’ora di pranzo. Camminavo in fretta:
dovevo rientrare a scuola, poiché c’erano i consigli di classe. Passando vicino
ad una villa, in una via senza negozi e con pochi palazzi, sento un abbaiare
furioso di cani, ma anche un lamento penoso di cane. Da una fessura riesco a
vedere: due grossi pastori tedeschi stavano attaccando ferocemente uno di quei
cani dal lungo pelo marrone, le grandi orecchie pendenti. Non so come si
chiamino. I padroni della villa non c’erano, ovviamente. “Lo uccideranno” - mi
disse un signore che passava – lo afferreranno alla gola e lo uccideranno”.
Perché lo stavano uccidendo? Perché era diverso da loro, era di un’altra
“razza”, il bel cane marrone, dal lungo pelo lucido e le orecchie grandi
pendenti. Rientrai a scuola con tanta amarezza dentro. Ed oggi la scena mi è
tornata alla mente leggendo la notizia della morte, dopo dodici giorni di coma,
di Mariam Moustafa, studentessa romana di origini egiziane. Era stata aggredita
da una baby-gang di ragazzine inglesi nel centro di Nottingham. Perché l’hanno
aggredita? Perché alle volte le persone non sono diverse da quei due pastori
tedeschi.
Renato Pierri
Saturday, March 17, 2018
La piccola vendetta di Beppe Severgnini
La piccola vendetta di Beppe Severgnini
Non ci crederete, ma è così. Beppe Severgnini, dopo che
l’ho più volte rimproverato per la insistente pubblicazione di lettere inviate
da gente che nega il fenomeno triste del femminicidio o ne vuole sminuire la
gravità, doveva prendersi la soddisfazione di darmi pubblicamente del
“vigliacchetto”. Lo ha fatto oggi inserendo sul blog Italians – Corriere della
Sera, una mia lettera scritta più di un mese fa e già pubblicata su La
Repubblica, da Corrado Augias. Non me la prendo, però. Del resto, alla mia età
è difficile prendersela per cose del genere. Severgnini ha i capelli bianchi,
io ho la barba bianca da un bel pezzo. Lo capisco. La mia lettera parla
degli pseudonimi cui ho fatto ricorso ogni tanto, oltre ad usare il mio nome.
Ho spiegato mille volte i motivi che mi hanno spinto a farne uso, e non starò a
spiegarli ancora. Lascio che li immaginino i lettori intelligenti e onesti. Mi
limito a dire che fu una nota brava giornalista di un noto quotidiano, a darmi
il suggerimento.
Trascrivo il commento di Severgnini alla
mia lettera:
«Gli pseudonimi sono un modo di nascondere la propria identità. Se
io (giornalista) ci metto la firma e la faccia, è giusto che la metta anche il
lettore che scrive. L'anonimato non è una forma di protezione (da cosa, poi?).
E' un modo di nascondersi. Tirare il sasso e nascondere la mano. No, grazie.
"Italians" regge da quasi venti (!) anni perché scrivono persone, non
avatar vigliacchetti. Quindi, avanti così».
Anche una maschera serve a nascondere la
propria identità, si può usare a teatro, in un ballo mascherato, oppure per
fare una rapina. Ma non voglio fare commenti, mi limito a trascrivere
quelli dei lettori di Italians – Corriere della Sera, che mi hanno scritto.
Tutti disapprovando Severgnini. Ovviamente ometto i nomi. Un signore: «Io penso che una lettera debba essere
pubblicata per il suo contenuto interessante, per un'idea, un'opinione
particolare su un dato argomento. Ma forse quando si è a corto di argomenti per
controbattere si preferisce cestinare la lettera. Oppure pubblicarla con un
commento stizzoso (…nonché spesso fuori luogo!) aizzando i numerosissimi
«yesmen» ad intasare la casella mail con insulti ed offese. Forse ha ragione.
Meglio usare uno pseudonimo».
Una signora: «Buongiorno, io concordo con lei. Alla fine non è sempre
possibile metterci la faccia, come dice Severgnini. Se devi scrivere cose vere
che mettono in pericolo il tuo posto di lavoro o i tuoi rapporti familiari -per
fare un esempio-non vedo che male ci sia».
