Saturday, January 27, 2018

Lettera aperta agli amministratori di Wikipedia

Lettera aperta agli amministratori di Wikipedia

Io capisco, capisco che i miei libri su Santa Gemma Galgani, su Fatima e su Lourdes possano non piacere a qualche cattolico conservatore, anzi, mi sembra giusto, ma può essere un motivo sufficiente per accanirsi nel tentativo di cancellare la pagina su Wikipedia che riguarda il mio nome? Una strana storia questa.
Premetto che i miei libri sono stati pubblicati da case editrici che non chiedono compensi agli autori, ma che compensano gli autori in base a regolare contratto. Ed io sono sempre stato compensato per i libri venduti. Premetto anche che ho pubblicato  innumerevoli articoli su noti giornali online.
Forse per questo, parecchi anni fa mi scrisse un signore di Genova, che non conosco personalmente, per chiedermi l'autorizzazione ad inserire il mio nome su Wikipedia, autorizzazione che diedi volentieri. Per anni, se non ricordo male, nessuno si è preoccupato di modificare ciò che il signore di Genova aveva scritto. Qualche anno fa, un frequentatore del blog “Come Gesù”, che mi aveva preso in antipatia a causa dei miei articoli, si prese la briga di modificare la pagina su Wikipedia inserendovi notizie false e offensive nei miei riguardi. Mi rivolsi all’autorità giudiziaria, il signore si spaventò, mi chiese perdono (proprio perdono, non scusa), lo perdonai e lui ripristinò la pagina tale e quale a com’era prima. Da allora la voce che mi riguarda su Wikipedia è stata presa di mira da qualche buontempone, che spero non sia il signore che mi chiese perdono. Non ha osato, ovviamente, modificare la pagina, ma fino a poco tempo fa si è accanito ad inserire la nota: “Questa pagina è orfana”. Ultimamente lo Staff che cura il blog “Come Gesù” è riuscito a cancellare definitivamente la nota. Per tutta risposta dopo pochi giorni il solito buontempone ha inserito la nuova nota: “Questa pagina è stata proposta per la cancellazione”.
Ora, signori amministratori, a me di essere presente su Wikipedia, devo essere sincero, non è che me ne importa molto. Quando si raggiunge una certa età e sora morte corporale è sempre più vicina, niente importa molto. Quindi se volete cancellare, fate pure. Mi dispiace solo un po’, ripeto solo un po’, se la cancellazione avviene grazie  all’accanimento del buontempone.
Dimenticavo: il cattolico conservatore buontempone si accanisce anche a cancellare i titoli dei miei libri da altre pagine di Wikipedia, dove sono citati, guarda un po’, libri di autori sconosciuti e di case editrici sconosciute.

Renato Pierri


Friday, January 26, 2018

Neppure se me la regalano voglio la Nutella

Neppure se me la regalano voglio la Nutella
Risse e accapigliamenti in diversi supermercati in Francia per accaparrarsi vasetti di Nutella da 950 grammi a 1 euro e 41 centesimi, con quasi il 70% di sconto. Per me sempre carissima, giacché non la vorrei neppure se me la regalassero. E’ evidente che la gente non legge l’etichetta, altrimenti sapendo che il 70% di sconto è praticato su un vasetto che per il 70% circa è costituito da zucchero il cui prezzo è insignificante, e da olio di palma che bene non fa, sicuramente non si accapiglierebbe per acquistarla. Di nocciole nel vasetto ce n’è solo circa il 13%. Esistono in commercio vasetti di crema alle nocciole con circa il 50% di nocciole e senza olio di palma che, ripeto, bene non fa. Costano di più, certamente, ma credetemi ne vale la pena.
Carmelo Dini 
 
 

Thursday, January 25, 2018

Pensieri dopo aver letto “La Chiesa e la contaminazione omosessuale”

Pensieri dopo aver letto “La Chiesa e la contaminazione omosessuale”

