Saturday, September 30, 2017
Proprio il giorno in cui si concludeva il
Consiglio Episcopale Permanente della CEI, il 27 settembre, ho cercato di
spiegare, in un articolo sul blog “Come Gesù”, la ragione principale del grande
ritardo della Chiesa nell’affrontare i crimini compiuti da ministri consacrati a
danno di minori. Ne trascrivo alcune righe:
«Si
sarà chiesto il Papa come mai la Chiesa, così attenta alla morale sessuale, così
presa da secoli dalla morale sessuale, non si sia mai preoccupata granché del
peccato della pedofilia, al punto da non inserire neppure il termine nel
Catechismo? Se lo saranno chiesto i fedeli? Perché questo grave peccato è
passato quasi sotto silenzio, rispetto ad altri peccati (o presunti tali)
sessuali? Credo che la ragione principale sia questa: la società, Chiesa
compresa, non ha mai dato importanza ai bambini, nel senso che non ne ha mai
tutelato i diritti”. E più avanti: “La Chiesa è sempre indietro, almeno su certi
temi, rispetto alla società e, riguardo alla morale sessuale è sempre stata
ciecamente legata alla Tradizione, all’Antico Testamento e a San Paolo. Nelle
Scritture non si fa minimamente cenno al grave peccato della pedofilia. E anche
al tempo di Gesù in Palestina la pedofilia non sembra fosse peccato e non sembra
fosse reato. Non se ne parla proprio. Gesù, per fortuna, dà importanza ai
bambini, ma per sfortuna non fa mai cenno al peccato della pedofilia. Se ne
avesse fatto cenno, forse la Chiesa avrebbe dato importanza a questo peccato, e
anziché dedicare ingiustamente diversi paragrafi del Catechismo
all’omosessualità, ne avrebbe giustamente dedicato almeno uno al peccato della
pedofilia. E forse avrebbe affrontato per tempo i crimini compiuti da ministri
consacrati».
Ed ecco come la Chiesa sta
recuperando il grande ritardo. Trascrivo le parole che ho ricevuto or ora da
Vittorio Bellavite di “Noi Siamo Chiesa”: «Al
Consiglio Permanente della CEI... sui preti pedofili solo parole per continuare
nell’immobilismo. Le conclusioni del Consiglio Episcopale sono del tutto
deludenti alla luce di quello che riteniamo sia necessario in una situazione di
emergenza che nessuno vuole riconoscere. In sostanza sono state scritte solo
parole generiche, poco costose, inutili e dette altre volte: C’è “l’esigenza di
trovare risposte sempre più puntuali ed adeguate” e poi “è necessario un “cambio
di mentalità e di atteggiamenti” e via di questo passo. E stato istituito un
“gruppo di lavoro” per approfondire la questione in ogni suo aspetto e per
accompagnare le diocesi inviando “orientamenti e protocolli” . Ma essa non è
sufficientemente conosciuta? “Prioritaria è la sfera della prevenzione e della
formazione” (impegno che peraltro abbiamo sempre chiesto) ma allora dobbiamo
pensare che in secondo piano venga l’occuparsi dei casi concreti di oggi, delle
vittime e dell’allontanamento definitivo e rapido del prete pedofilo dall’ordine
clericale? Galantino in conferenza stampa ha detto ai giornalisti di non fare
“sensazionalismo” e ha detto, in modo sconcertante, di non avere i dati
quantitativi su tutta la realtà dei preti pedofili. Gli consiglieremo come fonte
utile di andare sul sito www.retelabuso.org.
Quindi si continuerà come prima, con
l’iniziativa della magistratura e con il sistema ecclesiastico ripiegato su se
stesso che reagisce male e a fatica soprattutto sotto la pressione dei fatti che
diventano noti ma senza un ripensamento radicale della propria storia e del
proprio modo di essere. La sensibilità per le sofferenze e le cicatrici nel
cuore e nella mente di chi è stato offeso è debole sotto la pressione
dell’interesse del sistema ecclesiastico a non avere scandali. Ma il Vangelo (Mt
18,7) ci ammonisce: “necesse est enim ut scandala veniant”».
C’è di che consolarsi. Ma allora la ragione
principale è un’altra? Non è quella da me esposta? Semplicemente è l’interesse
del sistema ecclesiastico a non avere scandali?