Un signore: «Severgnini scrive: "Italians regge
da quasi venti (!) anni perché scrivono persone, non avatar vigliacchetti.
Quindi, avanti così.”
Falso, conosco diverse persone che
scrivono usando nomi diversi, su Italians».
Però, Severgnini è simpatico e gli
vogliamo bene lo stesso, vero?
Renato Pierri
Friday, March 16, 2018
Tesi sul fenomeno delle lettere ai giornali
Tesi sul fenomeno delle lettere ai giornali
Non
so se nelle università sia mai stata fatta da qualche studente una tesi sul
fenomeno delle lettere ai giornali. Sarebbe interessante a mio parere. Si
potrebbe anche scrivere un libro sul fenomeno. C’è chi per una volta nella vita
scrive una lettera ad un giornale, chi scrive più volte, e chi scrive
continuamente. Esistono lettori che hanno scritto e visto pubblicate centinaia
se non migliaia di lettere. Quali i motivi che li spingono a scrivere? La
soddisfazione di vedere il proprio nome sul giornale? Il bisogno di far sentire
la propria voce? Interessante sarebbe anche analizzare i criteri in base ai
quali i giornalisti addetti scelgono le lettere da pubblicare. Ma le lettere
scritte dai lettori sono sempre realmente quelle pubblicate? Il testo non ha
subito modifiche? Alcuni giornalisti, rispettosi degli autori delle missive,
pubblicano i testi senza permettersi di modificarli, al più, per ragioni di
spazio operano qualche taglio. Altri giornalisti, meno rispettosi, modificano il
testo non alterandone però il significato. Altri ancora meno rispettosi,
manipolano il testo. Esistono poi giornalisti, ma questa è faccenda personale,
che prendono in antipatia il lettore che li ha criticati, e si “vendicano”
cestinando le lettere che prima pubblicavano regolarmente. Ma questa è storia
personale. Studenti non la mettete nella tesi!
Renato Pierri
Wednesday, March 14, 2018
L'ingiustizia di precludere il sacerdozio alle donne, e un'interessante obiezione
L'ingiustizia di precludere il sacerdozio alle donne, e un'interessante obiezione
“Caro
Papa, oggi negare il sacerdozio alle donne è una palese ingiustizia”. E’ il
titolo di un mio articolo pubblicato qualche giorno fa sul blog “Come Gesù” del
prete e scrittore Mauro Leonardi. Di norma prima di pubblicare qualsiasi cosa
cerco d’immaginare tutte le obiezioni possibili per verificare se possa aver
sbagliato in qualcosa. All’obiezione, però, che mi è stata rivolta da un
lettore, devo ammettere sinceramente di non aver pensato. Il lettore scrive:
«Non capisco la frase: "Oggi negare
il sacerdozio alle donne è una palese ingiustizia". La Giustizia dipende dalla
Verità, e per definizione essa non può certo cambiata tra ieri, oggi, o domani!
Ne deduco che se lei ha ragione, allora questa è sempre stata un'ingiustizia, e
che la Chiesa si è sempre sbagliata».
Nella
sostanza, se non sbaglio, l’obiezione è la seguente: se precludere il sacerdozio
alle donne è un’ingiustizia oggi, significa che è sempre stata un’ingiustizia, e
sia Gesù sia la Chiesa hanno commesso un errore.
Rispondo con un breve racconto che si svolge nel nostro
tempo. Sono a letto con la febbre alta, bisogna andare in farmacia ad acquistare
un antipiretico. Entrambi i figlioli, femmina e maschio esprimono il desiderio
di fare la commissione. E’ sera tardi, le strade sono deserte, il quartiere non
è tranquillo. La figliola correrebbe rischi assai maggiori del maschio. Decido
di affidare l’incarico al figlio. Se avessi fatto uscire entrambi, avrei fatto
correre rischi ad entrambi, dovendo il fratello, in caso di pericolo, difendere
la sorella. Ho commesso un’ingiustizia? Se si vuole considerarla tale, bisogna
ammettere che sono stato costretto a commetterla.