Si tratta di un lungo articolo, a firma di don Paolo Cugini. quasi un breve saggio, pubblicato da Adista,  e che leggo sul blog “Come Gesù” del prete e scrittore Mauro Leonardi. Trascrivo alcune righe prese qua e là dalle “Riflessioni conclusive”:  “Ho riportato gli studi di Migliorini, Forcades e Piana sul dibattito Chiesa e omosessualità per mostrare gli sforzi che la teologia sta compiendo nella direzione dell’ascolto della realtà delle persone omosessuali. Si potrebbero sintetizzare questi tre contributi richiamando uno dei principi cardini del magistero di papa Francesco, espressi nell’Evangelii gaudium: la realtà è più importante dell’idea... I lavori proposti, che rappresentano solamente un piccolo contributo di quel mare di studi che da varie parti del pianeta si sta producendo sul tema, ci offrono alcuni spunti significativi per comprendere in che modo la questione omosessuale stia contaminando in modo positivo la Chiesa anche se quest’ultima sta ancora resistendo...  La società occidentale sta camminando nel riconoscimento delle persone omosessuali, come nel riconoscimento delle diversità. Mi sembra questo uno degli aspetti più significativi che caratterizzano la cultura nella quale viviamo, che da secoli si alimenta di valori cristiani: fraternità, solidarietà, uguaglianza, democrazie. Per quanto riguarda il cammino delle Chiese cristiane, alcune di loro si sono già espresse positivamente nei confronti delle persone omosessuali. La Chiesa valdese, ad esempio, ha da anni elaborato un testo per la benedizione delle coppie omosessuali. La Chiesa cattolica è quella che sta facendo più fatica in questo cammino... Ancora una volta papa Francesco, in questo cammino, ci è di grande aiuto e stimolo quando c’insegna a porre al centro la dignità della persona umana concreta, che va accolta come dono di Dio, qualsiasi sia la sua condizione sociale, politica o religiosa”.
Fiumi di parole, che ben vengano ovviamente, fiumi di parole, un “mare di studi da varie parti del pianeta”, per dimostrare che cosa? Ciò che il buon senso, la ragione, il senso della giustizia mi suggerivano ben diciotto anni fa quando ebbi a scrivere la prima lettera a favore delle persone omosessuali. La pubblicò il quotidiano Liberazione il 12 febbraio del 2000. Fiumi di parole per dimostrare ciò che il buon senso suggerirebbe a chiunque non avesse la ragione offuscata da pregiudizi. Fiumi di parole, un mare di studi, per dimostrare che l’amore tra persone dello stesso sesso non può essere un male, non può essere peccato.
Questo il mio primo pensiero dopo aver letto l’articolo.
Mi sono poi ricordato di un breve scritto che mi pubblicò “Affaritaliani” nell’ottobre del 2013. Il titolo: Il matrimonio tra omosessuali è un sacramento?”. Il testo: “Il Codice di Diritto Canonico afferma che l’atto che costituisce il matrimonio è il consenso (can. 1057 § 1). Secondo la Chiesa il sacramento del matrimonio è una realtà che già esiste nella economia della Creazione. Al n. 48 della Gaudium et spes: "L'intima comunione di vita e di amore coniugale, fondata dal Creatore...è stabilita dal patto coniugale...Dio stesso è l'autore del matrimonio". E al n. 50: "Il matrimonio, tuttavia, non è stato istituito soltanto per la procreazione...E perciò anche se la prole...non c'è, il matrimonio...conserva il suo valore". Il sacramento del matrimonio, dunque, è una realtà che esiste anche nel caso in cui gli sposi non possono procreare. Infatti, possono sposarsi in Chiesa anche coppie in età non più fertile. Alla luce di quanto esposto, anche il matrimonio di coppie omosessuali, "intima comunione di vita e di amore", dovrebbe essere costituito dal consenso, ed essere sacramento già esistente. Obiezione: quello degli omosessuali non è un matrimonio naturale. E in base a quale criterio si stabilisce ciò? Per il solo motivo che la loro unione non è aperta alla procreazione? Ma neppure quella delle coppie la cui sposa non è più in età fertile è aperta alla procreazione”. 
Mi sembrava un po’ una provocazione, quasi uno scherzo. Forse adesso un po’ meno leggendo queste parole di don Paolo Cugini: “Secondo Damiano Migliorini, riconoscere le unioni di persone omosessuali sarebbe anche un segnale positivo per i giovani adolescenti omosessuali, che percepirebbero la possibilità di vivere seriamente una futura relazione con un partner, uscendo dai torbidi e negativi cammini delle forme discriminatorie. L’autore si chiede se sarebbe possibile arrivare non solo a celebrazioni civili di persone omosessuali, ma anche a matrimoni religiosi, benedicendo davanti a Dio questo tipo di relazioni”.
Credo sia questione di tempo, questione di fiumi di parole ancora, poi anche la Chiesa che resiste, cederà, capirà, e si deciderà finalmente ad eliminare dal Catechismo i pessimi paragrafi dedicati al termine “omosessualità”. Magari coglierà l’occasione per inserirvi il termine “pedofilia” che è del tutto assente.
Renato Pierri

P.S. In realtà, io non credo che possa essere considerato un sacramento neppure il matrimonio tra persone eterosessuali. Del resto, non lo consideravano tale neppure i primi cristiani.