Renato Pierri
Tuesday, September 26, 2017
Perché la Chiesa ha affrontato con ritardo i crimini commessi da ministri consacrati?
Perché la Chiesa ha affrontato con ritardo
i crimini commessi da ministri consacrati?
“Lo scandalo dell’abuso sessuale è una
rovina terribile per tutta l’umanità, che colpisce tanti bambini, giovani e
adulti vulnerabili in tutti i paesi e in tutte le società. Per la Chiesa è
stata un’esperienza molto dolorosa. Sentiamo vergogna per gli abusi commessi da
ministri consacrati, che dovrebbero essere i più degni di fiducia” Parole
pronunciate da papa Bergoglio nel discorso alla Commissione pontificia per la
tutela dei minori. E poi: “La Chiesa ha affrontato questi crimini in ritardo e
anche un solo abuso basta a condanna senza appello”.
Come mai? Si sarà chiesto il Papa come mai
la Chiesa, così attenta alla morale sessuale, così presa da secoli dalla morale
sessuale, non si sia mai preoccupata granché del peccato della pedofilia, al
punto da non inserire neppure il termine nel Catechismo? Se lo saranno chiesto
i fedeli?
Perché questo grave peccato è passato
quasi sotto silenzio, rispetto ad altri peccati (o presunti tali) sessuali?
Credo che la ragione principale sia questa: la società, Chiesa compresa, non ha
mai dato importanza ai bambini, nel senso che non ne ha mai tutelato i diritti.
“La vita dell'infanzia non ha avuto per lungo tempo alcun significato per il
mondo degli adulti, per il costume, il minore è stato a lungo percepito come un
essere che diviene persona-soggetto di diritti solo dopo essere stato educato e
plasmato... Il primo strumento internazionale in assoluto, che cita i diritti
dell'infanzia è la “Convenzione sull'età minima”, adottata dalla Conferenza
Internazionale del Lavoro nel 1919. La prima significativa attestazione dei
diritti del bambino si ha con la Dichiarazione dei diritti del bambino,
adottato dalla Quinta Assemblea Generale della Lega delle Nazioni nel 1924.”
(Maria Bottaro, Istisss.it, 4 ottobre 2007). L’analista psicologo Lucio Della
Seta, nel saggio “Debellare il senso di colpa” (Marsilio Editore) nota
acutamente che il Decalogo pensa ad ordinare ai figli di onorare i genitori, ma
non pensa ad ordinare ai genitori di rispettare i figli. La Chiesa è
sempre indietro, almeno su certi temi, rispetto alla società e, riguardo alla
morale sessuale è sempre stata ciecamente legata alla Tradizione, all’Antico
Testamento e a San Paolo. Nelle Scritture non si fa minimamente cenno al grave
peccato della pedofilia. E anche al tempo di Gesù in Palestina la pedofilia non
sembra fosse peccato e non sembra fosse reato. Non se ne parla proprio. Gesù,
per fortuna, dà importanza ai bambini, ma per sfortuna non fa mai cenno
al peccato della pedofilia. Se ne avesse fatto cenno, forse la Chiesa avrebbe
dato importanza a questo peccato, e anziché dedicare ingiustamente diversi
paragrafi del Catechismo all’omosessualità, ne avrebbe giustamente dedicato
almeno uno al peccato della pedofilia. E forse avrebbe affrontato per tempo i
crimini compiuti da ministri consacrati.
Renato Pierri
Friday, September 22, 2017
L’amore di Gesù non è la morfina
L’amore di Gesù non è la morfina
A
tutti coloro che si sono rallegrati alla notizia che Consuelo Cordoba, la donna
colombiana sfigurata dall’acido, aveva rinunciato all’eutanasia dopo l’incontro
col Papa, ho fatto notare che c’è poco da stare allegri, giacché è sempre molto
triste il pensiero che la povera donna dovrà soffrire per tutta la vita. Il male
minore per qualcuno, il male maggiore per altri, ma sempre male resta. E che sia
un male senza senso, ingiusto giacché patito da una persona innocente, mi sembra
pacifico. Ma non è pacifico per quei cristiani che “vogliono dare senso al non
senso” (don Mauro Leonardi su Avvenire.it del 13
settembre).
