Saturday, September 30, 2017

Pedofilia. Solo chiacchiere al Consiglio permanente della CEI

Pedofilia. Solo chiacchiere al Consiglio permanente della CEI

Proprio il giorno in cui si concludeva il Consiglio Episcopale Permanente della CEI, il 27 settembre, ho cercato di spiegare, in un articolo sul blog “Come Gesù”, la ragione principale del grande ritardo della Chiesa nell’affrontare i crimini compiuti da ministri consacrati a danno di minori. Ne trascrivo alcune righe:
«Si sarà chiesto il Papa come mai la Chiesa, così attenta alla morale sessuale, così presa da secoli dalla morale sessuale, non si sia mai preoccupata granché del peccato della pedofilia, al punto da non inserire neppure il termine nel Catechismo? Se lo saranno chiesto i fedeli? Perché questo grave peccato è passato quasi sotto silenzio, rispetto ad altri peccati (o presunti tali) sessuali? Credo che la ragione principale sia questa: la società, Chiesa compresa, non ha mai dato importanza ai bambini, nel senso che non ne ha mai tutelato i diritti”. E più avanti: “La Chiesa è sempre indietro, almeno su certi temi, rispetto alla società e, riguardo alla morale sessuale è sempre stata ciecamente legata alla Tradizione, all’Antico Testamento e a San Paolo. Nelle Scritture non si fa minimamente cenno al grave peccato della pedofilia. E anche al tempo di Gesù in Palestina la pedofilia non sembra fosse peccato e non sembra fosse reato. Non se ne parla proprio. Gesù, per fortuna,  dà importanza ai bambini, ma per sfortuna non fa mai cenno al peccato della pedofilia. Se ne avesse fatto cenno, forse la Chiesa avrebbe dato importanza a questo peccato, e anziché dedicare ingiustamente diversi paragrafi del Catechismo all’omosessualità, ne avrebbe giustamente dedicato almeno uno al peccato della pedofilia. E forse avrebbe affrontato per tempo i crimini compiuti da ministri consacrati».
Ed ecco come la Chiesa sta recuperando il grande ritardo. Trascrivo le parole che ho ricevuto or ora da Vittorio Bellavite di “Noi Siamo Chiesa”:  «Al Consiglio Permanente della CEI... sui preti pedofili solo  parole per continuare nell’immobilismo.  Le conclusioni del Consiglio Episcopale sono del tutto deludenti alla luce di quello che riteniamo sia necessario in una situazione di emergenza che nessuno vuole riconoscere. In sostanza sono state scritte solo  parole generiche, poco costose, inutili  e dette altre volte: C’è “l’esigenza di trovare risposte sempre più puntuali ed adeguate” e poi “è necessario un “cambio di mentalità e di atteggiamenti” e via di questo passo. E stato istituito un “gruppo di lavoro” per approfondire la questione in ogni suo aspetto e per accompagnare le diocesi inviando “orientamenti e protocolli” . Ma essa non è sufficientemente conosciuta? “Prioritaria è la sfera della prevenzione e della formazione” (impegno che peraltro abbiamo sempre chiesto)  ma allora dobbiamo pensare che in secondo piano venga l’occuparsi dei casi concreti di oggi, delle vittime e dell’allontanamento definitivo e rapido del prete pedofilo dall’ordine clericale? Galantino in conferenza stampa ha detto ai giornalisti di non fare “sensazionalismo” e ha detto, in modo sconcertante,  di non avere i dati quantitativi su tutta la realtà dei preti pedofili. Gli consiglieremo come fonte utile di andare sul sito www.retelabuso.org.
Quindi si continuerà come prima, con l’iniziativa della magistratura e con il sistema ecclesiastico ripiegato su se stesso che reagisce male e a fatica soprattutto sotto la pressione dei fatti che diventano noti ma senza un ripensamento radicale della propria storia e del proprio modo di essere. La sensibilità per le sofferenze e le cicatrici nel cuore e nella mente di chi è stato offeso è debole sotto la pressione dell’interesse del sistema ecclesiastico a non avere scandali. Ma il Vangelo (Mt 18,7) ci ammonisce: “necesse est enim ut scandala veniant”». 
C’è di che consolarsi. Ma allora la ragione principale è un’altra? Non è quella da me esposta? Semplicemente è l’interesse del sistema ecclesiastico a non avere scandali?
Renato Pierri


Tuesday, September 26, 2017

Perché la Chiesa ha affrontato con ritardo i crimini commessi da ministri consacrati?

