Wednesday, January 30, 2019
Ho letto sul blog “Come Gesù” la bella intervista che
don Giorgio Ronzoni rilasciò ad Avvenire (13 novembre 2018). A seguito di un
grave incidente il sacerdote restò paralizzato dalla testa in giù, ma nella
grande sfortuna ebbe la fortuna, se così si può dire, di poter continuare a fare
il parroco ed ad insegnare alla Facoltà teologica del Triveneto.
Alcune righe dell’intervista: «La tecnologia
aiuta: uso il computer, il telefonino e i tablet. I social no, non sono nelle
mie corde. Ho due badanti che mi assistono 24 ore su 24. I parrocchiani hanno
creato un’associazione, gli Amici di don Giorgio, e sono sempre presenti. Le
esigenze pratiche si risolvono: c’è un ascensore che mi porta dalla casa alla
chiesa, sono stati posizionati scivoli. Gli amici mi hanno regalato
un’automobile con una rampa dalla quale posso salire con la mia carrozzina. Per
la Messa, a turno due ministri straordinari girano le pagine del messale, mi
mettono in mano patena e calice e distribuiscono l’Eucaristia».
Bell’intervista, tutta, tranne la parte in cui don
Ronzoni dichiara: «Non mi piace
quando qualcuno, malato, sostiene di volersi togliere la vita “perché non posso
più vivere in modo dignitoso”. È una mistificazione. Il sostantivo dignità ha
due aggettivi: degno e dignitoso. È vero che molte persone nelle mie condizioni
non vivono in modo dignitoso perché non hanno un’assistenza e un sostegno
adeguati. Ma questo non vuol dire che la vita non sia degna. La vita è comunque
degna, nessuno può toglierle la sua dignità».
Intanto una domanda: don Ronzoni
avrebbe fatto lo stesso discorso, qualora non avesse potuto continuare a fare
ciò che gli piaceva prima dell’incidente, se magari avesse perso la vista e la
favella, e se fosse stato tormentato da dolori insopportabili? Ma a parte ciò,
in questo caso, parlare in genere della vita e non della vita di questa o quella
persona è un errore, perché in nome della vita si rischia di andare contro la
persona, contro la sua libertà. Io, parlando genericamente, posso dire che il
fuoco è una gran bella cosa, ma se una persona fugge da un incendio, non posso
dire che quella persona non mi piace giacché il fuoco è una gran bella cosa.
Così, se una persona si trova in una condizione di vita pessima, insopportabile,
e ne fugge ricorrendo all’eutanasia, non possiamo dire che quella persona non ci
piace perché la sua vita era “comunque degna”. Stiamo parlando della vita di una
persona e il giudizio sulla sua vita spetta a lei e non ad
altri.
Renato Pierri
P.S. Immagino già l’obiezione riguardo all’esempio del fuoco, ma era
solo per spiegare che il giudizio che diamo su qualcosa in genere, non può
essere lo stesso, se quel qualcosa riguarda un caso in particolare e una persona
in particolare.
Wednesday, January 23, 2019
Il Piave mormorava versi diversi su Caporetto
Il Piave mormorava versi diversi su
Caporetto
Lo sapevate? Confesso che io non lo sapevo. Per caso,
cercando su Google le parole di “Ladra”, una vecchia canzone che udivo da mia
madre, mi capita sotto gli occhi un articolo interessante di Leoncarlo
Settimelli, sul periodico “Patria Indipendente” del 18 febbraio 2006. E scopro
che alcuni versi della Leggenda del Piave che tante volte ho cantato, mi hanno
fatto cantare, ho ascoltato cantare da bambino, in origine recitavano in altro
modo. Abbiamo sempre cantato, sentito cantare: «Ma in una notte trista si parlò
di un fosco evento/ e il Piave udiva l’ira e lo sgomento/ Ahi quanta gente ha
vista venir giù, lasciare il tetto/ poiché il nemico irruppe a Caporetto!», ma i
versi in origine recitavano ben diversamente: «Ma in una notte trista/ si parlò
di tradimento/ e il Piave udiva l’ira e lo sgomento/ Ah, quanta gente ho vista
venir giù, lasciare il tetto/ per l’onta consumata a Caporetto». Questi erano i
versi della canzone, riferisce Settimelli, che accompagnò le
spoglie del Milite Ignoto fino a Roma, che si trovava stampata su un cartoncino
posto nei comodini delle cabine delle grandi navi italiane in viaggio sulle
rotte del mondo, che cantarono i reduci, gli scolari, la folla, tutti”. E poi
che cosa è successo? Perché oggi nella nota canzone di E.A. Mario quei versi non
esistono più? Semplicemente perché fu l’autore a cambiarli e li cambiò perché
alle autorità militari fasciste, quei versi non erano graditi. Trascrivo
dall’articolo: “La vicenda si sbrogliò nel 1929, quando «accertati i fatti
storici, La leggenda del Piave è modificata nella seconda strofa»: lo annota lo
stesso E.A. Mario nella propria rivista “Strenna azzurra”, riproducendo la
comunicazione ricevuta dal ministro della Pubblica Istruzione: «Le varianti a La
leggenda del Piave – scrive il ministro – rispondono pienamente allo scopo e la
ringrazio. Dò [sic!] disposizione affinché vengano introdotte nel testo. Ella ha
fatto cessione allo Stato dei suoi diritti d’autore per l’inclusione de La
leggenda del Piave nel Canzoniere Nazionale e la esecuzione da parte delle
scolaresche…». Ecco dunque cancellata la pagina nera di Caporetto. E da parte
del suo stesso autore”.