 
 
 

L’età mitica sognata da Virginia Woolf

L’età mitica sognata da Virginia Woolf

Google celebra con un doodle Virginia Woolf a 136 anni dalla nascita. L’autrice dei romanzi La signora Dalloway, Gita al faro e Orlando, si batté per la parità di genere. Nel saggio “Una stanza tutta per sé”, ebbe a scrivere: “Dunque, se è lecito fare profezie, le donne in tempi a venire scriveranno meno romanzi, ma romanzi più belli; e non romanzi soltanto, bensì poesia e critica e storia. Ma certo stiamo guardando lontano, a quell’età dell’oro, quell’età forse mitica, in cui le donne avranno quello che tanto a lungo è stato loro negato: tempo, e denaro, e una stanza tutta per sé”. Avrebbe mai potuto immaginare la grande scrittrice che l’età dell’oro, l’età mitica sarebbe stata nel nostro Paese anche l’età dei femminicidi? Avrebbe mai potuto immaginare che una stanza tutta per sé molte donne l’avrebbero pagata a caro prezzo, alle volte anche con la vita? Avrebbe mai potuto immaginare che alcuni uomini pur di non cedere una stanza tutta per sé alle donne, sarebbero stati disposti ad ucciderle, le donne, ad uccidere anche i figli alle volte, a suicidarsi dopo aver ucciso?
Speriamo in un’età dell’oro in cui gli uomini, tutti gli uomini, sapranno accettare che le donne abbiano una stanza tutta per sé, vale a dire la libertà. 
Renato Pierri
 

 

Sunday, January 21, 2018

La verginità all’asta di Nicole e il “Ciondolo d’oro”

La verginità all’asta di Nicole e il “Ciondolo d’oro”

“Nicole, la modella italiana 18enne che ha messo all’asta la sua verginità per pagarsi gli studi, getta brutalmente nelle nostre vite la domanda se la verginità abbia ancora un valore per il nostro tempo. La sua verginità è stata quotata un milione di euro: per noi quanto vale? Nella società sacrale la verginità era un valore assoluto: chi non era vergine non poteva sposarsi, diventare prete o suora” (Don Mauro Leonardi sul quotidiano Metro del 17 gennaio).
Beh, ci sarebbe subito da osservare che se la verginità di Nicole è stata messa all’asta, significa che un valore ce l’ha, ché non si mettono all’asta cose di nessun valore. Sicuramente la verginità di Nicole ha un bel valore per chi la compra a caro prezzo, e se Nicole, rinunciando alla sua verginità fa un sacrificio, significa che un certo valore lo ha anche per lei.
Freud nel suo noto libro “La vita sessuale” scriveva: “Poche singolarità della vita sessuale dei popoli primitivi sono così sorprendenti per il nostro modo di sentire come la valutazione che essi fanno dell’illibatezza femminile. A noi l’alto valore che il corteggiatore ripone nella verginità della donna sembra così naturale e ovvio, che quasi ci troviamo imbarazzati se dobbiamo spiegare il perché del nostro giudizio. La pretesa moderna che la ragazza non porti nel matrimonio con un uomo alcun ricordo di relazioni sessuali con un altro, non è, a ben vedere altro che la continuazione logica del diritto all’esclusivo possesso di una donna, che forma l’essenza della monogamia, l’estensione di questo monopolio sul passato della donna”.
Ma non voglio addentrami in discorsi complicati. Nicole mi ha fatto tornare alla mente una vecchia canzone che cantava mia madre. Ve la ricordate? Sembra che il paroliere Bixio Cherubini l’avesse scritta mentre era sotto le armi durante la Prima guerra mondiale. La ragazza del “Ciondolo d’oro”, così s’intitola la canzone, non doveva pagarsi gli studi, manco sapeva che cosa fossero gli studi, poverina, vestita di stracci, “sparuta e tremante pel crudo rigore”, guardava incantata “i gioielli in un gran magazzin”. E mai avrebbe pensato a barattare la sua verginità con un ciondolo d’oro, se non si fosse avvicinato un furbo, ricco signore per dirle: "Un ciondolo d'oro è pronto piccina per te qual giusto compenso di un'ora d'amore, d'amore per me". Come dire di no al ricco signore? “Due passi affrettati, l'entrée d'un villino, un gaio stanzino... “. E dopo un’ora d’amore, d’amore qual giusto compenso per lui, lei esce “col ciondol donato, lo sguardo offuscato, sul viso il rossor”. Farà così anche Nicole dopo aver concluso l’affare? Speriamo di no. La ragazza della canzone scoppia in un pianto e getta il bel ciondolo: “Vil ciondolo d'oro, perché m'illudesti così, per te ho dato tutto, perduto ho l'onore, per te dissi a un vile di sì”. Butterà il vile denaro Nicole? Ma no, ma no, ci mancherebbe altro.
“Il ciondolo d’oro”. Canzone strappalacrime scritta da un uomo. In fondo sono sempre stati gli uomini a tessere l’elogio della verginità, a dare grande importanza alla verginità e, ad un tempo, a non farsi scrupoli nel farla perdere la verginità, come fa il “furbo galante” della canzone.  Oggi le cose sono cambiate e forse è meglio che siano cambiate: sicuramente minori sofferenze, angosce, patemi d’animo per le donne.
Renato Pierri  






