Wednesday, March 29, 2017

Omosessualità. Renato Pierri risponde all'onorevole Rocco Buttiglione

Omosessualità. Renato Pierri risponde all'onorevole Rocco Buttiglione
Gentile professor Rocco Buttiglione, lei mi ha scritto sul blog “Come Gesù”, cose che io conosco perfettamente, compresi i troppi pessimi paragrafi che il Catechismo dedica all’omosessualità. Paragrafi che ho criticato più volte in diversi miei scritti. Stranamente il Catechismo, tranne un breve accenno,  non dedica neppure un paragrafo alla pedofilia, ma questo è altro discorso. 
 Mi limiterò quindi a commentare le seguenti sue considerazioni.
Lei scrive: “Uno stile di vita può essere discusso e valutato dal punto di vista morale. È quello che fa il Catechismo della Chiesa Cattolica e, più in generale, la dottrina cattolica, almeno a partire da S.Paolo”.
A mio parere uno stile di vita può essere discusso e valutato, dal punto di vista morale, solo nel caso in cui questo stile di vita vada a ledere la libertà altrui, oppure rechi danno alla società. Mi pare che nessuno possa dimostrare che l’omosessualità sino ad oggi abbia recato danno a qualcuno.
Poi lei scrive: “Il Catechismo si preoccupa di evitare che il giudizio negativo sull’atto si trasferisca direttamente sulla persona generando atteggiamenti di disprezzo o di odio”.
Non sembra, però, che sia riuscito nell’intento. E’ innegabile che la Chiesa abbia contribuito pesantemente ad alimentare i pregiudizi nei riguardi delle persone omosessuali, con le conseguenze a tutti note.
Infine lei scrive: “Il rispetto verso la mia persona non può trasformarsi nella pretesa che tutti i miei comportamenti non possano essere criticati”. 
Vale il discorso che ho fatto sopra: lei non può permettersi, come ha fatto, di dire ad una persona omosessuale: “L’omosessualità è oggettivamente sbagliata”, perché è come se gli dicesse in faccia: “In te c’è qualcosa di oggettivamente sbagliato”. E chi glielo darebbe questo diritto anche se fosse vero? Lo sbaglio che ci sarebbe nella persona omosessuale, toglie la libertà a lei? Tocca la sua persona? Toglie la libertà ad altri? Nuoce alla comunità? La persona omosessuale si permette di esprimere giudizi su di lei? E lei come si permette? La persona omosessuale si permette di esprimere giudizi sul suo comportamento sotto le lenzuola? E lei come si permette?
Detto questo, che l’omosessualità sia oggettivamente sbagliata, è una sua opinione, diversi studiosi sono di parere opposto al suo. Gliene cito un paio: il teologo cattolico Vito Mancuso, la filosofa Nicla Vassallo.
Renato Pierri


Creme alle nocciole: genitori attenti agli ingredienti


Olio di palma sicuro,  proveniente da frutti spremuti freschi, da fonti sostenibili, lavorato a temperature controllate. Questo spiega in uno spot, un dipendente di una nota azienda di crema alle nocciole, ancora oggi, mentre l’olio di palma viene eliminato dalla maggior parte dei prodotti alimentari di altre aziende. Evidentemente l’olio di palma conviene alla nota azienda. Peccato però che nello spot non venga anche detto che l’olio di palma contenuto in abbondanza nei vasetti di crema, anche se proveniente da frutti freschi e da fonti sostenibili, contiene glicidiolo, sostanza riguardo alla quale ecco che cosa scrive la dottoressa Maria Rosa Di Fazio, responsabile Oncologia del Centro medico internazionale SH Health Service di San Marino: «Per dare un’idea di quanto seria sia la minaccia dell’olio di palma alla nostra salute, mi sembra sufficiente informare che in particolare per il glicidiolo [contenuto nell’olio di palma] non è stata nemmeno fissata una soglia, dal momento che si tratta di una sostanza cancerogena e genotossica, il che significa che ha la capacità di danneggiare l’informazione genetica all’interno di una cellula, causando mutazioni e inducendo modificazioni del nostro DNA. Tradotto: tramuta le cellule sane in cancerogene. Questa “robaccia”, insomma, non dovrebbe essere presente negli alimenti, eppure c’è e la troviamo in alcuni prodotti di consumo quotidiano, come certe popolarissime creme spalmabili, in dosi anche molto elevate» (Mangiare bene per sconfiggere il male, Mind Edizioni). Sarà bene che i genitori che spalmano creme alle nocciole sul pane dei loro bambini, guardino sull’etichetta se contiene olio di palma.