Lo stesso autore di belle canzoni napoletane a tutti
note, lo stesso autore di “Ladra” la vecchia canzone che cantava mia madre,
grazie alla quale sono venuto a conoscere questa storia. Ma ci fu tradimento a
Caporetto? Chiedete agli storici oppure al Piave. Il fiume sa la verità.
Renato Pierri
P.S. Qui Mario del Monaco
canta la canzone con in versi originali: https://www.youtube.com/watch?v=fGP9V_U2i0U
Sunday, January 20, 2019
“Per amare ci vuole la vita”, la vita insieme al prossimo
“Per amare ci vuole la vita”, la vita insieme al
prossimo
“Io penso che la preghiera non è solo stare rinchiuse
tra quattro mura, è preghiera assistere ammalati, fare i missionari, anche fare
le piccole cose quotidiane con amore è preghiera, preghiera è l’abbraccio di
amore che si dà aiutando il prossimo... e questo mi basta a non concepire la
clausura. “Per amare ci vuole la vita”, stare assieme agli altri, proprio come
faceva Gesù”.
Sono parole di Onda, una frequentatrice del blog “Come
Gesù”. “Per amare ci vuole la vita” è il verso di una poesia del titolare del
blog, il prete e scrittore Mauro Leonardi. Però, a differenza dell’autore che
allude alla vita tra due persone che si amano, la vita insieme, fare cose
insieme, “cenare insieme”, “fare una passeggiata” insieme, Onda estende il
concetto alla vita col prossimo: per amare bisogna vivere assieme al carcerato,
assieme al malato nell’ospedale, assieme al mendicante per la strada. Per amare
pienamente secondo il Vangelo, è necessario che la nostra vita si mischi alla
vita degli altri, alla vita del carcerato, del malato, del diseredato. La monaca
di clausura si preclude volontariamente la possibilità di recarsi in un carcere,
in un ospedale, nella strada dove vive il diseredato, si priva della libertà di
fare queste cose.
Niente di male. Poche persone fanno
tutte queste cose, poche persone vanno a trovare i malati negli ospedali, i
detenuti nelle prigioni, poche persone passano anche pochi minuti della propria
vita con un accattone. La monaca di clausura, però, decide volontariamente di
privarsi di questa libertà, di questa possibilità. Il motivo? Se lascia il
monastero per recarsi in un ospedale, oppure in una prigione, oppure nel luogo
dove vive un clochard, interrompe la sua relazione continua con Dio, la sua
preghiera costante. Ma è un errore, giacché nell’ospedale c’è Cristo, nella
prigione c’è Cristo, sotto il cavalcavia c’è Cristo. La monaca lascerebbe
momentaneamente il monastero per stare ancora più vicino a Dio.
Ma poi, diciamo la verità, qualcuno pensa davvero che
i pensieri delle suore nei monasteri siano costantemente rivolti a Dio? Non è
possibile. Tutti sanno come lavora la fantasia, come volano i pensieri, persino
quando siamo in chiesa.
L’errore delle monache di clausura, quindi, non è di
separarsi dal mondo, ci mancherebbe altro, limitarsi a pregare per tutta la vita
non è cosa grave, l’errore e di dire: “Entro in questo monastero per uscirne
solo da morta”. Lo stesso discorso che potrebbe fare un ergastolano, con la
differenza che la monaca nella sua prigione ci entra di propria volontà, e che,
ovviamente, la vita nel monastero niente ha da spartire con la vita nelle
carceri.
Ed ora una domanda al lettore: come mai persone che
avrebbero tutti gli strumenti per comprendere concetti così semplici, non li
comprendono? Io ho la risposta.