Perché la Chiesa ha affrontato con ritardo i crimini commessi da ministri consacrati?
“Lo scandalo dell’abuso sessuale è una rovina terribile per tutta l’umanità, che colpisce tanti bambini, giovani e adulti vulnerabili in tutti i paesi e in tutte le società. Per la Chiesa è stata un’esperienza molto dolorosa. Sentiamo vergogna per gli abusi commessi da ministri consacrati, che dovrebbero essere i più degni di fiducia” Parole pronunciate da papa Bergoglio nel discorso alla Commissione pontificia per la tutela dei minori. E poi: “La Chiesa ha affrontato questi crimini in ritardo e anche un solo abuso basta a condanna senza appello”.
Come mai? Si sarà chiesto il Papa come mai la Chiesa, così attenta alla morale sessuale, così presa da secoli dalla morale sessuale, non si sia mai preoccupata granché del peccato della pedofilia, al punto da non inserire neppure il termine nel Catechismo? Se lo saranno chiesto i fedeli?
Perché questo grave peccato è passato quasi sotto silenzio, rispetto ad altri peccati (o presunti tali) sessuali? Credo che la ragione principale sia questa: la società, Chiesa compresa, non ha mai dato importanza ai bambini, nel senso che non ne ha mai tutelato i diritti. “La vita dell'infanzia non ha avuto per lungo tempo alcun significato per il mondo degli adulti, per il costume, il minore è stato a lungo percepito come un essere che diviene persona-soggetto di diritti solo dopo essere stato educato e plasmato... Il primo strumento internazionale in assoluto, che cita i diritti dell'infanzia è la “Convenzione sull'età minima”, adottata dalla Conferenza Internazionale del Lavoro nel 1919. La prima significativa attestazione dei diritti del bambino si ha con la Dichiarazione dei diritti del bambino, adottato dalla Quinta Assemblea Generale della Lega delle Nazioni nel 1924.” (Maria Bottaro, Istisss.it, 4 ottobre 2007). L’analista psicologo Lucio Della Seta, nel saggio “Debellare il senso di colpa” (Marsilio Editore) nota acutamente che il Decalogo pensa ad ordinare ai figli di onorare i genitori, ma non pensa ad ordinare ai genitori di rispettare i figli.  La Chiesa è sempre indietro, almeno su certi temi, rispetto alla società e, riguardo alla morale sessuale è sempre stata ciecamente legata alla Tradizione, all’Antico Testamento e a San Paolo. Nelle Scritture non si fa minimamente cenno al grave peccato della pedofilia. E anche al tempo di Gesù in Palestina la pedofilia non sembra fosse peccato e non sembra fosse reato. Non se ne parla proprio. Gesù, per fortuna,  dà importanza ai bambini, ma per sfortuna non fa mai cenno al peccato della pedofilia. Se ne avesse fatto cenno, forse la Chiesa avrebbe dato importanza a questo peccato, e anziché dedicare ingiustamente diversi paragrafi del Catechismo all’omosessualità, ne avrebbe giustamente dedicato almeno uno al peccato della pedofilia. E forse avrebbe affrontato per tempo i crimini compiuti da ministri consacrati.
Renato Pierri