Francesca Ribeiro

Tuesday, March 28, 2017

Non serve il legame biologico, serve amore

Non serve il legame biologico, serve amore

In una lettera sul blog di Beppe Severgnini, Italians – Corriere della Sera del 28 marzo, leggo: “Ricordo di aver sentito parlare dei risultati di numerose ricerche scientifiche che hanno dimostrato quanto sia fondamentale ad un corretto sviluppo della persona il contatto diretto con la madre nei primi mesi di vita, e che addirittura il latte materno modifica costantemente la propria composizione chimica a seconda delle esigenze del bambino”. Il lettore ricorda di aver sentito parlare, non cita le numerose ricerche scientifiche. In realtà, la storia,  la vita, l’esperienza della vita, ci hanno fatto capire che non è vero quanto asserisce. Sa, il lettore, quante donne fino a non molto tempo fa, morivano di parto e i piccoli venivano allattati da balie e crescevano con questa e con parenti della madre deceduta? Inoltre:  “Fino agli inizi del Novecento nelle classi agiate era consuetudine affidare i bambini ad un'altra donna, spesso scelta tra i contadini o il personale di servizio, perché provvedesse all'allattamento. Si trattava quindi di una sorta di “madre surrogata” a cui le signore di buona famiglia si rivolgevano per evitare che l'allattamento avesse ripercussioni negative sull'aspetto del loro corpo” (Beatrice Spinelli). Questi bambini non si separavano completamente dalla madre, ma neppure erano in rapporto simbiotico con lei. Umberto Saba venne  allevato per tre anni da una balia, che avendo perso un figlio, riversò sul piccolo Umberto tutto il suo affetto che il bambino ricambiò, tanto da considerarla, come egli stesso scrisse, «madre di gioia».  Quando la madre lo rivolle con sé, il poeta, all'età di tre anni, ebbe il suo primo trauma di cui tratterà nelle poesie raccolte sotto il titolo Il piccolo Berto (1926). Dove sono le statistiche dimostranti inequivocabilmente che i bambini separati dalla donna che li ha portati in grembo, abbiano maggiori problemi degli altri bambini? Io credo che un neonato abbia bisogno di calore umano, di nutrimento, di cure e, se la parola non dà fastidio, di amore, ma sì, di tanto amore. Il vero trauma è separare un bambino dalla «madre di gioia».
Renato Pierri






Monday, March 27, 2017

Ancora il terzo segreto di Fátima? Ve la racconto io la verità…
Divino guazzabuglio
Caro direttore, con un po' di stizza apprendo da "Affari Italiani" del 30 maggio, che Bruno Vespa manderà in onda un'ennesima trasmissione sul terzo segreto di Fátima. Il disappunto è dovuto al fatto che, mentre sui giornali e soprattutto nei libri, per quanto riguarda argomenti religiosi, abbiamo la possibilità di leggere opinioni di cattolici non sempre allineati col pensiero della Chiesa, ciò è assolutamente impossibile in televisione. Da Vespa, come è sempre accaduto, ci sarà il colto sacerdote di turno,  Vittorio Messori, magari l'"ateo" Gianni Vattimo, ecc., ma sarà speranza vana ascoltare  una voce cristiana che possa "cristianamente" dimostrare che tutto il segreto di Fátima è un cumulo di sciocchezze inventate dalla pastorella portoghese. Vede, direttore, il sacro fu definito da Rudolf Otto, mysterium tremendum, numinosum, fascinosum...Tutto, ma non ridicolo. Ed io credo che il servizio peggiore che si possa fare ad una religione è renderla ridicola. Forse per evitare ciò, Giovanni XXIII, uomo buono, concreto ed intelligente, presa visione del terzo segreto nell'agosto del 1959, non volle divulgarlo. Mi limito alla descrizione di qualche particolare del famoso segreto. Un guazzabuglio, un quadro tragicomico, dove non troviamo nessuna pennellata "divina". C'è un angelo con in mano una spada, o meglio una sorta di lanciafiamme, che si sgola, gridando tre volte “penitenza!”, pur sapendo che il suo monito sarebbe giunto agli uomini ben 83 anni dopo. Giovanni Battista disse una volta sola “convertitevi”, e si rivolgeva alle folle che accorrevano a lui. Lucia, alla parola “penitenza”, che nel Vangelo significa conversione, attribuiva un senso ben diverso: per lei voleva dire solo fare sacrifici e torturarsi (cf. Lucia racconta Fatima - Editrice Queriniana). La veggente colloca la scena centrale della visione nella “luce immensa che è Dio”; non dice che la luce emana da Dio, ma che essa è Dio stesso; il che significa che anche gli assassini del vescovo sono in Dio. La scena: "Un Vescovo vestito di bianco...Vari altri Vescovi, Sacerdoti...salire una montagna ripida...in cima alla quale c'era una grande Croce...Il Santo Padre...mezzo tremulo, con passo vacillante...venne ucciso da un gruppo di soldati che gli spararono vari colpi di arma da fuoco e di frecce". Evidentemente per la veggente di Fátima, le frecce sul vecchio tremulo, assieme ai proiettili, sortivano maggiore effetto, rendendo lo spettacolo più cruento. Assieme al Vescovo "morirono gli uni dopo gli altri...uomini e donne di varie classi e posizioni". Importante questa precisazione finale. Nel frattempo "due Angeli ognuno con un annaffiatoio di cristallo nella mano...raccoglievano il sangue dei Martiri e con esso irrigavano le anime che si avvicinavano a Dio". E cioè alla luce in cui erano immerse? Fornire d'ombrello o d'impermeabile le povere anime sarebbe stato doveroso da parte della veggente.
Giovanni Paolo II si identificò col Vescovo vestito di bianco, sebbene quando subì l’attentato era ancora nel pieno delle forze, e nonostante  Lucia dica chiaramente che il vescovo morì. Un errore della veggente, o un ripensamento della Signora di Fátima?

