Friday, November 30, 2018
Me l’aspettavo. Dopo la Giornata mondiale contro la
violenza sulle donne, dopo la condanna del femmninicidio da parte del Papa,
aspettavo la solita lettera del solito misogino. E chi poteva pubblicarla se non
Beppe Severgnini? Adesso chiederà scusa come già ha fatto in passato col
sottoscritto, dirà che la colpa è di un suo collaboratore. E continuerà a
pubblicarne in futuro. Il lupo perde il pelo ma non il vizio. Trascrivo qualche
riga del capolavoro pubblicato su Italians – Corriere della Sera del 30
novembre: “Non andrebbe neppure sottaciuto il lento progresso che stiamo
conseguendo in questo campo. Nell'ultimo quarto di secolo, le donne vittime di
omicidio volontario sono calate di un terzo... E appare anche infondato,
guardando ai numeri, il luogo comune di un'Italia pervasa da una speciale
cultura maschilista che favorirebbe più che altrove il femminicidio... è vero
che il femminicidio è un fenomeno culturale ed endemico, che richiede cure
profonde e non solo repressione. Però basta con le stupidaggini per fare prima
pagina a tutti i costi”.
E adesso ecco un paio di notizie recenti: “I numeri
del femminicidio non sono certi e variano di qualche unità, ma sicuramente le
donne uccise da un uomo, con cui hanno o hanno avuto un rapporto affettivo o
familiare, non sono in diminuzione. Nel 2016 se ne sono contate 120. Anche nel
2017 la media è di una vittima ogni tre giorni. Negli ultimi dieci anni le donne
uccise in Italia sono state 1.740, di cui 1.251 (il 71,9%) in famiglia” (Ansa 23
novembre 2018).
“I primi 6 mesi del 2018 hanno visto una nuova
impennata dei femminicidi: sono infatti già 44 le donne uccise dall’inizio di
gennaio alla fine di giugno, con un aumento percentuale del 30% rispetto al
2017. È l’associazione Sos Stalking a stilare ancora una volta il tragico
bilancio: nel 2017 hanno perso la vita 113 donne”
(Adnkronos).
Ora, poiché secondo l’autore della lettera, qualche
decennio fa di donne se ne uccidevano un po’ di più (stiamo parlando di polli?),
“basta con le stupidaggini per fare prima pagina a tutti i costi”. Ma si può?
Sì, secondo Beppe Severgnini che pubblica e tace, e quindi acconsente.
Evidentemente si può.
Renato Pierri
Sunday, November 25, 2018
Contraddizioni e assurdità nel racconto biblico della Creazione
Contraddizioni e assurdità nel racconto biblico della
Creazione
Ancora oggi molti cristiani prendono
alla lettera i primi capitoli della Genesi, non conoscendo gli studi cattolici e
soprattutto protestanti. Così, ancora oggi bisogna spiegare a tanti che il
racconto della Creazione o, per essere precisi, che i due racconti della
Creazione non sono una cronaca delle origini del mondo e dell’umanità.
Prendendoli alla lettera, quei capitoli, ci si viene a trovare davanti a
contraddizioni e assurdità. Stando ad uno dei racconti, ad esempio, l’uomo
sarebbe stato creato per ultimo, stando all’altro sarebbe stato creato per
primo. Il versetto 1, 3 riferisce che la luce fu creata al primo giorno, i
versetti 1, 14 – 19 riferiscono che il sole e la luna e le stelle (la luce vale
a dire), furono creati al quarto giorno. I primi versetti del capitolo 4 ci
raccontano che Caino e Abele erano dediti alla coltivazione dei campi e alla
pastorizia, attività riscontrabili solo qualche millennio prima di Cristo. Il
versetto 4,17 riferisce tranquillamente che Caino “divenne costruttore di una
città che chiamò Enock”. Il Signore dopo il peccato di Eva e Adamo (mi sembra
giusto ogni tanto menzionare prima Eva), condanna il serpente a strisciare sul
ventre. Prima era provvisto di zampe? E che dire della creazione della donna?