Friday, September 22, 2017

L’amore di Gesù non è la morfina

L’amore di Gesù non è la morfina

A tutti coloro che si sono rallegrati alla notizia che Consuelo Cordoba, la donna colombiana sfigurata dall’acido, aveva rinunciato all’eutanasia dopo l’incontro col Papa, ho fatto notare che c’è poco da stare allegri, giacché è sempre molto triste il pensiero che la povera donna dovrà soffrire per tutta la vita. Il male minore per qualcuno, il male maggiore per altri, ma sempre male resta. E che sia un male senza senso, ingiusto giacché patito da una persona innocente, mi sembra pacifico. Ma non è pacifico per quei cristiani che “vogliono dare senso al non senso” (don Mauro Leonardi su Avvenire.it del 13 settembre).
Gli Scribi e i Farisei volevano un segno, molti cristiani vogliono una spiegazione, tutto deve avere una spiegazione, un senso, e se la risposta non c’è, non si arrendono, si creano una risposta fasulla. Una domanda senza risposta li sconvolge.
Una signora ha così commentato le mie osservazioni: “Ieri sera ho visto il volto di un uomo al quale dopo la morte di sua moglie e il calvario della sua sofferenza è stata restituita la vita. Il dolore sfigura e basta, l'amore trasfigura. ....se lo viviamo con Gesù!”. Cara signora, si dà il caso che la massima parte dell’umanità, nel passato, nel futuro sicuramente, ed oggi, non ha la nostra grande fortuna di “vivere il dolore con Gesù”. Lei magari vive con Gesù il dolore di un neonato venuto alla luce con gravissime malformazioni, ma lui il suo dolore se lo vive da solo, tremendamente, inesorabilmente solo. E c’è anche la sofferenza degli animali in questo povero mondo, anche gli animali vivranno la loro sofferenza con Gesù? Infine, cara signora, il dolore lancinante di una  cefalea a grappolo, sarà un po’ meno lancinante “vissuto con Gesù”, almeno per noi fortunati, ma sempre lancinante resta. L’amore di Gesù non è la morfina. 
Renato Pierri



“Sei bella e coraggiosa”, e devi continuare a soffrire, Consuelo Cordoba

“Sei bella e coraggiosa”, e devi continuare a soffrire, Consuelo Cordoba

Una storia da brividi, triste, tristissima, angosciante, quella di Consuelo Cordoba, la donna colombiana di 56 anni, sfigurata in tutto il corpo dall’acido gettatole dal marito, costretta a subire 87 interventi, e alla quale recentemente era stata diagnosticata anche una infezione cerebrale. Da diciassette anni, il viso coperto da un passamontagna color carne, respira attraverso due tubi infilati nelle narici e si nutre di soli cibi liquidi. Il marito che la sfregiò uscì dopo un mese dalla prigione. La donna voleva mettere fine al suo insopportabile allucinante calvario ricorrendo all’eutanasia. Ma è arrivato papa Francesco nella sua terra, lei ha  chiesto d’incontrarlo per ricevere la sua benedizione e forse la sua approvazione. Il Papa l’ha benedetta, ovviamente, ma non ha approvato la sua decisione di porre fine al suo strazio infinito. Le ha detto: “Sei bella e coraggiosa”. La donna ha rinunciato al suo proposito e ad alcuni media colombiani ha rivelato: “Il Papa mi ha abbracciato e mi ha fatto questo regalo. Ora voglio vivere”. La toxoplasmosi cerebrale che le hanno diagnosticato, si manifesta solitamente con crisi epilettiche e paralisi.
Una grade tristezza per me, sia se non avesse cambiato parere riguardo al ricorso all’eutanasia, sia al pensiero che il suo calvario durerà sino a che non sarà la morte a recarsi da lei. In entrambi i casi una grande pena. Una grande rabbia.
Non tutti però hanno reagito come il sottoscritto. L’amico prete e scrittore Mauro Leonardi sembra felice della notizia. Su FarodiRoma del 18 settembre, scrive tra l’altro: “Questo è ciò che capisce Consuela quando parla col Papa. Che proprio quella vita lì, la sua vera vita reale, vale la pena che venga vissuta. Lo vede nella forza con cui il Papa le parla e allora ricomincia a vivere e di quel volto sfigurato non si accorge più”. Per quanto tempo non se ne accorgerà più, vien fatto di chiedersi. E poi: “Perché vede solo il Papa. Una persona che ha imparato la forza, la libertà e la bellezza di stare nella propria vita così com’è”. In realtà, dovrà imparare a stare nella propria vita, così com’è, un allucinante calvario. Infine: “Dove il volto sfigurato della passione parla invece di vita donata, di speranza vissuta, di forza piena di gioia e umiltà”. Forza piena di gioia? Speriamo, speriamo.
E vediamo qualche commento sul blog di don Mauro Leonardi, di persone che pure sembrano avere accolto con gioia la notizia.
“Una storia davvero emozionante, hai scritto bellissime parole don Mauro!Starci nella propria vita con tutti i dolori,è il vero coraggio!”; “È questo "stare" nella propria vita con la coscienza di quello che sei che ti rende libero”; “Grazie don Mauro, di questa bella testimonianza dell'incontro tra il Papa e Consuelo, e le sue parole aumentano la Fede in Dio, la speranza e il coraggio di amare la vita e il prossimo”.
Secondo me, se l’avesse incontrata Gesù questa povera donna, due sole cose avrebbe potuto fare: restituirle un volto e un corpo belli e sani, oppure portarla subito con sé in Paradiso.