Gli Scribi e i Farisei volevano un segno, molti cristiani vogliono
una spiegazione, tutto deve avere una spiegazione, un senso, e se la risposta
non c’è, non si arrendono, si creano una risposta fasulla. Una domanda senza
risposta li sconvolge.
Una signora ha così commentato le mie osservazioni: “Ieri sera ho
visto il volto di un uomo al quale dopo la morte di sua moglie e il calvario
della sua sofferenza è stata restituita la vita. Il dolore sfigura e basta,
l'amore trasfigura. ....se lo viviamo con Gesù!”. Cara signora, si dà il caso
che la massima parte dell’umanità, nel passato, nel futuro sicuramente, ed oggi,
non ha la nostra grande fortuna di “vivere il dolore con Gesù”. Lei magari vive
con Gesù il dolore di un neonato venuto alla luce con gravissime malformazioni,
ma lui il suo dolore se lo vive da solo, tremendamente, inesorabilmente solo. E
c’è anche la sofferenza degli animali in questo povero mondo, anche gli animali
vivranno la loro sofferenza con Gesù? Infine, cara signora, il dolore lancinante
di una cefalea a grappolo, sarà un po’ meno lancinante “vissuto con Gesù”,
almeno per noi fortunati, ma sempre lancinante resta. L’amore di Gesù non è la
morfina.
Renato Pierri
“Sei bella e coraggiosa”, e devi continuare a soffrire, Consuelo Cordoba
“Sei bella e coraggiosa”, e devi continuare a soffrire, Consuelo Cordoba
Una storia da brividi, triste, tristissima, angosciante,
quella di Consuelo Cordoba, la donna colombiana di 56 anni, sfigurata in tutto
il corpo dall’acido gettatole dal marito, costretta a subire 87 interventi, e
alla quale recentemente era stata diagnosticata anche una infezione cerebrale.
Da diciassette anni, il viso coperto da un passamontagna color carne, respira
attraverso due tubi infilati nelle narici e si nutre di soli cibi liquidi. Il
marito che la sfregiò uscì dopo un mese dalla prigione. La donna voleva mettere
fine al suo insopportabile allucinante calvario ricorrendo all’eutanasia. Ma è
arrivato papa Francesco nella sua terra, lei ha chiesto d’incontrarlo per
ricevere la sua benedizione e forse la sua approvazione. Il Papa l’ha benedetta,
ovviamente, ma non ha approvato la sua decisione di porre fine al suo strazio
infinito. Le ha detto: “Sei bella e coraggiosa”. La donna ha rinunciato al suo
proposito e ad alcuni media colombiani ha rivelato: “Il Papa mi ha abbracciato e
mi ha fatto questo regalo. Ora voglio vivere”. La toxoplasmosi cerebrale che le
hanno diagnosticato, si manifesta solitamente con crisi epilettiche e paralisi.
Una grade tristezza per
me, sia se non avesse cambiato parere riguardo al ricorso all’eutanasia, sia al
pensiero che il suo calvario durerà sino a che non sarà la morte a recarsi da
lei. In entrambi i casi una grande pena. Una grande rabbia.
Non tutti però hanno
reagito come il sottoscritto. L’amico prete e scrittore Mauro Leonardi sembra
felice della notizia. Su FarodiRoma del 18 settembre, scrive tra l’altro:
“Questo è ciò che capisce Consuela quando parla col Papa. Che proprio quella
vita lì, la sua vera vita reale, vale la pena che venga vissuta. Lo vede nella
forza con cui il Papa le parla e allora ricomincia a vivere e di quel volto
sfigurato non si accorge più”. Per quanto tempo non se ne accorgerà più, vien
fatto di chiedersi. E poi: “Perché vede solo il Papa. Una persona che ha
imparato la forza, la libertà e la bellezza di stare nella propria vita così
com’è”. In realtà, dovrà imparare a stare nella propria vita, così com’è, un
allucinante calvario. Infine: “Dove il volto sfigurato della passione parla
invece di vita donata, di speranza vissuta, di forza piena di gioia e umiltà”.
Forza piena di gioia? Speriamo, speriamo.