“Poi il Signore Dio disse: «Non è bene che l'uomo sia solo: gli voglio fare un
aiuto che gli sia simile»... il Signore Dio plasmò dal suolo ogni sorta di
bestie selvatiche e tutti gli uccelli del cielo e li condusse all'uomo... ma
l'uomo non trovò un aiuto che gli fosse simile. Allora il Signore Dio fece
scendere un torpore sull'uomo, che si addormentò; gli tolse una delle costole e
rinchiuse la carne al suo posto. Il Signore Dio plasmò con la costola, che aveva
tolta all'uomo, una donna e la condusse all'uomo”. Questo il motivo? Creò la
donna, il Signore, per rimediare alla solitudine dell’uomo? Allora si dovrebbe
pensare che avvenne la stessa cosa quando creò la leonessa. Il leone si sentiva
solo soletto. Il Signore, prudente, lo addormentò e gli estrasse una costola con
la quale plasmò la leonessa. Stessa cosa per la gatta. Il gatto si sentiva solo
soletto... Ho concluso scherzando un po’. Ma la conclusione è che le Scritture
vogliono insegnare, per dirla con Galileo, «come si vadia al Cielo, e non come
vadia il Cielo», espressione che lo scienziato dichiarò aver inteso “da persona
ecclesiastica costituita in eminentissimo grado”. Con molta probabilità il
cardinale Cesare Baronio.
Renato Pierri
Wednesday, November 21, 2018
Il peccato di Adamo o il peccato di Eva? E se la raccontassi a modo mio, celiando un po’?
Il peccato di Adamo o il peccato di
Eva?
E se la raccontassi a
modo mio, celiando un po’?
"Poi udirono il rumore dei passi del Signore Dio
allorché passeggiava nel giardino alla brezza del giorno, e l'uomo fuggì con la
moglie dalla presenza del Signore Dio, in mezzo agli alberi del giardino. Allora
il Signore Dio chiamò l'uomo e gli domandò: "Dove sei?". Rispose: "Ho udito il
tuo passo nel giardino, e ho avuto paura, perché io sono nudo, e mi sono
nascosto". Riprese: "Chi ti ha indicato che eri nudo? Hai dunque mangiato
dell'albero del quale ti avevo comandato di non mangiare?" (Gn 3, 8 –
11).
Intervenne Eva, incavolatissima senza darlo a vedere
al suo Signore: “Scusa Signore, posso dirti due parole?”. “Certo figlia mia”.
“Intanto, non prendertela con mio marito, la colpa è tutta mia e di quel
serpente della malora. Sia ben chiaro, mio Signore, questo non deve passare per
il peccato di Adamo, ma soprattutto per il peccato di Eva. Diamo a Cesare quel
che è di Cesare. E poi tu Signore, scusa se mi permetto, hai le tue belle
responsabilità”. “E quali, di grazia, figlia mia?”. “Intanto, visto che ti piace
tanto passeggiare nel nostro bel giardino, non potevi passare quando la
maledetta bestia mi stava tentando?”. “Ma, sai, figliola, io volevo vedere come
ti saresti comportata”. “Ah, va be’, stavi a guardare anziché intervenire per
salvare la tua cara figlia?”. “E quali altre responsabilità avrei figlia cara?”.
“Scusa, ma come ti è venuto in mente di piantare quell’albero nel giardino? Che
bisogno c’era? Noi eravamo liberi e felici, potevamo magiare i frutti di mille
altri alberi, oppure non mangiarli, dormire dove ci piaceva e quando ci piaceva,
fare all’amore quando ci piaceva, saltare, cantare, danzare, ridere e scherzare,
ma da quando ci hai parlato di quell’albero, abbiamo perso la pace e la
tranquillità. Sempre col pensiero a quell’albero, sempre col pensiero a quei
frutti, li mangiamo, non li mangiamo, e se ne assaggiassimo appena un
pezzettino? Magari non ci farà crepare... Insomma, un vero tormento!”. “E va
bene – rispose il Signore mentre passeggiava nervoso su e giù – che altro hai da
dirmi?”. “Ho un’altra cosa da rimproverarti, mio Signore: pazienza per l’albero,
ma la più astuta di tutte le fiere della steppa, il serpente maledetto, che ce
l’hai messo a fare nel nostro bel giardino?”.