Renato Pierri 

Sunday, September 17, 2017

Che significato ha il neologismo “Catholically Correct”?

Che significato ha il neologismo “Catholically Correct”?
Ho cercato su Wikipedia il neologismo “Catholically Correct”, ma non ce n’è traccia e mi sembra che neppure i dizionari lo menzionino. Che significa? Ne parla in un paio di articoli il prete e scrittore Mauro Leonardi. 
«Su AGI > Blog Italia > Culture ! agosto 2017), scrive tra l’altro: «Come il politically correct, il catholically correct è un insieme di opinioni e di atteggiamenti relazionali che creano un'appartenenza sociale: dicono un dentro e un fuori, un "con noi" o un "contro di noi". Un'affermazione catholically correct riguarda, in senso lato, i temi religiosi del politically correct. La sua scaturigine è spesso la difesa dei cosiddetti "valori non negoziabili" e frequentemente esordisce in contrapposizione al politically correct: qualcosa del tipo "sebbene oggi come oggi sia politicamente scorretto affermare che... io invece non ho paura di dire che..."».
E su FarodiRoma del 4 agosto: «In quell’occasione indicavo due elementi a mio modo di vedere caratterizzanti il fenomeno: la visione integralista della dottrina cattolica e l’utilizzo violento ed aggressivo della comunicazione online, in particolare dei social». E più avanti: «Trattandosi di persone che si richiamano costantemente alla “corretta dottrina cattolica” e alla difesa dei valori non negoziabili stupisce che fra di essi siano praticamente del tutto assenti i rappresentanti della gerarchia ecclesiastica».
D’accordo su tutto, ma non su quest’ultimo punto. A me sembra che anche ecclesiastici alle volte siano Catholically Correct, sempre che io ne abbia compreso bene il senso. Non lo fu, ad esempio, cardinale Javier Lozano Barragan, quando ebbe a dichiarare: "Se Beppino Englaro ha ammazzato la figlia allora è un omicida"? Non si servì della comunicazione online per dirlo, ma che differenza fa? Parlò di “terribile morte per fame e per sete”. Lo riprese don Tarcisio Puntel: "Gli uomini di chiesa moderino il linguaggio".
E chi fa terrorismo verbale? Quando l'Assemblea nazionale francese approvò l'articolo 1 del progetto di legge che legalizzava i matrimoni omosessuali, il cardinale Bagnasco dichiarò: "Siamo vicini al baratro". Non è terrorismo verbale affermare: “Oggi c’è una guerra mondiale per distruggere il matrimonio”? (Papa Francesco a Tblisi in Georgia). I rappresentanti della gerarchia ecclesiastica non utilizzano la comunicazione online, ma sanno che le loro parole si diffondono sulla rete. 
Riguardo al neologismo, don Mauro Leonardi nota: “I risultati evidenziati da google se si digita "catholically correct" fanno emergere un paio di citazioni, una del 2002 e un'altra del 2009, ma si riferiscono a situazioni totalmente diverse rispetto alle attuali”.
Abbastanza diffusa, invece, è l’espressione “religiosamente corretto”.
Renato Pierri