Nell’articolo avevo scritto: «Le difficoltà, già
insormontabili per un uomo, sarebbero state impossibili da superare per una
donna. Chi mai avrebbe dato ascolto ad una predicatrice? Chi le avrebbe mai dato
benché la minima importanza? Nella Palestina al tempo di Gesù “la posizione che
la società riconosceva alla donna era, da qualsiasi punto di vista,
inferiore…Legalmente, la donna era considerata minorenne, e quindi
irresponsabile: gli impegni che prendeva potevano essere sconfessati dal marito,
e chi li aveva accettati non aveva scampo” (Henri Daniel – Rops, La vita
quotidiana in Palestina al tempo di Gesù, Mondadori, pagg. 147 e 148) Come si
può pensare, considerato quel tipo di società, che Gesù potesse mandare delle
donne “come pecore in mezzo ai lupi” (Mt 10, 16)?».
La
risposta è qui. In qualche modo Gesù fu costretto a scegliere uomini da inviare
“come pecore in mezzo ai lupi”, sia per non far correre inutili rischi alle
donne, sia per non compromettere la già difficile evangelizzazione del mondo.
Si
consideri ancora che mentre oggi l’ingiustizia è palese, come ho scritto, allora
palese non era. Per le donne della Palestina contare meno degli uomini era cosa
normalissima. Nessuno in quel periodo e in quella società avrebbe visto
un’ingiustizia nella scelta di Gesù.
Ma
vedete, la Chiesa spiega che si comporta così perché anche Gesù si comportò
così, ma non sa spiegare perché Gesù si comportò così.
Renato Pierri
Sunday, March 11, 2018
Vittorino Andreoli, il Qohèlet, e l’amore prima del matrimonio
Vittorino Andreoli, il Qohèlet, e l’amore prima del
matrimonio
Leggevo nell’interessante libro di Vittorino Andreoli,
“L’educazione (im) possibile” (Rizzoli), le seguenti parole:
«Oggi parlare di desiderio sessuale non ha senso, e se
un adolescente dicesse che si astiene da un rapporto sessuale per poterlo
consumare con la stessa ragazza in futuro, per esempio tra tre anni, verrebbe
ricoverato con una diagnosi che sfiora il delirio. Quando mi capita di
raccontare che sono arrivato al matrimonio vergine, pur avendo frequentato la
mia futura sposa per cinque anni, sono guardato come un “poveretto”. E certo non
mancava l’appetito, che veniva spostato sovente su noccioline, qualche olivetta,
cose da happy hour, ma il resto “a suo tempo”. Mi ricordo il fascino che avevano
le parole attribuite a Salomone: “C’è un tempo per soffrire e uno per godere, un
tempo per amare e un tempo per odiare” »
(pag. 93).
Leggevo, e mi è tornata alle mente la scena di qualche
giorno fa. In un autobus, a Roma, vicino a me, davanti alla porta di uscita,
c’erano due ragazzine che parlavano tra loro. Una, graziosa, dice all’amica meno
carina: “Massimo ha detto che quando... mi scopa”. Con disinvoltura, lo ha
detto, e quasi con un certo orgoglio per la lusinghiera attenzione che Massimo
mostrava nei suoi riguardi. Una signora che pure era vicino, mi ha guardato
accennando un sorriso. Il rumore dell’autobus non mi ha dato la possibilità di
sentire quando Massimo le avrebbe fatto il regalino. Era pigiata contro il
pulsante per la prenotazione delle fermate, e così le ho chiesto di premerlo
poiché dovevo scendere, e lei con un bel sorriso: “Già fatto, ciao”.
Sicuramente non è un bene che una ragazzina parli
della “prima volta” (almeno credo stesse alludendo alla prima volta!) con tanta
disinvoltura, in un luogo pubblico, sapendo perfettamente d’essere sentita da
altre persone. E forse neppure è un bene che sia il sottoscritto sia la signora
che ha sorriso, non si siano stupiti più di tanto.
Ma viene fatto anche di chiedersi se
era un bene, una volta, che non si facesse l’amore (o perlomeno che alcuni non
facessero l’amore) per diversi anni con la futura sposa non per il fascino delle
parole attribuite a Salomone, come è accaduto a Vittorino Andreoli, ma per il
timore di compiere un atto cattivo, per il timore di commettere grave peccato,
per il timore che la donna fosse disonorata perdendo la verginità, per il timore
delle critiche della gente, per non sentirsi in colpa e via di
seguito.