Rispose il Signore: “Va bene, capisco, in fondo la
tentazione era forte, e la colpa è anche della bestiaccia, magari se non vi
avessi detto nulla, manco avreste fatto caso a quell’albero, va bene, dai,
poiché sono immensamente buono, per questa volta vi perdono. Andate e d’ora in
poi non peccate più. E tu serpentaccio, pussa via!”.
Peccato non sia andata così,
peccato!
Renato Pierri
Tuesday, November 20, 2018
Mario Adinolfi e quel “prodigio sempre originale e commovente”
Mario Adinolfi e quel “prodigio sempre
originale e commovente”
«Quel bambino quando si fa grande potrebbe
chiedere alla madre: “Perché mi hai privato del padre?”». Cito a memoria le parole di Mario Adinolfi,
ospite della trasmissione “La quarta repubblica” condotta da Nicola Porro. Il
bambino era il sicuramente bellissimo (non hanno mostrato il volto) figlio di
due belle signore lesbiche, una, madre biologica, l’altra, madre adottiva. Una
famiglia splendida che non piace molto al simpatico Adinolfi, il quale, nella
sua ingenuità ignora che un ragazzo intelligente, conoscendo il significato del
verbo privare, non potrebbe mai fare una domanda del genere. Mio figlio non
potrebbe mai rimproverami di averlo privato di un castello, giacché io non ero
in grado di dargli un castello, non potrebbe mai rimproverarmi di averlo
privato di grandi ricchezze, poiché io non ero in grado di dargli grandi
ricchezze. La mia risposta al figlio poco intelligente che mi rimproverasse di
averlo privato di queste cose, sarebbe: “Figlio mio, io non avevo la
possibilità di darti un castello, l’alternativa era non farti nascere. Avresti
preferito non nascere?”. Così, la madre lesbica potrebbe rispondere al figlio:
“Figlio mio, io non potevo darti un padre, giacché non potevo sposare il
donatore del seme grazie al quale sei stato concepito, l’alternativa era non
farti nascere. Avresti preferito non nascere?”. E questa domanda Adinolfi, che
è persona religiosa, potrebbe anche rivolgerla a Dio: «Signore, visto che non
poteva avere un papà e una mamma, avresti preferito non nascesse il tuo
“prodigio sempre originale e commovente?” (Paolo VI). Mario Adinolfi avrebbe
preferito non fosse avvenuto il “fatto bellissimo” nella bella famiglia delle
due belle signore.
Renato Pierri
Monday, November 19, 2018
In alcuni casi, giusta la preghiera “non c’indurre in tentazione”
In alcuni casi, giusta la preghiera
“non c’indurre in
tentazione”
«Tra pochi giorni,
quando a Messa reciteremo il Padre nostro, invece di “non c’indurre in
tentazione” ci rivolgeremo a Dio dicendo “non abbandonarci alla
tentazione». (Agi – 16
novembre).
Così scrive, il sacerdote e scrittore Mauro Leonardi.
Mi sembra giusto. Però ci sono casi in cui mi sembra sarebbe anche opportuno
chiedere a Dio di non indurci in tentazione, e sono proprio i casi dei quali
parla don Leonardi. Scrive nell’articolo:
«Perché per tanto
tempo si è pensato che andasse bene “non indurci in tentazione”? Perché c’è un
senso, ormai andato in disuso, della parola tentazione che non è strettamente e
radicalmente negativo. Quando una mamma incoraggia il bambino a muovere i primi
passi verso il papà spinge il figlio a mettersi alla prova, a rischiare,
accettando il rischio che cada... Nella Bibbia ci sono molte situazioni in cui
Dio mette alla prova con l’intento di far crescere: basti pensare al sacrificio
di Isacco quando Dio, dice la Bibbia, “mise alla prova Abramo” (Gn 22,1).
L’obiettivo di Dio non è sperare che Abramo cada e pecchi ma insegnare all’uomo,
cioè ad Abramo, a donarsi a Dio».
Abramo è posto davanti a due tentazioni, entrambe
cattive: disobbedire a Dio non uccidendo il figlio, oppure obbedire a Dio
uccidendo il figlio
L’autore biblico attribuisce a Dio un disegno
diabolico, non divino, perlomeno agli occhi di noi persone di questo tempo, o
perlomeno del sottoscritto, persona di questo tempo.
Chissà perché azioni giudicate immorali, pessime, se
compiute dagli uomini, attribuite a Dio diventano azioni morali, ottime.
