Saturday, September 29, 2018

Eccesso di perdono a Lanciano

Eccesso di perdono a Lanciano
"Non provo rabbia, ma un grande dispiacere per tanta violenza inutile. Io li perdono perché questo mi aiuterà a recuperare serenità, ma lo Stato dovrà essere severo". Così ha detto la signora Niva Bazzan, la donna mutilata dai banditi durante la rapina a Lanciano.
Nello splendido romanzo “La Certosa di Parma”, Stendhal scriveva: "La gioia immorale che gli italiani provano nel vendicarsi proviene della loro potenza d'immaginazione: negli altri paesi la gente non si può dir che perdoni, ma dimentica". Ora, è cosa bella che la signora Bazzan non nutra sentimenti di vendetta, però forse parlare di perdono significa passare da un eccesso all’altro. Esprimere anticipatamente la volontà di perdonare il delinquente che non ha mostrato un serio profondo sofferto pentimento, è diseducativo. Gesù chiese il perdono del Padre per i suoi crocifissori, ed aggiunse: "Perché non sanno quello che fanno"; quasi a dire: altrimenti non meriterebbero perdono. I delinquenti che hanno massacrato di botte i coniugi sapevano bene che stavano compiendo atti criminali. Gesù promise il paradiso non al malfattore crocifisso con lui, che lo insultava, ma a quello che mostrò d'essersi pentito. Amare i nemici significa volere la loro conversione e il perdono di Dio; ma è il caso di parlare di perdono quando il "nemico" ci ha appena tagliato il lobo di un orecchio, e magari sarebbe disposto a ripetere il gesto infame?
Renato Pierri




Eremita per non soffrire troppo

Eremita per non soffrire troppo
In un breve articolo pubblicato non più di un mese fa su Rosebud, scrivevo: «Come spiegare il ritrovamento di Dio, un accrescimento della fede a seguito di una disgrazia tremenda o nel momento stesso in cui la disgrazia tremenda avviene? Non sono uno psicologo ed ovviamente potrei anche sbagliare, però ritengo che la fede in questo caso sia una fuga inconsapevole e quindi involontaria dalla sofferenza. Il dolore è troppo, è insopportabile, e per non soccombere ci si rifugia nella fede. La gioia di “sentire” la presenza di Dio, la sua vicinanza durante e dopo la disgrazia, la gioia di trovare o ritrovare Dio, Dio che consola, attenua il dolore tremendo, lo rende sopportabile. Così, anche una disgrazia gravissima, priva di senso, come la perdita di un figlio, assume un senso agli occhi di chi, per difendersi dalla sofferenza, trova rifugio nella fede».
Oggi, in un articolo tratto dal settimanale “Credere”, leggo sul blog del prete e scrittore Mauro Leonardi: “«Dopo aver messo per tre anni tutta me stessa in una relazione, e avendo scoperto che invece lui provava solo affetto amicale, soffrivo terribilmente, quasi desideravo morire. In quel momento di grande dolore e confusione mi venne incontro questo passo: “Chi non odia anche la propria vita, non può essere mio discepolo”. Io odiavo la mia vita e mi sono detta che anche seguire Gesù, morendo alle proprie aspettative, ai propri progetti, alla propria volontà, era una risposta altrettanto forte al desiderio di morte che mi possedeva. Pensai che così la mia vita avrebbe potuto ancora avere un senso»”.
Sono parole di Viviana Maria Rispoli. In gioventù faceva la modella, oggi ha avviato il progetto “Eremiti con san Francesco”: laici che si prendono cura di luoghi di preghiera e sono uniti nella spiritualità. Custodisce la Pieve di San Giorgio, nella diocesi di Bologna.
Che dire? Queste parole sembrano confermare il mio pensiero: alle volte la fede è la soluzione per non soffrire troppo. E’ probabile che Viviana Maria Rispoli non sarebbe mai diventata eremita, se l’uomo col quale era in relazione avesse ricambiato il suo amore con altrettanto amore. Soffriva terribilmente, scrive, odiava la sua vita, e le venne incontro il passo del Vangelo di Luca: «Se uno viene a me e non odia suo padre, sua madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo» (14,26). Solo che interpretò male quel passo. Il verbo “odiare” non va preso alla lettera, Gesù voleva insegnare che chi si mette alla sua sequela, deve essere disposto a rinunciare a tutto, anche alla propria vita. Chi odia la propria vita non fa un sacrificio a rinunciarvi, il sacrificio lo fa chi ama la propria vita.
Renato Pierri 