Thursday, January 18, 2018

No, non siamo per niente nelle mani del Signore

No, non siamo per niente nelle mani del Signore

“Siamo nelle mani del Signore”, mi ha detto. “Sì, sì, le ho risposto, ma è bene affidarsi a medici bravi che pensino a fermare la malattia”. Ma dentro di me non ho pensato sì, sì, ho pensato no, no, che non siamo per niente nelle mani del Signore, purtroppo. Siamo solo nelle mani di due signore: la signora sofferenza e la signora morte. Entrambe non guardano in faccia a nessuno. Ma ti pare? Non può essere il Signore a strappare anzi tempo genitori ai figli, non può essere il Signore a far nascere un bambino e a farlo morire prima che cresca e diventi uomo. Il Signore non c’entra. Non c’entra il Signore con la malattia improvvisa di suo marito, cara signora. Non c’entra. Poco più di sessant’anni, un gigante, forte, giocava a tennis, andava in motocicletta. Fino a un paio di mesi fa. L’ho incontrato in ascensore l’altro giorno, non si riconosceva, camminava col bastone, aveva freddo. Non faceva freddo quella mattina. Nelle mani del Signore. Magari, magari nelle mani del Signore.  E quel bimbo di cinque anni che aspetta il suo babbo? Ma questa è un’altra storia, non riguarda il vicino di casa, non riguarda il gigante col bastone. Un’altra storia. Una storia in cui sono entrate inesorabili le due signore che non guardano in faccia  a nessuno.  Neppure a un bambino di cinque anni guardano in faccia.  Il bambino di cinque anni non vede l’ora di riabbracciare il suo babbo, ha detto. E quel giocattolo che gli piace non lo chiederà a mamma, perché mamma è tirchia, se lo farà comprare dal babbo suo appena torna dall’ospedale. Così ha detto il bambino di cinque anni.
No, il Signore non c’entra, credetemi, non c’entra per niente con queste storie.
Renato Pierri
 
 

 