S’immagini un nonno che per mettere alla prova l’obbedienza del figlio, lo
spingesse ad uccidere il nipote, il figlio del figlio, con il segreto intento di
fermarlo al momento opportuno. Uno scherzo crudelissimo. Il figlio gli direbbe:
“Se dici sul serio, significa che non sei mio padre”. Non potrebbe mai
chiedergli di non indurlo nella tentazione di disobbedirgli. Lo prenderebbe
semplicemente per pazzo.
Dio spinge Abramo ad uccidere Isacco, a diventare un
padre snaturato. Abramo avrebbe tutte le ragioni di chiedere a Dio di non
indurlo nella tentazione di disobbedirgli, di non metterlo in simile terribile
situazione.
In questo caso, quindi, la preghiera “non indurmi in
tentazione” andrebbe benissimo: “Signore, non mettermi nelle condizioni di
disobbedirti, sei un bel tipo, eh!”
Ma la richiesta a Dio di non indurci in tentazione,
potrebbe avere anche un altro significato: “Signore non mettermi davanti cose
belle e appetitose, ma pericolose, non mettermi davanti un albero bello, pieno
di frutti allettanti, ma mortiferi, non tentarmi, tu sai come sono fatto...
“.
Ciò detto, io non credo che Dio metta alla prova gli
uomini. Conosce il loro cuore e non ha bisogno di metterli alla prova.
Renato Pierri
Saturday, November 17, 2018
Unde malum? Il libero arbitrio non è risposta soddisfacente
Unde malum? Il libero arbitrio non è risposta
soddisfacente
Molti cristiani non si mettono l’anima in pace, non si
rassegnano all’idea che la domanda perché esista il male nel mondo, essendo il
Creatore immensamente buono e onnipotente, non abbia una risposta. Si
tranquillizzano ritenendo che il libero arbitro sia la risposta. Ma non è così.
Il libero arbitrio non è la risposta alla domanda del perché esista il male,
bensì alla domanda perché Dio abbia concesso all’uomo la possibilità di
compierlo il male. Ma questo non esiste solo perché l’uomo lo compie, esiste a
prescindere dalle azioni dell’uomo. Se per “male” intendiamo anche la sofferenza
(degli uomini e degli animali), l’infelicità, la morte prematura, causate da
malattie e calamità naturali, questo male nulla ha da spartire col libero
arbitro.
Quindi il libero arbitrio non è risposta esauriente e
soddisfacente. Tra l’altro, c’è anche da considerare che gli uomini spesso
compiono il male per errore, non per libera scelta, non sanno di compiere il
male. Gli esempi nella storia sono tanti. Basti pensare che per secoli nessuno
ha ritenuto un male la schiavitù.
Un frequentatore del blog “Come Gesù” del prete e
scrittore Mauro Leonardi, scrive: “La materia del creato gode di autonomia così come
l’uomo gode di autonomia in virtù̀ del libero arbitrio... Dio, come causa prima,
permette tutto quello che accade, e interviene ogni volta che vuole per
modificare qualunque cosa (come nei miracoli). Ma a causa delle Sue
Caratteristiche Fondamentali, Egli decide di lasciare libera e autonoma la Sua
creazione”.
E va bene, ma visto che “interviene ogni volta che
vuole per modificare qualunque cosa (come nei miracoli)”, perché non interviene
per salvare dalla sofferenza e dalla morte prematura le sue creature? Perché per
rispettare (non sempre ) l’autonomia della natura, non protegge le sue creature?
In realtà è difficile
credere in un Dio che interviene alle volte sì alle volte no, è più logico
pensare che non intervenga mai. Non placa uragani e terremoti alle volte sì e
mille volte no, e non guarisce un bambino una volta sì e mille volte
no.
Si potrebbe rivolgere al Signore la seguente domanda:
“Perché hai creato una natura che tanto male avrebbe arrecato alle tue
amatissime creature, perché hai creato un mondo siffatto?”. E immaginare la
risposta: “Ho creato il migliore dei mondi possibili”. “Be’, Signore, se questo
è il migliore dei mondi possibili, se altro non potevi fare, io, al pensiero
della sofferenza immane passata, presente e futura di tante creature innocenti,
sinceramente penso che potevi anche fare a meno di crearlo un mondo siffatto.