Friday, September 15, 2017

Hanno messo l’elmetto a Giovanni XXIII

Hanno messo l’elmetto a Giovanni XXIII

Ve lo ricordate il discorso della luna di Papa Giovanni XXIII? «Cari figliuoli, sento le vostre voci. La mia è una voce sola, ma riassume la voce del mondo intero; qui tutto il mondo è rappresentato. Si direbbe che persino la luna si è affrettata, stasera – osservatela in alto! – a guardare a questo spettacolo... Tornando a casa, troverete i bambini; date una carezza ai vostri bambini e dite: “Questa è la carezza del Papa”. Troverete qualche lacrima da asciugare. Fate qualcosa, dite una parola buona. Il Papa è con noi specialmente nelle ore della tristezza e dell'amarezza. E poi, tutti insieme ci animiamo cantando, sospirando, piangendo, ma sempre sempre pieni di fiducia nel Cristo che ci aiuta e che ci ascolta, continuare e riprendere il nostro cammino». 
«Il papa della “Pacen in terris”, della mediazione nella crisi dei missili dell’ottobre 1962, il papa del Concilio e della “Gaudium et Spes”, il papa che ha posto le premesse per una radicale scelta cristiana a favore  della nonviolenza, viene usato per dare credibilità alle politiche  delle “guerre umanitarie” e dei “bombardamenti intelligenti”, come quelle recenti praticate anche dalle Forze armate italiane in Kossovo (1999), in Afghanistan (2001), in  Iraq (2003) e in Libia (2011)». Queste ultime parole tra virgolette le ho ricevute da Vittorio Bellavite, coordinatore nazionale di Noi Siamo Chiesa, riguardo alla recente notizia: “Il vescovo delle Forze Armate Mons. Santo Marcianò ha consegnato al capo di Stato maggiore dell’esercito italiano Danilo Errico la “bolla pontificia” con cui il Card. Robert Sarah, prefetto della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei Sacramenti, ha  decretato  che papa Giovanni sarà il patrono dell’Esercito italiano”.
Ed ha tutte le ragioni, Vittorio Bellavite: al papa buono, al papa pacifista hanno messo l’elmetto.
Renato Pierri


La griffe sulla giacca delle persone “rapite da Cristo”

La griffe sulla giacca delle persone “rapite da Cristo”

Ecco, qualcuno dirà, il solito bastian contrario del blog “Come Gesù”: tutti approvano e lui disapprova. Ma no, ma no, il succo dello scritto di Davide Vairani, “Guardare Cristo e non ai patentini di ortodossia”, è piaciuto anche a me. Scrive: “Di fronte ad una società sempre più nichilista e relativista, il rischio per tanti cattolici oggi è quello di reagire dividendo con un rasoio ciò che è buono da ciò che è cattivo, dando per scontato – ovviamente – che essi stessi siano i buoni. L’aggettivo “cattolico” rischia di diventare una sorta di griffe da appendere sulla giacca, una griffe che ha l’unico scopo distintivo per identificare chi è cattolico da chi non lo è. Mi rendo conto di andare giù tranciando grossolamente. Ho come la preoccupante impressione che mai come in questi ultimi tempi i “cattolici” si sentano più impegnati a fabbricare patentini di “vera e autentica cattolicità”, l’uno contro l’altro armati. Una sorta di gara a chi ne sa più dell’altro, tra chi pensa di essere più ortodosso dell’ortodossia”. Giustissima considerazione. Però poi che fa, il Vairani? La griffe l’appende sulla giacca delle persone “rapite da Cristo”, le uniche, sembra, ad essere in possesso della moralità. Ha diviso ciò che è buono da ciò che è cattivo o perlomeno meno buono. E questo non mi è piaciuto. Ho pensato, infatti, al bue che dice cornuto all’asino.
Leggiamo: “In una società sempre più scristianizzata non abbiamo bisogno di un surplus di etica e di morale, ma di persone rapite da Cristo, qui ed ora, adesso! La moralità nasce da questo sguardo fisso alla Persona di Cristo, non dai patentini di ortodossia che troppo spesso ci lanciano contro l’un l’altro. Solo dentro una compagnia che tende al Vero, allora, è possibile che accada il miracolo del riconoscimento che un Altro ci ha fatto, che la vita non ce la siamo data noi, che la vita non si può interrompere quando si vuole, che il dolore e la sofferenza non sono vane... “.
Queste ultime parole, poi, non vedo che cosa abbiano a che fare con la Persona di Cristo. “La vita non ce la siamo data noi”. E allora? Che significa? E dove sta scritto che in circostanze particolari la vita non può essere interrotta? Gesù, in qualche modo interruppe la sua vita. Si può interrompere, la vita, sacrificandola per gli amici: “Nessuno ha un amore più grande di questo: rimetterci la vita per i suoi amici” (Gv  15,13). Alcuni santi l’hanno abbreviata, la loro esistenza, a furia di sacrifici inutili, digiuni e tormenti altrettanto inutili. Non si vede perché non potremmo interrompere la vita qualora diventi insopportabile e senza speranza. “Il dolore e la sofferenza non sono vane”. Sempre? E dove sta scritto?
Carmelo Dini