Ed è sicuro, Andreoli, che fosse solo il fascino delle
parole del Qohèlet a farlo arrivare vergine al
matrimonio?
Renato Pierri
Thursday, March 08, 2018
Sublimi considerazioni sullo sciopero globale delle donne
Sublimi considerazioni sullo sciopero globale delle
donne
Non si approva lo sciopero
globale delle donne? Non si approva la festa dell’8 marzo? E perché non dirlo
con parole civili, anziché ricorrere a volgarità e a violenza verbale? Mi
riferisco ad un articolo apparso su un noto quotidiano. Trascrivo qualche riga:
“A che serve questa giornata di follia uterina, dove la celebrazione della
grazia, della bellezza, di quell’ossimoro vivente di fierezza e soavità
connaturato alla donna trascende in uno starnazzare scomposto e vago di diritti,
idolatria di quell’entità artificiale che è il genere?”. Piangere o ridere? Più
che altro c’è da ridere. “Ossimoro vivente di fierezza e soavità connaturato
alla donna”. Ma si può? Gentile, raffinato giornalista, esistono donne fiere e
soavi, e uomini fieri e soavi, donne per niente fiere e soavi, e uomini per
niente fieri e soavi. “Il genere entità artificiale... “. Chiedo ancora: ma si
può? Trascrivo un altro sublime pensiero: “L’essenza della donna madre viene
respinta e schifata, nel sabba del contro-natura”. Ma il colmo dell’eleganza,
della raffinatezza, il giornalista lo raggiunge con queste parole: “La donna si
allaccia un pene di gomma e l’uomo si taglia le palle, (auto) condannato alla
marginalità, arrendevole, impedito alla conquista e alla seduzione”.
A che serve questa giornata di sciopero, si domanda il
raffinato? La risposta, gentilissimo giornalista, se l’è data da solo; serve ad
evitare che in futuro si possano leggere sui giornali articoli come il suo.
Renato Pierri
Wednesday, March 07, 2018
Caro Papa, oggi negare il sacerdozio alle donne è una palese ingiustizia
Caro Papa, oggi negare il sacerdozio alle donne è una palese ingiustizia
Leggo su Avvenire del 1 marzo: “«Quello che mi preoccupa
è la persistenza di una certa mentalità maschilista (machista), anche nelle
società più avanzate, nelle quali si consumano atti di violenza contro le donne,
vittime di maltrattamenti, di tratta e lucro, così come ridotte a oggetti in
alcune pubblicità o nell'industria dell'intrattenimento». Sono
parole scritte dal Papa nel prologo del libro Dieci cose che Papa Francesco
propone alle donne (Publicaciones Claretianas) della professoressa María Teresa
Compte, direttrice del master universitario di Dottrina sociale della Chiesa
presso la Pontificia Università di Salamanca (UPSA). Come riporta il Sismografo,
nel testo papa Francesco riflette sul ruolo delle donne nella Chiesa e su come
potrebbe migliorare: «Mi preoccupa anche - si legge ancora nel prologo del Papa
- che nella Chiesa stessa, il ruolo del servizio a cui ogni cristiano è chiamato
scivola, nel caso delle donne, a volte, nei ruoli più di servitù che di vero
servizio»”.
Caro papa Francesco, se la sua preoccupazione riguarda
anche la persistenza della mentalità maschilista nella Chiesa, c’è un solo modo
per liberarsene: permettere alle donne di accedere al sacerdozio. Vedrà che
tutto cambia per incanto e sarà anche un buon esempio da dare alle società dove
la perniciosa mentalità persiste.
Lei sa, caro Papa, che
la ragione fondamentale che induce la Chiesa ad escludere le donne dal
sacerdozio è questa: “Gesù Cristo non ha chiamato alcuna donna a far parte dei
dodici. Se egli ha fatto così, non è stato per conformarsi alle
usanze del suo tempo, poiché l’atteggiamento, da lui assunto nei
confronti delle donne, contrasta singolarmente con quello del suo ambiente e
segna una rottura voluta e coraggiosa” (Dichiarazione della Congregazione per la
Dottrina della fede, Inter Insigniores, 15 ottobre 1976, approvata da Paolo VI).