Oso troppo?”.
Renato Pierri
Monday, November 12, 2018
La fantasia di un romanzo che diventa realtà
La fantasia di un romanzo che diventa
realtà
Andrea Bizzotto, 33 anni, di
Cittadella, provincia di Padova, papà malato terminale scrive un'autobiografia
per la figlia di un anno e mezzo. Il libro verrà stampato alla Graphico di
Cittadella. Andrea racconta della sua vita e soprattutto del suo amore con
Maria, conosciuta in Germania: una relazione da cui è nata, appunto, Giulia.
Elenca con rabbia le cose cui sarà costretto a rinunciare: "Quello che più mi
mancherà è la mia bambina, Giulia Grace. Nessuno merita un tumore incurabile a
33 anni. Io mi meritavo la possibilità di crescere e educare la mia piccola
Giulia, portarla al primo giorno di scuola, prepararle il suo cibo preferito con
amore, fare un viaggio da solo con lei. Mi meritavo almeno di lasciarle un
ricordo reale di me, non un video o un libro".
Ne hanno parlato diversi giornalisti, ne ha parlato lo
scrittore Mauro Leonardi, nessuno sembra essersi accorto che la fantasia di un
romanzo è diventata realtà. Evidentemente nessuno ha letto o, se lo ha letto, si
è ricordato del romanzo “La ragazza delle arance” di Jostein Gaarder. E forse
neppure Andrea Bizzotto sa dell’esistenza di questo libro. Jan, il protagonista,
prima di morire scrive una lettera per suo figlio Georg di quattro anni,
affinché la legga quando ne avrà quindici di anni. La lettera racconta del suo
amore per la ragazza delle arance, una sconosciuta che Jan aveva incontrato per
caso su un tram di Oslo quand’era diciannovenne. Sconosciuta della quale si
innamora perdutamente e che poi sposa. Anche il protagonista del romanzo soffre
al pensiero di dover lasciare il figlioletto, la moglie e le cose belle della
vita.
Al personaggio reale, così come a quello di fantasia,
vorrei dire che in realtà il pensiero che dovrebbe farci soffrire non è restare
privi delle persone care, ma è che le persone care possano soffrire restando
prive di noi. Il protagonista del romanzo non credeva nell’aldilà, ragione di
più per non ritenere in vita, di restare privo di qualcosa dopo la morte.
Comprendo sin troppo la sofferenza di Andrea Bizzotto.
Io che di anni ne ho davvero tanti, al pensiero che le care figlie e la consorte
possano soffrire per la mia dipartita, spero sempre che sora morte corporale mi
venga a trovare il più tardi possibile. La preoccupazione è più per loro che per
me.
Renato Pierri
Wednesday, November 07, 2018
I disegni di Dio (oppure della giunta Raggi?) sono impescrutabili
I disegni di Dio (oppure della giunta Raggi?) sono
impescrutabili
“Era una notte che pioveva
e che tirava un forte vento... “. No, non siamo nel
'15-'18”, e non era notte, era il 28
ottobre del 2018 e pioveva e tirava un forte vento, ma non era notte, erano
circa le ore tredici, quando il vecchio e malato abete si è abbattuto sul
marciapiede lungo la palazzina 3 di Via A. Mammucari, a Roma. Qualche minuto
prima sul quel marciapiede era passato un inquilino del palazzo, che cammina
piano aiutandosi col bastone. Se l’è scampata per miracolo. Abbiamo chiamato i
vigili urbani. Sono prontamente arrivati, i vigili urbani. Abbiamo fatto loro
notare che c’è un altro abete che sembra malato e potrebbe cadere da un momento
all’altro. E abbiamo manifestato la preoccupazione nostra per un pino altissimo
che oscilla paurosamente quando tira vento. I bravi vigili hanno sicuramente
avvertito chi di dovere, hanno messo un bel nastro giallo intorno agli alberi,
pensando forse che abete e pino cadendo, si rimpiccioliscano e si affloscino su
se stessi. Altrimenti il nastro giallo è perfettamente inutile. Quanti giorni
sono trascorsi? Una decina? L’abete caduto è ancora lì che intralcia il
passaggio sul marciapiede, e abete malato e pino che oscilla paurosamente quando
c’è vento, aspettano invano d’essere controllati dagli esperti. Quanto
tempo ancora dovrà passare? I disegni di Dio (oppure della giunta Raggi?) sono
impescrutabili.