E vediamo qualche
commento sul blog di don Mauro Leonardi, di persone che pure sembrano avere
accolto con gioia la notizia.
“Una storia davvero
emozionante, hai scritto bellissime parole don Mauro!Starci nella propria vita
con tutti i dolori,è il vero coraggio!”; “È questo "stare" nella propria vita
con la coscienza di quello che sei che ti rende libero”; “Grazie don Mauro, di
questa bella testimonianza dell'incontro tra il Papa e Consuelo, e le sue parole
aumentano la Fede in Dio, la speranza e il coraggio di amare la vita e il
prossimo”.
Secondo me, se l’avesse
incontrata Gesù questa povera donna, due sole cose avrebbe potuto fare:
restituirle un volto e un corpo belli e sani, oppure portarla subito con sé in
Paradiso.
Renato Pierri
Sunday, September 17, 2017
Che significato ha il neologismo “Catholically Correct”?
Che significato ha il neologismo “Catholically Correct”?
Ho cercato su Wikipedia il
neologismo “Catholically Correct”, ma non ce n’è traccia e mi sembra che neppure
i dizionari lo menzionino. Che significa? Ne parla in un paio di articoli il
prete e scrittore Mauro Leonardi.
«Su AGI > Blog Italia
> Culture ! agosto 2017), scrive tra l’altro: «Come il politically correct,
il catholically correct è un insieme di opinioni e di atteggiamenti relazionali
che creano un'appartenenza sociale: dicono un dentro e un fuori, un "con noi" o
un "contro di noi". Un'affermazione catholically correct riguarda, in senso
lato, i temi religiosi del politically correct. La sua scaturigine è spesso la
difesa dei cosiddetti "valori non negoziabili" e frequentemente esordisce in
contrapposizione al politically correct: qualcosa del tipo "sebbene oggi come
oggi sia politicamente scorretto affermare che... io invece non ho paura di dire
che..."».
E su FarodiRoma del 4
agosto: «In quell’occasione indicavo due elementi a mio modo di vedere
caratterizzanti il fenomeno: la visione integralista della dottrina cattolica e
l’utilizzo violento ed aggressivo della comunicazione online, in particolare dei
social». E più avanti: «Trattandosi di persone che si richiamano costantemente
alla “corretta dottrina cattolica” e alla difesa dei valori non negoziabili
stupisce che fra di essi siano praticamente del tutto assenti i rappresentanti
della gerarchia ecclesiastica».
D’accordo su tutto, ma non
su quest’ultimo punto. A me sembra che anche ecclesiastici alle volte siano
Catholically Correct, sempre che io ne abbia compreso bene il senso. Non lo fu,
ad esempio, cardinale Javier Lozano Barragan, quando ebbe a dichiarare: "Se
Beppino Englaro ha ammazzato la figlia allora è un omicida"? Non si servì della
comunicazione online per dirlo, ma che differenza fa? Parlò di “terribile morte
per fame e per sete”. Lo riprese don Tarcisio Puntel: "Gli uomini di chiesa
moderino il linguaggio".
E chi
fa terrorismo verbale? Quando l'Assemblea
nazionale francese approvò l'articolo 1 del progetto di legge che legalizzava i
matrimoni omosessuali, il cardinale Bagnasco dichiarò: "Siamo vicini al baratro". Non è terrorismo
verbale affermare: “Oggi
c’è una guerra mondiale per distruggere il matrimonio”? (Papa Francesco a Tblisi
in Georgia). I rappresentanti della gerarchia ecclesiastica non utilizzano la
comunicazione online, ma sanno che le loro parole si diffondono sulla rete.
Riguardo al neologismo, don
Mauro Leonardi nota: “I risultati evidenziati da google se si digita
"catholically correct" fanno emergere un paio di citazioni, una del 2002 e
un'altra del 2009, ma si riferiscono a situazioni totalmente diverse rispetto
alle attuali”.
Abbastanza diffusa, invece,
è l’espressione “religiosamente corretto”.