All’affermazione che Gesù non chiamò donne a far parte
dei dodici, si pone l’obiezione della conformazione alle usanze del tempo, come
se fosse l’unica possibile; si confuta facilmente l’obiezione stessa, e si trae
la conclusione che Gesù così “ha stabilito”. Ma quante cose non dette
esplicitamente o non fatte da Gesù, sono state comprese o si sono realizzate
secoli dopo? E’ ovvio che non fu il
timore di infrangere le regole dell’epoca, a determinare la decisione del
Signore, bensì la consapevolezza che chiamare delle donne a far parte degli
apostoli, sarebbe stato non solo perfettamente inutile, ma anche di serio
ostacolo all’evangelizzazione del mondo, ed è questa l’obiezione seria, che la
Chiesa finge d’ignorare. Il Signore sapeva perfettamente che nessuna donna
avrebbe potuto sostituire gli apostoli, in quel periodo ed in quella società. Le
difficoltà, già insormontabili per un uomo, sarebbero state impossibili da
superare per una donna. Chi mai avrebbe dato ascolto ad una predicatrice? Chi le
avrebbe mai dato benché la minima importanza? Nella Palestina al tempo di Gesù
“la posizione che la società riconosceva alla donna era, da qualsiasi punto di
vista, inferiore…Legalmente, la donna era considerata minorenne, e quindi
irresponsabile: gli impegni che prendeva potevano essere sconfessati dal marito,
e chi li aveva accettati non aveva scampo” (Henri Daniel – Rops, La vita
quotidiana in Palestina al tempo di Gesù, Mondadori, pagg. 147 e 148) Come si
può pensare, considerato quel tipo di società, che Gesù potesse mandare delle
donne “come pecore in mezzo ai lupi” (Mt 10, 16)?
Oggi,
caro Papa, le ragioni che determinarono la decisione di Gesù non sussistono più,
e negare il sacerdozio alle donne è una palese ingiustizia.
Riguardo al “ruolo del servizio a cui ogni cristiano è
chiamato che scivola, nel caso delle donne, a volte, nei ruoli più di servitù
che di vero servizio” (trascrivo le sue parole), una domanda: non sarebbe
opportuno, per ovvi motivi, che vescovi e cardinali prendessero al loro servizio
frati anziché suore, uomini anziché donne?
Renato Pierri
Sunday, March 04, 2018
Preghiera dopo la tragedia di Latina
Preghiera dopo la tragedia di Latina
Storiacce, Signore, storie terribili che ti restano
addosso, che ti s’imprimono nella mente e non ti lasciano per lungo tempo.
L’immagine degli occhi innocenti, del sorriso innocente di quelle due creature
che temevano il padre e sono state uccise dal padre, ti resta dentro, Signore,
ti resta dentro. Lo sai, Signore? Se tu mi avessi detto prima della Creazione:
“Voglio creare l’universo, e su un piccolissimo sperduto pianeta tra miliardi di
pianeti, voglio mettere gli uomini a mia immagine e somiglianza, e le piante e
gli animali”, e poi avessi aggiunto, perplesso: “Però... però questo comporterà
grande sofferenza per tutte le creature, e potrà anche accadere che un padre
possa uccidere le sue bimbe. Potrà anche accadere... ”, lo sai Signore? Io senza
esitazione ti avrei risposto di lasciar perdere. Capisco, non avevi previsto...
mai avresti immaginato, capisco, ma è inutile piangere sul latte versato, quel
che è fatto è fatto, non si può tornare indietro. Però, una preghiera voglio
fartela: “Signore, se questo povero sperduto pianeta deve ancora per troppo
tempo essere afflitto da tanta sofferenza, se milioni di creature innocenti
dovranno ancora patire le pene dell’inferno, fa’ che la fine del mondo venga al
più presto, porta tutti con te in paradiso e non se ne parli
più”.
Renato Pierri
Friday, March 02, 2018
Gentile Severgnini perché smette di pubblicare lettere misogine?