Carmelo Dini
Tuesday, November 06, 2018
Un gabbiano romano intelligente e prepotente
Un gabbiano romano intelligente e
prepotente
A proposito di alcune mie lettere ai giornali, in cui
mi lamentavo dell’abbandono in cui sono lasciate le case di edilizia polare a
Roma, mi scrive un caro amico emigrato da molti anni in Germania: “Io sono
stato a Roma nell’agosto del 1969, il traffico era caotico. I gattari, mi pare,
lasciassero cibo per i gatti randagi un po’ dappertutto e gli uccelli in certe
piazze costituivano un problema non indifferente. E’ cambiato qualcosa?”.
Credo proprio di sì, che qualcosa sia cambiato.
L’amata città era più bella allora. Il traffico oggi a Roma non è caotico, è
fermo, ordinatissimo, specialmente nelle ore di punta, in moltissime strade,
giacché le macchine procedono a passo d’uomo. Quanto ai colombi, adesso non sono
solo nelle piazze ma dappertutto, in tutte le strade, poiché in tutte le strade
ci sono cassonetti stracolmi di spazzatura, che fuoriesce e si ammucchia intorno
agli stessi, una cuccagna per piccioni, topi e gabbiani. E a proposito di
gabbiani colgo l’occasione per raccontare la scena cui ho assistito dalla
finestra l'altra mattina. Una gattara lascia tutte le mattine, nello spazio tra
una macchina e un’aiuola, un piatto di plastica col cibo per le sue amate
bestiole. Quando mi sono affacciato, però, intorno al piatto non c’erano gatti
ma quattro – cinque colombi. Arriva un bellissimo gabbiano (sono tutti
bellissimi i gabbiani), un gabbiano romano intelligente e prepotente, non
scaccia i colombi, ma semplicemente afferra col becco il piatto e tenendolo in
perfetta posizione orizzontale, si sposta a pochi metri nel mezzo dell’aiuola e
ripulisce il recipiente in santa pace.
Renato Pierri
Friday, November 02, 2018
Enzo Apicella. Settant’anni contro la prepotenza dei potenti
Enzo Apicella. Settant’anni contro la prepotenza dei
potenti
Come mai? Come mai la notizia della morte di Vincenzo
Apicella, avvenuta ieri mattina, primo novembre, ha trovato tanto spazio su Il
Fatto Quotidiano e su Il Manifesto, e poco (o nessuno?) spazio sul Corriere
della Sera e su La Repubblica e altri noti quotidiani? I titoli e le prime righe
su Il Fatto e su Il Manifesto sono la risposta: “Vincenzo Apicella morto a Roma:
il vignettista aveva lavorato anche per Economist e Guardian - Nel 2006 fece scandalo una sua vignetta che
rappresentava il muro israeliano al confine con i territori palestinesi e un
cancello identico a quello del campo di sterminio d’Auschwitz: al posto del
motto nazista "Arbeit macht frei" stava la scritta "La fame rende liberi" (Il
Fatto Quotidiano). “Enzo Apicella, la
satira tagliente di un comunista anglonapoletano - Enzo Apicella ci ha lasciato.
Con un sorriso appena accennato. Lo stesso sorriso con cui ha disegnato i suoi
cartoons, le sue battute più ilari, le sue invettive contro l’ingiustizia
sociale, la repressione della nazione palestinese, l’ipocrisia dei governi di
Roma e di Londra... Settant’anni di collaborazioni a quotidiani come The
Guardian, domenicali come The Observer, The Punch e in Italia dal napoletano
Zazà al Messaggero, a Liberazione, al Tg3 e a Telemontecarlo” (Il
Manifesto).
Chiaro, no? Schierato per settant’anni contro la prepotenza dei
potenti e a favore delle vittime della prepotenza dei
potenti.
Enzo Apicella, l’amico Enzo, era una bravissima persona. Spesso
avevamo gli stessi pensieri, lui li esprimeva con i disegni, io con le mie
lettere ai giornali. E grazie ad una sua vignetta sul quotidiano che non c’è
più, “Liberazione”, ebbi la fortuna di conoscerlo.