Violenza: strane preoccupazioni su Italians – Corriere della Sera

Violenza: strane preoccupazioni su Italians – Corriere della Sera

C’è chi si preoccupa, chi molto si preoccupa dei maltrattamenti che le donne subiscono ancora oggi in tante parti del mondo e purtroppo anche nel nostro Paese. L’altra sera Bianca Berlinguer durante la trasmissione “Carta Bianca” ha intervistato Gessica Notaro, la miss sfregiata con l’acido. Una donna di un coraggio e di una forza commoventi. Mi stavano venendo le lacrime agli occhi nell’ascoltarla. Adesso è lei stessa a preoccuparsi delle donne che corrono il rischio di subire la sua stessa sorte. Tutti ci preoccupiamo, del resto, tutti vorremmo che certe cose non accadessero mai né nel nostro Paese né in altre parti del mondo. Sul blog “Italians – Corriere della Sera, col beneplacito di Beppe Severgnini che lo dirige, da un po’ di tempo alcuni lettori (maschi ovviamente) hanno un’altra preoccupazione: si chiedono perché l’Istat non fornisca statistiche sul numero degli uomini maltrattati dalle donne. Qualcuno è giunto ad affermare, sempre col beneplacito (pubblica sempre tranquillamente) del simpatico Beppe, che i Pronto Soccorso sono pieni di uomini feriti dalle donne. E c’è anche chi dubita dell’esattezza dei numeri forniti dall’Istat. Non sono sicuri che le donne maltrattate siano tante, magari ce ne sarà qualcuna in meno, qualche donna in meno picchiata, strangolata, pugnalata, sfregiata con l’acido. E’ importante saperlo, scherziamo? E se il numero degli uomini maltrattati dalle donne fosse pari al numero delle donne maltrattate dagli uomini? E’ importante saperlo. Molto importante. Certo, a morire vittima di violenza di genere ogni tre giorni nel nostro Paese è una donna, non un uomo,  ma che importanza ha?

Renato Pierri

Tuesday, January 16, 2018

L’amore invidiabile e contagioso di Alex e Luca

L’amore invidiabile e contagioso di Alex e Luca

Il prete e scrittore Mauro Leonardi ha approvato la decisione del parroco don Roberto Castegnaro di celebrare i funerali dei due fidanzati 21enni, Alex Ferrari e Luca Bortolaso. A riguardo, un sacerdote, don Mattia, gli scrive sul blog “Come Gesù”: “La parrocchia e la diocesi (se davvero approvazione c'è stata da parte del Vescovo) hanno oggettivamente avallato con la cerimonia comune delle esequie una concezione dell'amore come pulsione/attrazione slegata dalla verità e dal bene oggettivi”. Ma questa concezione materialistica dell’amore come pulsione/attrazione, deve essere nella mente di don Mattia. Certamente non doveva essere nella mente dei due giovani sfortunati, e certamente non era nella mente dei loro amici, i quali hanno riferito: “Il loro era un amore invidiabile, contagioso”. Non parlavano dell’amore come pulsione/attrazione,  parlavano di ben altro. Il “ben altro” che sfugge a don Mattia. Il filosofo Umberto Galimberti, rispondendo ad una mia lettera qualche anno fa, ebbe a scrivere: “E’ triste assistere al fatto che la Chiesa, la quale non di rado confligge con le posizioni di volta in volta assunte dal sapere medico e psicoanalitico, ceda alla loro visione materialistica, e misconosca, proprio lei, lo “spirito” che, anche nelle relazioni omosessuali, si manifesta innanzi tutto nell’affettività e nell’amore, e solo dopo anche nel sesso”. Per don Mattia e purtroppo per tanti cattolici ancora, l’amore tra due persone omosessuali è solo e necessariamente pulsione/attrazione, senza bene, senza verità. Il che suona offensivo per tutte le persone omosessuali che si amano di un amore vero. Ma di questo, ovviamente, don Mattia non si rende conto. 
Renato Pierri 

 

Thursday, January 11, 2018

Struscio: se non si è vergognato lui, il grande filosofo, perché dovrei vergognarmi io?

Struscio: se non si è vergognato lui, il grande filosofo, perché dovrei vergognarmi io? 
"La donna, oggi, può vigilare affinché il suo stipendio sia uguale a quello di un uomo, ma non sentirsi traumatizzata per tutta la vita se qualcuno le si struscia contro nella metropolitana". Sono parole della lettera aperta di Caterine Deneuve e altre novantanove firmatarie pubblicata su Le Monde, dal titolo: "Difendiamo la libertà di importunare". La libertà di molestare, importunare, è una strana libertà, giacché in qualche modo, sebbene in maniera lieve, va a ledere la libertà altrui. Inoltre: lo struscio in metropolitana o in autobus,  può trasformarsi in pesante molestia qualora lo struscio non sia solo struscio e la persona oggetto d’attenzione da parte dello “strusciatore”, non gradisca per niente, ma sia costretta a subire a causa dell’affollamento del mezzo di trasporto e per altri motivi facilmente immaginabili. Ma non è di questo che volevo parlare. Mi ha sempre fatto vergognare un po’ il ricordo di quando ero ragazzo, e in autobus stracolmi di gente mi sono trovato, non sempre per puro caso, nella situazione piacevole della quale narra il filosofo francese Edgar Morin. Trascrivo per chi non lo avesse letto: “A partire dai dodici - tredici anni cercavo il contatto di un didietro femminile, che spesso non reagiva perché condannato all’immobilità. Arrivava l’erezione  e rimanevo in una voluttà mistica e muta che si strappava brutalmente quando l’adorabile didietro si liberava per uscire, o quando io stesso dovevo staccarmene per scendere alla stazione Anvers... A partire dai sedici anni osavo talvolta far scivolare la mia mano sull’emozionante didietro e cominciavo ad accarezzare. Mi fermavo se c’era un soprassalto di repulsione, continuavo se non c’era reazione. Talvolta, intravedevo un profilo femminile che decuplicava la mia emozione” (La mia Parigi, i miei ricordi, Raffello Cortina Editore, pagg. 221, 222).
Dopo aver letto, mi sono detto: se non si è vergognato lui, il grande filosofo, ed ha immortalato lo ”struscio” nel suo bel libro, perché dovrei vergognarmi io?