 

 


 

Monday, September 11, 2017

La vera conversione è il cambiamento del cuore

La vera conversione è il cambiamento del cuore

Una signora, felice d’essersi convertita, comunica ogni tanto sul blog “Come Gesù” del prete e scrittore Mauro Leonardi, la sua felicità. Ed è giusto che sia felice e che lo comunichi al prossimo. Vale però la pena di fare qualche considerazione riguardo al termine “conversione”. Evidentemente la signora prima non era credente, e poi è diventata credente, e quindi è giusto che dica d’essersi convertita. E’ passata dallo stato di non credente allo stato di credente. Potrebbe anche essere passata da una fede incerta, debole, ad una fede certa, forte, profonda. Ugualmente, essendo passata da uno stato all’altro, può dire d’essersi convertita. Prima dubitava dell’esistenza di Dio, adesso è certissima dell’esistenza di Dio. Almeno immagino che sia così. Se fosse stata, invece, non so, di religione islamica o di altra religione, e fosse diventata cristiana, ugualmente avrebbe potuto dire d’essersi convertita. Anche passare da una religione ad un’altra, infatti, è conversione.
L’appello di Gesù alla conversione: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete al vangelo» (Mc 1,15). Ma si può parlare di vera conversione se non c’è un vero cambiamento del cuore? Se una persona non credente diventa credente, ma non cambia interiormente e continua a compiere il male anziché il bene, può dire d’essersi veramente convertita? No, perché la vera conversione è un radicale cambiamento. Riguardo, invece, ad una persona non credente che si è comportata male per lunghi anni, e un giorno si rende conto del male che ha fatto, se ne pente, e cambia vita e comincia a fare il bene, pur restando non credente, si può parlare di conversione? Certamente. Perlomeno da un punto di vista cristiano, giacché pur non rendendosene conto è passata dallo stato della persona che non faceva la volontà di Dio, allo stato della persona che fa la volontà di Dio. 
E riguardo ad una persona non credente che si è sempre comportata bene, che ha sempre scelto di fare il bene e non il male; riguardo ad una persona buona, insomma, che un giorno diventa credente, si può parlare di vera conversione? In realtà, non c’è stato un vero cambiamento del cuore, giacché prima faceva la volontà di Dio, senza rendersene conto, e poi ha preso a fare la volontà di Dio consapevolmente. Era una brava persona prima, ed è restata tale dopo. E’ il caso, immagino, della nostra “convertita”.
Elisa Merlo
     


Friday, September 08, 2017

Non esiste risposta alla domanda: “Dov'è Dio se nel mondo c'è il male?”