La vignetta accostava
il Cristo crocifisso ad un prigioniero iracheno torturato dai militari
americani. A riguardo scrissi a Piero Sansonetti che dirigeva il giornale:
“L’accostamento rende evidente l'errore dei cristiani nell'aver scelto un
simbolo, il cui primo significato evidente a tutti, è quello della ferocia e
dell’ottusità degli uomini... Si può essere certi che se gli apostoli avessero
voluto raffigurare il Signore, non lo avrebbero mai ricordato in condizioni
misere ed orrende, giacché il ricordo della flagellazione e della crocifissione
suscitava in loro vivo ribrezzo. Non è possibile, infatti, ricordare una persona
cara, suppliziata ed uccisa, effigiandola nei terribili momenti dell’agonia e
della morte; occorre un certo distacco, mancanza d’amore, forse un po’ di
cinismo... Non è azzardato immaginare che qualora gli apostoli avessero avuto la
possibilità di effigiare il loro maestro, volendo simboleggiare il suo
sacrificio, lo avrebbero fatto servendosi della figura alla quale Gesù stesso
era ricorso: la frazione del pane, ed oggi il cristianesimo non avrebbe
come simbolo il crocifisso».
Enzo mi rispose brevemente: «Caro Pierri, la ringrazio
dell'interesse e per avermi illuminato sul recondito significato della mia
vignetta. La sua è una grande idea; sostituire il crocifisso con la frazione del
pane, alle vere origini del cristianesimo socialista! Disegniamo insieme il
logo?».
Qualche mese dopo venne a Roma e c’incontrammo in un caffè di
Piazza del Popolo. Ti abbraccio, Enzo!
Renato Pierri
Thursday, November 01, 2018
Un veliero ha portato via Enzo Apicella
Un veliero ha portato via Enzo
Apicella
Per anni ogni giorno, immancabilmente, mi giungeva una
sua vignetta e stamattina, poiché da un po’ di tempo non ne ricevevo, quando ho
visto la posta di Enzo Apicella, dell’amico Enzo, ho pensato, sperato che di uno
dei suoi disegni si trattasse. Ed invece: “Cari amici, annunciamo con grande
tristezza che il nostro caro Enzo Apicella ci ha lasciati questa mattina”. Se
n’è andato l’amico Enzo. Era a Roma. Se n’è andato e non sono riuscito a
rivederlo, a riabbracciarlo. Mi ci veniva da piangere. Sicuramente se n’è andato
su uno di quei velieri che disegnava per salutare gli amici pittori quando lo
lasciavano per sempre.
Gli avevo chiesto se stava bene, giacché non ricevevo
più la sua posta e lui mi aveva risposto che stava bene, che aveva problemi al
computer. Non voleva parlare di malattia, Enzo, non voleva parlare di morte. Un
giorno m’inviò una fotografia di Alberto Ongaro, con su scritto: “Ho guardato
questa foto tutto il giorno. Il mio amico di una vita ci ha lasciato. Siamo
sempre più soli! Addio Alberto!”. Gli risposi: “Il destino di chi vive a lungo
ed ha amici di una vita, è inevitabilmente di sentirsi sempre più solo”. E poi,
scherzando un poco: “Ongaro aveva 92 anni, a quell’età si può anche morire. Certo, non mi
dispiacerebbe vivere senza malanni ancora tredici anni per raggiungere la tua di
età, Enzo. Io 95 e tu 108, età in cui potresti anche lasciarci. Allora io
guarderei la tua fotografia non dico tutto il giorno, ma almeno per un poco:
«Enzo Apicella, amico non di una
vita....». E se muoio prima io? L’amico non di una vita, Enzo
Apicella, guarderà almeno per un poco la fotografia di Renato Pierri? Si sentirà
sempre più solo?”.
Mi rispose: “Bella Renà, ma possibile
che devi sempre pensare alla morte? Io non ci penso mai”. Ma come si fa a non
pensare a sora morte corporale ad una certa età? Come si fa a non cercare almeno
di farsela amica? Enzo non pensava a sora morte. Enzo pensava ai velieri. Io non
so disegnare velieri.
Renato
Pierri