Renato Pierri
Friday, September 15, 2017
Hanno messo l’elmetto a Giovanni XXIII
Hanno messo l’elmetto a Giovanni XXIII
Ve lo ricordate il discorso
della luna di Papa Giovanni XXIII? «Cari figliuoli, sento le vostre voci. La mia
è una voce sola, ma riassume la voce del mondo intero; qui tutto il mondo è
rappresentato. Si direbbe che persino la luna si è affrettata, stasera –
osservatela in alto! – a guardare a questo spettacolo... Tornando a casa,
troverete i bambini; date una carezza ai vostri bambini e dite: “Questa è la
carezza del Papa”. Troverete qualche lacrima da asciugare. Fate qualcosa, dite
una parola buona. Il Papa è con noi specialmente nelle ore della tristezza e
dell'amarezza. E poi, tutti insieme ci animiamo cantando, sospirando, piangendo,
ma sempre sempre pieni di fiducia nel Cristo che ci aiuta e che ci ascolta,
continuare e riprendere il nostro cammino».
«Il papa della “Pacen in terris”, della mediazione nella
crisi dei missili dell’ottobre 1962, il papa del Concilio e della “Gaudium et
Spes”, il papa che ha posto le premesse per una radicale scelta cristiana a
favore della nonviolenza, viene usato per dare credibilità alle politiche
delle “guerre umanitarie” e dei “bombardamenti intelligenti”, come quelle
recenti praticate anche dalle Forze armate italiane in Kossovo (1999), in
Afghanistan (2001), in Iraq (2003) e in Libia (2011)». Queste ultime parole tra
virgolette le ho ricevute da Vittorio Bellavite, coordinatore nazionale di Noi
Siamo Chiesa, riguardo alla recente notizia: “Il vescovo delle Forze Armate
Mons. Santo Marcianò ha consegnato al capo di Stato maggiore dell’esercito
italiano Danilo Errico la “bolla pontificia” con cui il Card. Robert Sarah,
prefetto della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei Sacramenti,
ha decretato che papa Giovanni sarà il patrono dell’Esercito
italiano”.
Ed ha tutte le ragioni, Vittorio Bellavite: al papa
buono, al papa pacifista hanno messo l’elmetto.
Renato Pierri
La griffe sulla giacca delle persone “rapite da Cristo”
La griffe sulla giacca delle persone “rapite da Cristo”
Ecco, qualcuno dirà, il solito bastian
contrario del blog “Come Gesù”: tutti approvano e lui disapprova. Ma no, ma no,
il succo dello scritto di Davide Vairani, “Guardare Cristo e non ai patentini di
ortodossia”, è piaciuto anche a me. Scrive: “Di fronte ad una società sempre più
nichilista e relativista, il rischio per tanti cattolici oggi è quello di
reagire dividendo con un rasoio ciò che è buono da ciò che è cattivo, dando per
scontato – ovviamente – che essi stessi siano i buoni. L’aggettivo “cattolico”
rischia di diventare una sorta di griffe da appendere sulla giacca, una griffe
che ha l’unico scopo distintivo per identificare chi è cattolico da chi non lo
è. Mi rendo conto di andare giù tranciando grossolamente. Ho come la
preoccupante impressione che mai come in questi ultimi tempi i “cattolici” si
sentano più impegnati a fabbricare patentini di “vera e autentica cattolicità”,
l’uno contro l’altro armati. Una sorta di gara a chi ne sa più dell’altro, tra
chi pensa di essere più ortodosso dell’ortodossia”. Giustissima considerazione.
Però poi che fa, il Vairani? La griffe l’appende sulla giacca delle persone
“rapite da Cristo”, le uniche, sembra, ad essere in possesso della moralità. Ha
diviso ciò che è buono da ciò che è cattivo o perlomeno meno buono. E questo non
mi è piaciuto. Ho pensato, infatti, al bue che dice cornuto
all’asino.
Leggiamo: “In una società sempre più
scristianizzata non abbiamo bisogno di un surplus di etica e di morale, ma di
persone rapite da Cristo, qui ed ora, adesso! La moralità nasce da questo
sguardo fisso alla Persona di Cristo, non dai patentini di ortodossia che troppo
spesso ci lanciano contro l’un l’altro. Solo dentro una compagnia che tende al
Vero, allora, è possibile che accada il miracolo del riconoscimento che un Altro
ci ha fatto, che la vita non ce la siamo data noi, che la vita non si può
interrompere quando si vuole, che il dolore e la sofferenza non sono vane... “.