Gentile Severgnini perché smette di pubblicare lettere
misogine?
Ho
pregato più volte invano Beppe Severgnini di non pubblicare continuamente
lettere misogine, senza almeno un rigo di disapprovazione. Ma non c’è niente da
fare. Ecco l’ennesima lettera, tra l’altro di un’intelligenza sconcertante. E’
uscita oggi 2 marzo, su Italians – Corriere della Sera col titolo: “Troppe le
donne pronte a non farsi rispettare”- La prima affermazione che lascia stupiti:
“L'episodio di Latina tutto è tranne che un femminicidio, ma un massacro di una
intera famiglia”. Ecco, se l’uomo uccideva solo la moglie, era femminicidio,
poiché uccide anche le figlie, non è più femminicidio. In realtà, l’uomo ha
perpetrato un femminicidio e un figlicidio. Ma andiamo avanti. Quale la causa
dei femmincidi? Lo dice il titolo: le donne non si fanno rispettare e per questo
gli uomini le ucciderebbero. Ma si dà il caso che sia esattamente il contrario:
le donne vengono uccise da uomini ottusi e violenti proprio perché vogliono si
rispetti la loro libertà, proprio perché vogliono essere considerate persone e
non oggetti di proprietà degli uomini. L’autore scrive ancora: “Le donne non
hanno sempre cercato rispetto del loro corpo: se così fosse... ci saremmo
arrabbiati per la sua mercificazione nei programmi dove erano presenti
adolescenti che sculettavano con un auricolare nell'orecchio o donne che
facevano stacchetti semi-hot a ora di cena”. Capito? Le donne non hanno sempre
cercato rispetto per il proprio corpo, sculettano, fanno stacchetti semi-hot e
per questo gli uomini le uccidono. Infatti, nei paesi arabi e in India dove le
donne non sculettano e non fanno stacchetti, i femminicidi sono più diffusi che
nel nostro Paese. Ma si può?
Renato Pierri
Thursday, March 01, 2018
“Maria Maddalena”: tesi femminista o sessista?
“Maria Maddalena”: tesi femminista o
sessista?
“Rimane, nell’aria, la tesi
femminista del film. Ed è, in fin dei conti, la cosa che più mi ha convinto:
perché è proprio vero che anche duemila anni fa ogni dolore era arrivato a
Cristo solo dai maschi mentre le donne gli avevano riservato solo comprensione
ed affetto. Questa però è un’altra storia ed è quella del Vangelo”.
Sono le parole con le quali don Mauro Leonardi conclude
la recensione del film Maria Maddalena, apparsa su “La Croce” il 28 febbraio.
Ovviamente non ho visto il film giacché ancora non è uscito, però vien fatto di
chiedersi, stando alle parole di don Mauro, se si tratti di tesi femminista
oppure di tesi sessista: le donne sono così e così, e gli uomini invece... In
realtà esistono persone buone e comprensive, e persone cattive e non
comprensive. La distinzione tra buoni e cattivi in base al genere cui
appartengono, è sessista. Detto questo, c’è una spiegazione al fatto che siano
alcuni maschi nel Vangelo ad arrestare, processare e crocifiggere Gesù, e non
alcune donne. Non perché tutti i maschi della Palestina fossero cattivi e tutte
le donne della Palestina fossero buone. Semplicemente perché nella società della
Palestina al tempo di Gesù, alle donne, buone o cattive che fossero, non era
concessa nessuna possibilità di arrestare, processare e crocifiggere chiunque.
Si potrebbe affermare che per le donne, la possibilità di mettere in atto la
propria cattiveria, soprattutto con azioni pubbliche, fosse molto limitata. Alle
donne buone era concessa la possibilità di mettere in atto la propria bontà, ma
forse anche questa possibilità era limitata. Le donne non potevano fare leggi
giuste, stabilire regole giuste. Ogni decisione importante era in mano agli
uomini. Ma per lo più non è stato forse così anche in altre società cristiane
per secoli dopo Cristo?
E non
è così ancora oggi in tante parti del mondo? Milioni di donne ancora oggi sono
in qualche modo “costrette” ad essere buone o perlomeno a non compiere azioni
pubbliche cattive.
Renato Pierri