Non esiste risposta alla domanda: “Dov'è Dio se nel mondo c'è il male?” 
Su Avvenire.it del 6 settembre, Guido Mocellin,  riguardo a Lina Balestrieri, la donna morta durante il recente terremoto di Ischia sulla soglia della chiesa di Casamicciola, scrive tra l’altro: “Sul suo blog, don Mauro Leonardi pubblica pressoché integralmente le parole del marito di Lina Balestrieri, Antonio Cutaneo, che dopo averla definita «una santa» non ha eluso la domanda ricorrente ogni volta che un evento naturale porta drammaticamente il lutto nelle famiglie e nelle comunità: «Davanti a tutti quelli che dicono “dov’è il tuo Dio?”, a quanti bussano e chiedono ancora che cos’è la verità, la risposta è una soltanto: “Lina ha scelto la parte migliore che non le sarà mai tolta!”. Piuttosto, un’altra è la domanda: “O morte dov’è la tua vittoria?” e dov’è infatti la vittoria della morte in una donna che ha sempre annunciato con forza le parole di San Paolo: “Per me vivere è Cristo e il morire un guadagno”?».
Intanto anche Guido Mocellin, come tanti, sembra ignorare il vero senso di quella domanda, che è: “Dove era Dio in quei giorni? Perché Egli ha taciuto? Come poté tollerare questo eccesso di distruzione, questo trionfo del male?” (Discorso di Benedetto XVI in vista al Campo di Auschwitz, il 28 maggio 2006). Antonio Cutaneo, infatti, non rendendosene conto, ha eluso la domanda.
Papa Francesco dopo la visita ad Auschwitz-Birkenau, il 31 luglio 2016, diede alla domanda il suo vero senso: «Dov'è Dio? Dov'è Dio se nel mondo c'è il male, se ci sono uomini affamati, assetati, senzatetto, profughi, rifugiati? Dov'è Dio, quando persone innocenti muoiono a causa della violenza, del terrorismo, delle guerre? Dov'è Dio, quando malattie spietate rompono legami di vita e di affetto? O quando i bambini vengono sfruttati, umiliati, e anch'essi soffrono a causa di gravi patologie? Dov'è Dio, di fronte all'inquietudine dei dubbiosi e degli afflitti dell'anima?». E diede la giusta risposta: «Esistono domande per le quali non ci sono risposte umane». Però poi, senza rendersene conto, la risposta sbagliata la mise in bocca a Gesù: «“Dio è in loro”. Gesù è in loro, soffre in loro, profondamente identificato con ciascuno. Egli è così unito ad essi, quasi da formare un solo corpo».
Il fatto che Dio sia in coloro che soffrono, con coloro che soffrono, non è una spiegazione. 
Ma torniamo ai discorsi del signor Cutaneo: «Piuttosto, un’altra è la domanda: “O morte dov’è la tua vittoria?” e dov’è infatti la vittoria della morte in una donna che ha sempre annunciato con forza le parole di San Paolo: “Per me vivere è Cristo e il morire un guadagno”?».
La morte vince ogni volta che muore un bambino, ogni volta che arriva anzi tempo e strappa bambini ai genitori e genitori ai bambini, ogni volta che ti afferra e ti tormenta a lungo prima di portarti via. A perdere, a non guadagnare, è chi resta. Un giovane padre di famiglia di mia conoscenza è in un ospedale oncologico. Ha bambini piccoli a casa che l’aspettano. Speriamo che non vinca la morte. E’ cosa seria, la morte. Non scherziamo.
Carmelo Dini

 

 

 