Attilio Doni

Monday, January 08, 2018

Beppe Severgnini e le barzellette sugli uomini maltrattati dalle donne

Beppe Severgnini e le barzellette sugli uomini maltrattati dalle donne
“Fatti un giro nei Pronto Soccorso e vedrai quanti uomini "gravemente offesi", per dirla alla Aldo,Giovanni e Giacomo, vengono visitati ogni giorno. Magari per machismo, non lo ammettono o non denunciano, ma la violenza esiste anche contro il nostro sesso”.
“Il rischio che corriamo è quello di sperperare denari pubblici, commettere gravi ingiustizie e non risolvere i problemi“.
Barzellette del genere si possono leggere solo sul blog Italians – Corriere della Sera di Beppe Severgnini, il quale, come ho scritto altre volte, perde il pelo ma non il vizio, e continua testardamente a pubblicare lettere di misogini incalliti.
A Severgnini e ai suoi lettori misogini, per capire che non sono gli uomini ma le donne ad essere violentate, picchiate, bastonate, bruciate, strangolate, sgozzate, non bastano le notizie di cronaca, non basta sapere che “Nel nostro Paese ogni due giorni e mezzo muore una donna per mano di chi dice di amarla. Nei primi 10 mesi del 2017 sono state 114 le donne uccise. I dati sono nel quarto rapporto di Eures sul femminicidio in Italia, diffuso in occasione della giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne che si celebra il 25 novembre. Nel 2016 i femminicidi sono stati 150, nel 2015 erano stati 142. Un aumento del 5,6% con più di 20 vittime in Lombardia e 17 in Veneto. Dal 2000 a oggi le donne vittime di omicidio volontario in Italia sono state 3000, il 37,1% di tutte le persone uccise.
«Un problema sanitario di dimensioni epidemiche». Così il direttore generale dell’Organizzazione mondiale della sanità Margaret Chan ha definito la violenza sulle donne presentando nel 2013 il più grande studio mai fatto sugli abusi fisici e sessuali subiti dalle donne nel mondo. Il 35% delle donne subisce nel corso della vita qualche forma di violenza, compresi i matrimoni precoci. Più di un terzo delle donne dell’intero pianeta. Sono 200 milioni le giovani donne e bambine che, secondo i dati Unicef, nel 2015 hanno subito mutilazioni genitali. In Europa sono 25 donne su 100 a subire abusi dai partner. In Italia avviene in un caso su tre e spesso rimangono orfani bambini senza colpe” (Vanity Fair 24 novembre 2017).
Tutto questo a Severgnini e lettori misogini non basta. Del resto, ancora oggi esistono ottuse menti che ottusamente negano l’Olocausto. Perché non dovrebbero esistere persone che negano i maltrattamenti che subiscono ogni giorno le donne in tutto il mondo?
Carmelo Dini 
 
 
 
 
 

 