Renato Pierri

L'aberrante credenza che la sofferenza sia quasi una grazia di Dio

L'aberrante credenza che la sofferenza sia quasi una grazia di Dio

“La cultura occidentale consumista e edonista, che si illude di poter eliminare il dolore e la sofferenza dalla vita dell’uomo è ormai priva delle categorie cristiane per comprendere il valore della sofferenza e della Croce”. Con queste parole inizia un articolo di un sacerdote sul blog “Come Gesù” del prete e scrittore Mauro Leonardi. Ma è vero che la cultura occidentale si illude di eliminare il dolore e la sofferenza dalla vita dell’uomo? E chi potrebbe illudersi di eliminare la morte, la sofferenza per la perdita di una persona cara, la sofferenza per un amore non corrisposto, e per mille altri motivi? In realtà, è presente, grazie a Dio, nella cultura occidentale la speranza di eliminare per quanto possibile la sofferenza inutile, la sofferenza che non ha senso. E a dare questa speranza agli uomini è stato proprio Gesù Cristo.  Fu lui con la sua predicazione e con i suoi miracoli a cercare di eliminare per quanto possibile la sofferenza dalla vita dell’uomo. Che cosa vuol dire, infatti, dar da mangiare all’affamato, se non alleviare o eliminare la sofferenza della fame? E non era Gesù che dava la vista ai ciechi, che guariva gli zoppi, i lebbrosi, i sordi? Gesù toglieva la sofferenza. Perché non si dovrebbe cercare di eliminare per quanto possibile la sofferenza se Gesù stesso lo faceva?
Un'errata interpretazione del vangelo, ha fatto diffondere l'aberrante credenza che il dolore degli uomini sia quasi una grazia di Dio, o perlomeno che la sofferenza, anche se evitabile, eliminabile, deve essere accettata, perché anche Gesù soffrì sulla croce. Il marito bastona tutti i giorni la moglie? La moglie deve stare zitta e buona perché anche Gesù soffrì sulla croce. E’ il senso di uno dei messaggi della strana Madonna di Medjugorje. Una Madonna che del vangelo aveva capito poco. Oppure erano i suoi presunti veggenti a non conoscere il vangelo?
L’autore dell’articolo cade nello stesso errore dei presunti veggenti di Medjugorje. Scrive, infatti: “Nella vita di alcuni mistici, oltre all’esercizio di tutte le virtù, l’amore per Gesù, vero Dio e vero uomo, li ha portati a desiderare di imitarLo e di condividere con Lui, in umile accettazione della Volontà di Dio, quelle sofferenze che ricevevano nella vita (prove, maltrattamenti, malattie, ecc …)”.
L’equivoco in cui sono caduti molti santi e in cui cade il sacerdote è credere che imitare Cristo sia soffrire anche se di soffrire non c’è alcuna necessità, anche se la sofferenza è evitabile. E tale era l’equivoco, che alcuni santi le sofferenze le invocavano da Dio, oppure se le procuravano. Ma questa non è imitazione di Cristo. L’imitazione di Cristo è altra cosa. Il Signore parlò di necessità della sofferenza per sé ( Lc 17, 25), ma non per gli uomini.
E’ pur vero che fu Gesù a dire: "Se uno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua". Ma che cosa significava? Prendere la croce anche quando era possibile evitarla pur seguendo Cristo? Neppure per sogno. Gesù intendeva: Se uno vuol venire dietro a me, deve essere disposto a subirne le inevitabili conseguenze, anche ad essere crocifisso. Non può essere altrimenti, giacché un padre amorevole non può volere la sofferenza dei propri figli, qualora la sofferenza sia inutile ed evitabile. Ritenere il contrario significa offendere Dio. E forse prima di parlare del valore della sofferenza, bisognerebbe pensare a tutti coloro che soffrono veramente, e che non vorrebbero affatto soffrire, soprattutto ai bambini che soffrono, bisognerebbe pensare. A coloro che aspettano gli venga tolta la sofferenza e non che gli si dica che la sofferenza è un valore. Andarglielo a dire, potrebbe anche irritarli un poco.
Renato Pierri