Wednesday, September 06, 2017

La nascita, la morte e gli sconcertanti discorsi di Umberto Galimberti

La nascita, la morte e gli sconcertanti discorsi di Umberto Galimberti

Una mia lettera apparsa sul blog “Italians – Corriere della Sera il 17 luglio 2017, col titolo “Charlie Gard, la vita, la morte e la volontà del Signore”, e sul blog “Come Gesù”, col titolo  “Il piccolo Charlie direbbe: Lasciatemi andare alla casa del Padre”, è stata pubblicata su D – La Repubblica del 5 agosto, con la risposta a mio parere sconcertante del filosofo Umberto Galimberti.
Comincia così: “Intorno alle situazioni-limite, che sono poi la nascita e la morte, non bisogna far chiasso in nome di Dio o contro Dio”. D’accordo, ma chi ha fatto chiasso in nome di Dio o contro Dio? Scrivere una lettera significa far chiasso? E va bene, andiamo avanti con la risposta: “Se uno crede che sia Dio a dare la vita e la morte non è il caso di andare a vedere se di questa credenza c’è una corrispondenza nelle Scritture”.  E perché un credente non dovrebbe dire ad un altro credente: guarda che stai sbagliando, in tal modo offendi Dio, hai mal interpretato le Scritture? Ma ecco il motivo addotto dal filosofo: “Perché, a prescindere dal fatto che questo riscontro lo si trovi o non lo si trovi, se uno trae conforto dal pensare che le cose vanno così, per quale sadica ragione, nell’abisso del dolore, togliergli questa consolazione?”. Semplice, caro filosofo, perché qui importante non è il vantaggio di chi trova o non trova conforto in certe assurde credenze, importante è il vantaggio, l’interesse della creatura che sta soffrendo e sta morendo. Se si è persuasi che sia Dio a voler tener sulla croce una creatura innocente, e che sia Dio a stabilire l’ora della sua morte, si corre il rischio di tenerlo a lungo sulla croce, fino a che Dio non decida di farlo morire. Si finisce per cadere nell’accanimento terapeutico. Si diventa inconsapevolmente crudeli verso una creatura innocente.
Qualche anno fa venni a conoscenza di una storia impressionante. Un prete missionario, grazie a macchinari, tubi e tubicini, tenne in vita il più a lungo possibile un bambino sofferente e in condizioni disastrose, persuaso che si trattasse del suo “piccolo Gesù che agonizza, che soffre, che geme...Lo bacio, lo bacio sempre”. Aberrazioni.
Il filosofo continua: “La verità, sempre difficile se non impossibile da trovare quando si tratta delle cose ultime, o serve per trovare la forza per continuare a vivere o non è di alcuna utilità”. Nel caso specifico la verità era utilissima al bambino che stava soffrendo e morendo.
E’ evidente che Galimberti continua a considerare la persona che perde un figlio, e non il figlio. Ciò detto, non so davvero chi possa trovare conforto pensando che sia Dio a mettere sulla croce un bambino e a farlo morire prematuramente.
La conclusione di Galimberti:  “La natura distribuisce la vita e la morte con una noncuranza assoluta, dando o non dando le condizioni di esistere. Per essa non è di alcun interesse la sorte degli individui, ma unicamente il ricambio generazionale, tenendo in vita i più idonei e lasciando perire i meno idonei... “.
Ma guarda! E chi lo sapeva?
Renato Pierri







Tuesday, September 05, 2017

Il femminicidio e la profezia di Virginia Woolf

Il femminicidio e la profezia di Virginia Woolf

"Dunque, se è lecito fare profezie, le donne in tempi a venire scriveranno meno romanzi, ma romanzi più belli; e non romanzi soltanto, bensì poesia e critica e storia. Ma certo stiamo guardando lontano, a quell'età dell'oro, quell'età forse mitica, in cui le donne avranno quello che tanto a lungo è stato loro negato: tempo, e denaro, e una stanza tutta per sé" (Virginia Woolf). Avrebbe mai immaginato la grande scrittrice che in Italia, nell’età dell’oro, nell'età mitica, tante donne per avere “una stanza tutta per sé”, avrebbero rischiato d’essere prese a calci e a pugni, bruciate, pugnalate, uccise a colpi di pistola? 
Questa la situazione nell’età mitica: “I numeri del femminicidio non sono certi e variano di qualche unità, ma sicuramente le donne uccise da un uomo, con cui hanno o hanno avuto un rapporto affettivo o familiare, non sono in diminuzione. Nel 2016 se ne sono contate 120. E dal primo gennaio 2017 a oggi sarebbero almeno oltre 20 le donne uccise per mano maschile: una media di una vittima ogni tre giorni. Negli ultimi dieci anni le donne uccise in Italia sono state 1.740, di cui 1.251 (il 71,9%) in famiglia” (ANSA.It 22 luglio 2017).
Ma la cosa che lascia esterrefatti è che uomini che non picchiano le donne e che mai le ucciderebbero, la pensano così: “Certo, perché il maschilismo vi ha fatto comodo per secoli. Ora non ne avete più bisogno, per fortuna vostra e nostra, e siete pronte a sputare nel piatto dove avete mangiato per secoli” (Blog de L’Espresso – Altre Lettere). Ovviamente l’autore non deve mai aver letto un libro serio sul dominio maschile. E forse neppure “A Room of One's Own”.
Renato Pierri