Queste ultime parole, poi, non vedo che
cosa abbiano a che fare con la Persona di Cristo. “La vita non ce la siamo data
noi”. E allora? Che significa? E dove sta scritto che in circostanze particolari
la vita non può essere interrotta? Gesù, in qualche modo interruppe la sua vita.
Si può interrompere, la vita, sacrificandola per gli amici: “Nessuno ha un amore
più grande di questo: rimetterci la vita per i suoi amici” (Gv 15,13). Alcuni
santi l’hanno abbreviata, la loro esistenza, a furia di sacrifici inutili,
digiuni e tormenti altrettanto inutili. Non si vede perché non potremmo
interrompere la vita qualora diventi insopportabile e senza speranza. “Il dolore
e la sofferenza non sono vane”. Sempre? E dove sta scritto?
Carmelo Dini
Monday, September 11, 2017
La vera conversione è il cambiamento del cuore
La vera conversione è il cambiamento del cuore
Una signora, felice d’essersi convertita,
comunica ogni tanto sul blog “Come Gesù” del prete e scrittore Mauro Leonardi,
la sua felicità. Ed è giusto che sia felice e che lo comunichi al prossimo. Vale
però la pena di fare qualche considerazione riguardo al termine “conversione”.
Evidentemente la signora prima non era credente, e poi è diventata credente, e
quindi è giusto che dica d’essersi convertita. E’ passata dallo stato di non
credente allo stato di credente. Potrebbe anche essere passata da una fede
incerta, debole, ad una fede certa, forte, profonda. Ugualmente, essendo passata
da uno stato all’altro, può dire d’essersi convertita. Prima dubitava
dell’esistenza di Dio, adesso è certissima dell’esistenza di Dio. Almeno
immagino che sia così. Se fosse stata, invece, non so, di religione islamica o
di altra religione, e fosse diventata cristiana, ugualmente avrebbe potuto dire
d’essersi convertita. Anche passare da una religione ad un’altra, infatti, è
conversione.
L’appello di Gesù alla conversione: «Il
tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete al vangelo»
(Mc 1,15). Ma si può parlare di vera conversione se non c’è un vero cambiamento
del cuore? Se una persona non credente diventa credente, ma non cambia
interiormente e continua a compiere il male anziché il bene, può dire d’essersi
veramente convertita? No, perché la vera conversione è un radicale cambiamento.
Riguardo, invece, ad una persona non credente che si è comportata male per
lunghi anni, e un giorno si rende conto del male che ha fatto, se ne pente, e
cambia vita e comincia a fare il bene, pur restando non credente, si può parlare
di conversione? Certamente. Perlomeno da un punto di vista cristiano, giacché
pur non rendendosene conto è passata dallo stato della persona che non faceva la
volontà di Dio, allo stato della persona che fa la volontà di Dio.
E riguardo ad una persona non credente che
si è sempre comportata bene, che ha sempre scelto di fare il bene e non il male;
riguardo ad una persona buona, insomma, che un giorno diventa credente, si può
parlare di vera conversione? In realtà, non c’è stato un vero cambiamento del
cuore, giacché prima faceva la volontà di Dio, senza rendersene conto, e poi ha
preso a fare la volontà di Dio consapevolmente. Era una brava persona prima, ed
è restata tale dopo. E’ il caso, immagino, della nostra “convertita”.
Elisa Merlo
Friday, September 08, 2017
Non esiste risposta alla domanda: “Dov'è Dio se nel mondo c'è il male?”
Non esiste risposta alla domanda: “Dov'è Dio se nel
mondo c'è il male?”
Su Avvenire.it del 6
settembre, Guido Mocellin, riguardo a Lina Balestrieri, la donna morta durante
il recente terremoto di Ischia sulla soglia della chiesa di Casamicciola, scrive
tra l’altro: “Sul suo blog, don Mauro Leonardi pubblica pressoché integralmente
le parole del marito di Lina Balestrieri, Antonio Cutaneo, che dopo averla
definita «una santa» non ha eluso la domanda ricorrente ogni volta che un evento
naturale porta drammaticamente il lutto nelle famiglie e nelle comunità:
«Davanti a tutti quelli che dicono “dov’è il tuo Dio?”, a quanti bussano e
chiedono ancora che cos’è la verità, la risposta è una soltanto: “Lina ha scelto
la parte migliore che non le sarà mai tolta!”. Piuttosto, un’altra è la domanda:
“O morte dov’è la tua vittoria?” e dov’è infatti la vittoria della morte in una
donna che ha sempre annunciato con forza le parole di San Paolo: “Per me vivere
è Cristo e il morire un guadagno”?».