Tuesday, September 25, 2018

Curato D'Ars. Un altro che del vangelo aveva capito poco

Curato D'Ars. Un altro che del vangelo aveva capito poco
Sicuramente una bravissima persona, Jean-Marie Baptiste Vianney, noto come Curato D'Ars per la sua intensa attività di parroco nel piccolo villaggio dell'Ain. Sicuramente un santo, giacché tale fu proclamato da papa Pio XI nel 1925. Ma non aveva capito bene il vangelo, il Curato D’Ars. Tanti santi non hanno capito bene il vangelo. Trascrivo alcuni pensieri del Curato D’Ars.
 «Se il buon Dio ci invia delle croci, ci scoraggiamo, ci lamentiamo, mormoriamo, siamo talmente nemici di tutto quello che ci contraria, che vorremmo sempre essere in una scatola di bambagia.
 Se qualcuno vi dicesse: «Vorrei volentieri diventar ricco, cosa devo fare? », gli rispondereste: «Bisogna lavorare ». Ebbene!, per andare in cielo, bisogna soffrire.
 Non bisogna mai guardare da dove vengono le croci: vengono da Dio. E' sempre Dio che ci dà questo mezzo per provargli il nostro amore.
Per andare in Cielo, amico? Sono necessarie la grazia e la croce.
Le persone del mondo si affliggono quando hanno delle croci, i cristiani veri si affliggono soltanto quando non ne hanno».
Ora, nel vangelo, per fortuna, non esiste non dico un versetto ma una sola parola che possa far pensare anche lontanamente che Dio mandi croci ai suoi figli. Del resto, avete mai visto una madre amorevole terrena, un padre amorevole terreno causare volontariamente disgrazie, malanni, sventure alle proprie creature? Avete mai visto una madre far patire fame e sete ad un figlio per metterlo alla prova? O magari, non so, mettergli un po’ di veleno nella minestra, gettargli acqua bollente addosso mentre dorme tranquillo nel suo letto? Sempre per metterlo alla prova, ovviamente.  Bene, il Curato D’Ars s’immaginava un Dio fatto suppergiù così. Un Dio che fa concepire un bambino con gravissime malformazioni e lo fa morire pochi giorni dopo la nascita o ancora nel grembo materno. Per metterlo alla prova ovviamente.  Oppure solo le disgrazie degli adulti sono mandate dal Signore per mettere alla prova? E ai bambini perché le manderebbe il Signore, le disgrazie? Il Curato D’Ars immaginava un Dio che strappa genitori ai figli anzi tempo e figli ai genitori. Un Signore un po’ sadico, un po’ matto che dice: era così bello soffrire sulla croce che voglio far provare anche a te la stessa gioia. Era contento, infatti, Gesù sulla croce. Contento come una pasqua.
Il Curato D’Ars non aveva capito che non è la sofferenza in sé  che fa somigliare a Cristo in croce. Se così fosse anche il peggior malfattore soffrendo somiglierebbe a Cristo. La somiglianza con Cristo in croce si realizza qualora la sofferenza sia conseguenza inevitabile dell’amore per il prossimo. Un esempio è la sofferenza e la morte cui andò incontro Massimiliano Kolbe quando ad Auschwitz offrì la sua vita in sostituzione di un padre di famiglia. Ma per imitare Cristo, stando al vangelo, non bisogna cercare croci, bisogna seguire il comandamento dell’amore. Se a Padre Kolbe, dopo il suo gesto, fosse stata offerta la salvezza e l’avesse rifiutata al solo scopo di somigliare a Cristo, non sarebbe stato un santo ma solo uno sciocco.
Renato Pierri    


 
 
 

Saturday, September 08, 2018

Omosessualità. Quando la Chiesa darà la bella notizia?

Omosessualità. Quando la Chiesa darà la bella notizia?
Una bella notizia dall’India. La ragione ha finito per prevalere su ottusi pregiudizi secolari: l’omosessualità non è più reato. Lo ha stabilito l’Alta Corte di Delhi. Il presidente Dipak Misra, ha osservato: "Criminalizzare l'omosessualità è irrazionale e indifendibile". Ha vinto la ragione, ha vinto la giustizia. Bella notizia che mette anche tristezza se si pensa a quanta sofferenza inutile è stata inflitta ad innocenti. Se si pensa che gli ottusi pregiudizi la fanno da padrone ancora in moltissimi paesi del mondo, alcuni dei quali condannano innocenti alla pena di morte. In India l’omosessualità non è più reato. E quando arriverà un’altra bella notizia dal Vaticano? Quando la Chiesa dichiarerà che l’amore omosessuale non è peccato? Oggi tanti uomini della Chiesa parlano di accoglienza delle persone LGBT, ma quanto tempo ancora dovrà passare perché si abbia il coraggio di dichiarare che le persone omosessuali hanno diritto all’esercizio della sessualità come tutti?
La Chiesa, però, è comprensiva, la Chiesa distingue: l’omosessualità non è peccato, peccato è l’amore tra due persone omosessuali. Ma è una distinzione crudele, che offende le persone omosessuali. Mi si perdoni il paragone, ma è solo per farmi capire, è come se si dicesse a uno zoppo: va bene, non fa niente, non è colpa tua se sei zoppo (in fondo tale è per la Chiesa un omosessuale, una persona con un difetto), però non devi camminare.
Renato Pierri


 

Sunday, September 02, 2018

L’immagine dei tre uomini appesi per i piedi

L’immagine dei tre uomini appesi per i piedi
Sembra, dico “sembra” giacché oggi più forse che per il passato non è facile conoscere la verità, sembra che l’immagine mostrata dal quotidiano Avvenire, dei tre uomini legati ai piedi e appesi a testa in giù, risalirebbe al 25 ottobre 2017. In un sito nigeriano, citando un utente Facebook, si sostiene che gli uomini siano stati attaccati da alcuni giovani dopo aver commesso un non meglio precisato crimine. (agi)
In realtà, l’immagine non sembra far parte degli orrori delle altre immagini. Potrebbe essere vero quanto riferito dal sito nigeriano. La crudeltà umana purtroppo non ha limiti, in questa immagine la crudeltà umana sembra avere dei limiti. Non mi si prenda per un cinico, semplicemente cerco, magari invano, di conoscere un po’ di verità. I tre uomini appesi in quella maniera barbara, non sembrano aver subito torture, oltre quella in atto, e non sembrano aver sofferto fame e sete. La barra  della grata alla quale sono stati appesi i prigionieri, non è la più alta, se ne vede una sopra e si presume ve ne siano altre ancora. In tal modo i poveretti non sono del tutto appesi nel vuoto, possono trovare sollievo servendosi delle braccia. Speriamo che il limite alla crudeltà abbia riguardato anche il tempo in cui i poveretti sono stati lasciati in quella posizione.
Renato Pierri