Wednesday, January 03, 2018

“Gli operai della vigna” non è una parabola antisacrificale

“Gli operai della vigna” non è una parabola antisacrificale

“Una parabola antisacrificale” è il titolo che Massimo Recalcati ha dato al paragrafo dedicato alla parabola “Gli operai della vigna” (Mt 20, 1 – 16), nel suo libro “Contro il sacrificio” (Raffaello Cortina Editore). Ma “Gli operai della vigna”  non è una parabola antisacrificale, il suo significato non è una condanna del sacrificio. Trascrivo dal libro di Recalcati: “In questa parabola è chiarissimo l’intento di Gesù: ribaltare la logica sacrificale per indicare l’esistenza di un’altra logica che risponde a una Legge diversa dalla Legge della giustizia ordinaria. Perché il padrone della vigna gratifica il lavoro dei suoi salariati senza tenere conto delle differenti ore di lavoro effettivamente compiute?”. E più avanti: “Vorreste fare del vostro sacrificio un vantaggio, un premio, una condizione di superiorità? Non m’importa nulla dei vostri sacrifici! Mi importa che abbiate risposto alla mia chiamata  e abbiate onorato il vostro patto. Se attraverso il fantasma sacrificale il soggetto intende acquisire un diritto di riscossione, la predicazione di Gesù sospinge piuttosto verso la perdita, la rinuncia, il disarmo, il dono, l’esposizione gratuita  e dispendiosa di sé che nulla ha a che fare con un calcolo o un tornaconto economico”.
Ora, questa ultima considerazione riguardo alla predicazione in genere di Gesù ovviamente è giusta, ma il significato della parabola è un altro. Il fatto che il padrone della vigna attribuisca uguale ricompensa alle prestazioni ineguali degli operai, non significa che il sacrificio degli uni e degli altri non sia lecito, che sia da condannare, che non meriti di essere ricompensato. Il padrone della vigna semplicemente non fa differenza tra chi ha lavorato di più e chi ha lavorato di meno. Ma non toglie niente a nessuno, non condanna nessuno, dà agli operai della prima ora il giusto compenso.  Non è vero che non gliene importa che gli operai abbiano “sopportato il peso e il caldo della giornata” (Mt 20, 13). Gliene importa, giacché dà loro il giusto salario. E’ generoso verso gli ultimi (i popoli pagani), gli “esclusi”. E ai primi rimprovera l’invidia per i secondi.  
Negli operai della prima ora sono da ravvisare i Giudei, negli ultimi sono da ravvisare i gentili. Israele si sentiva superiore agli altri popoli, si sentiva popolo privilegiato, la ricompensa divina non riconosce posizioni di privilegio. “In fondo il vero significato della parabola, nascosto sotto il velo del linguaggio parabolico per i motivi ben noti (cfr 13,10 – 15), è l’abolizione, nel regno messianico, della condizione di privilegio vantata da Israele” (Angelo Lancellotti, Matteo, Edizioni Paoline, pag. 269). Condizione di privilegio non basata sui sacrifici, ma sulla elezione da parte di Dio. Il sacrificio non è il tema di questa parabola, né delle altre tre che seguono: “I due figli” (21,28 – 32 ); “I cattivi vignaiuoli” (Mt 21,33 – 41); “Il convito nuziale” (Mt 22, 1 – 14). Sono tutte e quattro “«lezioni» che Gesù dà sul problema scottante della sostituzione del giudaismo con un altro popolo che darà i frutti a suo tempo” (Angelo Lancellotti, nello stesso commento). 
Renato Pierri





 

 

Tuesday, January 02, 2018

Massimo Recalcati “Contro il sacrificio”, oppure contro il sacrificio insensato?