Intanto anche Guido Mocellin, come tanti, sembra
ignorare il vero senso di quella domanda, che è: “Dove era Dio in quei giorni?
Perché Egli ha taciuto? Come poté tollerare questo eccesso di distruzione,
questo trionfo del male?” (Discorso di Benedetto XVI in vista al Campo di
Auschwitz, il 28 maggio 2006). Antonio Cutaneo, infatti, non rendendosene conto,
ha eluso la domanda.
Papa Francesco dopo la visita ad Auschwitz-Birkenau, il
31 luglio 2016, diede alla domanda il suo vero senso: «Dov'è Dio? Dov'è Dio se nel mondo
c'è il male, se ci sono uomini affamati, assetati, senzatetto, profughi,
rifugiati? Dov'è Dio, quando persone innocenti muoiono a causa della violenza,
del terrorismo, delle guerre? Dov'è Dio, quando malattie spietate rompono legami
di vita e di affetto? O quando i bambini vengono sfruttati, umiliati, e
anch'essi soffrono a causa di gravi patologie? Dov'è Dio, di fronte
all'inquietudine dei dubbiosi e degli afflitti dell'anima?». E diede la giusta
risposta: «Esistono domande per le quali non ci
sono risposte umane». Però poi, senza rendersene conto, la risposta sbagliata la
mise in bocca a Gesù: «“Dio è
in loro”. Gesù è in loro, soffre in loro, profondamente identificato con
ciascuno. Egli è così unito ad essi, quasi da formare un solo corpo».
Il fatto che Dio sia in coloro che soffrono, con coloro
che soffrono, non è una spiegazione.
Ma torniamo ai discorsi del signor Cutaneo:
«Piuttosto, un’altra è la domanda: “O morte dov’è la tua
vittoria?” e dov’è infatti la vittoria della morte in una donna che ha sempre
annunciato con forza le parole di San Paolo: “Per me vivere è Cristo e il morire
un guadagno”?».
La morte vince ogni volta che muore un bambino, ogni
volta che arriva anzi tempo e strappa bambini ai genitori e genitori ai bambini,
ogni volta che ti afferra e ti tormenta a lungo prima di portarti via. A
perdere, a non guadagnare, è chi resta. Un giovane padre di famiglia di mia
conoscenza è in un ospedale oncologico. Ha bambini piccoli a casa che
l’aspettano. Speriamo che non vinca la morte. E’ cosa seria, la morte. Non
scherziamo.
Carmelo Dini
Wednesday, September 06, 2017
La nascita, la morte e gli sconcertanti discorsi di Umberto Galimberti
La nascita, la morte e gli sconcertanti discorsi di Umberto Galimberti
Una mia lettera apparsa sul blog
“Italians – Corriere della Sera il 17 luglio 2017, col titolo “Charlie Gard, la vita, la morte e la
volontà del Signore”, e sul blog “Come Gesù”, col titolo “Il piccolo Charlie direbbe:
Lasciatemi andare alla casa del Padre”, è stata pubblicata su D – La Repubblica
del 5 agosto, con la risposta a mio parere sconcertante del filosofo Umberto
Galimberti.
Comincia così: “Intorno alle situazioni-limite,
che sono poi la nascita e la morte, non bisogna far chiasso in nome di Dio o
contro Dio”. D’accordo, ma chi ha fatto chiasso in nome di Dio o contro Dio?
Scrivere una lettera significa far chiasso? E va bene, andiamo avanti con la
risposta: “Se uno crede che sia Dio a dare la vita e la morte non è il caso di
andare a vedere se di questa credenza c’è una corrispondenza nelle Scritture”.
E perché un credente non dovrebbe dire
ad un altro credente: guarda che stai sbagliando, in tal modo offendi Dio, hai
mal interpretato le Scritture? Ma ecco il motivo addotto dal filosofo: “Perché,
a prescindere dal fatto che questo riscontro lo si trovi o non lo si trovi, se
uno trae conforto dal pensare che le cose vanno così, per quale sadica ragione,
nell’abisso del dolore, togliergli questa consolazione?”. Semplice, caro
filosofo, perché qui importante non è il vantaggio di chi trova o non trova
conforto in certe assurde credenze, importante è il vantaggio, l’interesse della
creatura che sta soffrendo e sta morendo. Se si è persuasi che sia Dio a voler
tener sulla croce una creatura innocente, e che sia Dio a stabilire l’ora della
sua morte, si corre il rischio di tenerlo a lungo sulla croce, fino a che Dio
non decida di farlo morire. Si finisce per cadere nell’accanimento terapeutico.
Si diventa inconsapevolmente crudeli verso una creatura
innocente.
Qualche anno fa venni a conoscenza
di una storia impressionante. Un prete missionario, grazie a macchinari, tubi e
tubicini, tenne in vita il più a lungo possibile un bambino sofferente e in
condizioni disastrose, persuaso che si trattasse del suo “piccolo Gesù che agonizza, che
soffre, che geme...Lo bacio, lo bacio sempre”. Aberrazioni.
Il filosofo continua: “La verità, sempre
difficile se non impossibile da trovare quando si tratta delle cose ultime, o
serve per trovare la forza per continuare a vivere o non è di alcuna utilità”.
Nel caso specifico la verità era utilissima al bambino che stava soffrendo e
morendo.
E’ evidente che Galimberti continua a considerare
la persona che perde un figlio, e non il figlio. Ciò detto, non so davvero chi
possa trovare conforto pensando che sia Dio a mettere sulla croce un bambino e a
farlo morire prematuramente.
La conclusione di Galimberti: “La natura
distribuisce la vita e la morte con una noncuranza assoluta, dando o non dando
le condizioni di esistere. Per essa non è di alcun interesse la sorte degli
individui, ma unicamente il ricambio generazionale, tenendo in vita i più idonei
e lasciando perire i meno idonei... “.
Ma guarda! E chi lo
sapeva?
Renato Pierri
Tuesday, September 05, 2017
Il femminicidio e la profezia di Virginia Woolf
Il femminicidio e la profezia di Virginia Woolf
"Dunque, se è lecito fare profezie,
le donne in tempi a venire scriveranno meno romanzi, ma romanzi più belli; e non
romanzi soltanto, bensì poesia e critica e storia. Ma certo stiamo guardando
lontano, a quell'età dell'oro, quell'età forse mitica, in cui le donne avranno
quello che tanto a lungo è stato loro negato: tempo, e denaro, e una stanza
tutta per sé" (Virginia
Woolf). Avrebbe mai immaginato la grande scrittrice che in Italia, nell’età
dell’oro, nell'età mitica, tante donne per avere “una stanza tutta per sé”,
avrebbero rischiato d’essere prese a calci e a pugni, bruciate, pugnalate,
uccise a colpi di pistola?
Questa la situazione nell’età
mitica: “I numeri del
femminicidio non sono certi e variano di qualche unità, ma sicuramente le donne
uccise da un uomo, con cui hanno o hanno avuto un rapporto affettivo o
familiare, non sono in diminuzione. Nel 2016 se ne sono contate 120. E dal primo
gennaio 2017 a oggi sarebbero almeno oltre 20 le donne uccise per mano maschile:
una media di una vittima ogni tre giorni. Negli ultimi dieci anni le donne
uccise in Italia sono state 1.740, di cui 1.251 (il 71,9%) in famiglia” (ANSA.It
22 luglio 2017).
Ma la cosa che lascia esterrefatti è
che uomini che non picchiano le donne e che mai le ucciderebbero, la pensano
così: “Certo, perché il maschilismo vi ha fatto comodo per secoli. Ora non ne
avete più bisogno, per fortuna vostra e nostra, e siete pronte a sputare nel
piatto dove avete mangiato per secoli” (Blog de L’Espresso – Altre Lettere).
Ovviamente l’autore non deve mai aver letto un libro serio sul dominio maschile.
E forse
neppure “A Room of One's Own”.
Renato
Pierri