Massimo Recalcati “Contro il sacrificio”, oppure contro il sacrificio insensato?
“Nel nostro tempo il sacrificio si è de-ritualizzato e ha rinunciato al corpo dell’animale, pur continuando a permeare la nostra esistenza nella forma dell’autosacrificio. L’ideale morale della vita fatta di sacrifici costituisce l’ombra lunga della violenza sacrificale. Si tratta, a mio giudizio, dell’esito di una cattiva interpretazione, sebbene egemone, del cristianesimo che ha tristemente condizionato la nostra cultura.  Nel simbolo cristiano della croce  e nella passione di Gesù si rivelerebbe il destino ultimo dell’uomo di fede: assimilarsi a Cristo – Imitatio Christi –, condividere insieme a lui il dolore dell’esistenza finita e mortale per elevarsi attraverso il proprio autosacrificio alla pienezza dell’essere in un altro mondo. Il sacrificio diventa così il mezzo per raggiungere la propria beatitudine”. Questo scrive Massimo Recalcati nell’introduzione suo libro “Contro il sacrificio” (Raffaello Cortina Editore).
Che il Vangelo sia stato mal interpretato riguardo al sacrificio, alla sofferenza, alla imitazione di Cristo, non è una novità, almeno per il sottoscritto che lo va ripetendo da anni nei suoi libri e in moltissime lettere sui giornali.
Ma il titolo del libro a mio parere è sbagliato, giacché avrebbe dovuto essere: “Contro il sacrificio insensato”, questo, infatti, va condannato, il sacrificio inutile, insensato, che non ha ragione d’essere, così come va condannata la falsa imitazione di Cristo.
Alcune righe da alcuni miei scritti chiariranno il concetto.  “La via della verità e della giustizia spesso comporta sofferenza. I santi, i martiri, gli eroi, scelgono la via della verità e della giustizia, sapendo perfettamente che possono andare incontro a sofferenze, o anche rimetterci la vita. Ma quella della sofferenza, e anche della morte, deve essere l’unica via percorribile; altrimenti diventa una scelta egoistica, un sacrificio senza senso: chi sceglie la via della sofferenza e della morte, al fine di diventare santo, martire, eroe, non sarà mai né santo, né martire, né eroe” (“La sposa di Gesù crocifisso”, Kaos Edizioni, 2001).
“La croce per la croce non ha senso. L'imitazione di Cristo deve avvenire nella sostanza. Amare la sofferenza, patire, al fine di costituire una caparra per la vita ultraterrena, è insensato, e non trova fondamento nel Vangelo” (Italialaica 4 giugno  2011).
“Umberto Veronesi, ospite della trasmissione Che tempo che fa, tra le tante cose giuste a proposito del delicato problema dell'eutanasia, testamento biologico, ecc., ha fatto una considerazione non giusta. Riguardo al dolore, ha affermato che l'atteggiamento di alcuni cristiani che soffrono volentieri e addirittura con trasporto, giacché persuasi di imitare Cristo sulla croce, è onorevole. In realtà, questo comportamento, stando alla ragione e al Vangelo, è insensato.La sofferenza ha un suo valore, un significato, solo quando è l'inevitabile conseguenza dell'amore per il prossimo; dell'amore per la verità e la giustizia; quando è conseguenza di un sacrificio necessario; altrimenti non ha senso, e deve essere evitata sempre che sia possibile. Molti santi sono incorsi nell'equivoco, ed ancora oggi credenti e non credenti fanno confusione. Neppure Cristo amava la croce in sé” (L’Unità 6 febbraio 2007).
Si commette l'errore di  ritenere qualsiasi sacrificio, anche perfettamente inutile, imitazione di Cristo. Errore commesso persino da alcuni santi, i quali tra estenuanti digiuni, cilici sulle carni, rinunce, e mortificazioni varie, in qualche modo hanno abbreviato la loro vita; una sorta di lento suicidio. Un sacrificio inutile e non richiesto dal Vangelo”(La Stampa 14 ottobre 2009).
“Per maggiore chiarezza voglio ricordare un gesto che fu autentica imitazione di Cristo. Il sacerdote polacco Massimiliano Maria Kolbe, proclamato santo proprio da Giovanni Paolo II, si offrì di prendere il posto di un padre di famiglia, destinato al bunker della fame nel campo di concentramento di Auschwitz. Ecco, se padre Kolbe si fosse offerto ai tedeschi per farsi torturare e uccidere senza nessuna ragione se non quella di soffrire come e con Cristo, non sarebbe stato un santo, ma solo un idiota” (Italia laica 16 novembre 2010).
Potrei continuare per un bel pezzo. Tengo però a precisare che è Gesù stesso a fare ben capire quale sia il giusto sacrificio: “Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi. Nessuno ha un amore più grande di questo: rimetterci la vita per i suoi amici”  (Gv 15,12 – 13). Quando ci sacrifichiamo per un figlio, per un genitore, per un amico malato, non lo facciamo per assicurarci un posto in paradiso, e neppure perché così ha comandato Gesù, lo facciamo per amore verso il figlio, il genitore, l’amico malato.
La natura spinge persino gli animali a “sacrificarsi” per i cuccioli, i cani alle volte si “sacrificano” per il padrone. E’ sin troppo ovvio che gli animali non sappiano che cosa sia il sacrificio. Gli uomini lo sanno, ma non tutti sanno distinguere il sacrificio giusto, utile, vero, dal sacrificio ingiusto, inutile, insensato.
Renato Pierri