Renato Pierri
Thursday, January 17, 2019
Clausura. Le obiezioni di Pierri a padre Turchi
Clausura. Le obiezioni di Pierri a padre Turchi
Può accadere durante una conversazione, che una
persona a corto d’argomenti citi argomenti d’altre persone. Così, un signore sul
blog “Come Gesù” del bravo prete e scrittore Mauro Leonardi, per confutare la
mia affermazione che la clausura non trova fondamento nel Vangelo, cita la
risposta che padre Athos Turchi dà ad un lettore su Toscana Oggi del 20 novembre
2014. Niente di male, ovviamente, se non che mi si costringe a ripetere
obiezioni già fatte tante volte.
Padre Athos Turchi, scrive: “Nella Chiesa, perché
funzioni bene, ogni membro, ogni persona o ordine o società o congregazione ha
il suo compito e ruolo: c’è chi prega, chi predica, di studia, chi è in
missione, chi nel settore charitas, chi comanda, chi obbedisce…
“.
In realtà, nella Chiesa c’è chi studia e prega, chi
predica e prega, chi è in missione e prega, e via di seguito. Ma perché ci deve
essere qualcuno che prega chiuso per tutta l’esistenza tra quattro mura?
Togliere dalla Chiesa chi studia e prega, sarebbe un danno per la Chiesa.
Togliere dalla Chiesa chi comanda e prega, sarebbe un danno per la Chiesa. Non
funzionerebbe bene, la Chiesa. Ma non è possibile dimostrare che la Chiesa non
funzionerebbe bene (sto al concetto espresso da padre Athos sul buon
funzionamento), se non ci fosse chi prega chiuso per l’intera esistenza tra
quattro mura.
Padre Athos continua: “Le monache fanno parte della
funzione della preghiera, mantengono continuamente la relazione che il corpo
deve avere col Capo, col Cristo, quel colloquio continuo che Gesù aveva col
Padre suo”.
Ora, Gesù il colloquio continuo col Padre suo lo aveva
quando era solo o quando era in compagnia, lo aveva predicando, mangiando,
camminando, facendo mille altre cose, magari anche segando e piallando il legno,
prima del periodo della predicazione. Le monache che pregano, però, poiché
rischiano di distrarsi e di far torto al Signore (o agli uomini della Chiesa?) è
meglio stiano rinchiuse per sempre tra quattro mura. E’ una maniera di ragionare
irrispettosa verso le monache.
Scrive ancora Athos Turchi: “Le monache, così facendo,
sono forse fuori dell’annuncio del Regno di Dio? Non direi. Un uomo che vuol ben
fare un lavoro bisogna che non perda di vista il progetto da realizzare, ebbene
le monache sono nella Chiesa questa continua attenzione al progetto di Dio”.
“Bene, stando a questo ragionamento, chi è in missione
dovrebbe restare per tutta l’esistenza in missione fino alla morte, senza mai
tornare in famiglia; chi comanda, dovrebbe comandare stando rinchiuso per tutta
la vita tra quattro mura. Un ricercatore per far bene il suo lavoro, e non
perdere di vista il progetto da realizzare, dovrebbe stare chiuso in un
laboratorio per tutta la sua esistenza. Aberrante.
“Tutti questi erano assidui e concordi nella
preghiera, insieme con alcune donne e con Maria, la madre di Gesù e con i
fratelli di lui” (At. 1,14). Maria e le donne tappate in casa per tutta la vita?
Non sembra, altrimenti Luca lo avrebbe riferito.
Padre Athos non si rende conto che persino la parola
“clausura” è brutta e poco evangelica.
Renato Pierri
Qualche consiglio a chi scrive lettere ai giornali
Qualche consiglio a chi scrive lettere ai
giornali
Delle lettere mie pubblicate su
giornali e riviste ho perso il conto. Duemila forse? Sicuramente non di meno. La
prima fu pubblicata il 21 maggio 1999, dal quotidiano Liberazione, che ora non
esiste più. La maggior parte recano in calce il mio nome, altre sono firmate da
collaboratori immaginari, che pure, tranne uno che non posso eliminare, non
esistono più. Deceduti, nel senso che ho eliminato gli indirizzi dal mio
computer. Fantasmi esistenti ancora su internet. E’ facile comprendere il motivo
del ricorso agli pseudonimi e quindi non starò a spiegarlo per l’ennesima volta,
anche perché non è di questo che volevo parlare. Da espertissimo autore di
lettere ai giornali, volevo dare qualche consiglio a coloro che desiderano veder
pubblicate le proprie. Una cosa importante da tenere presente innanzitutto,
gentili autori, è la concisione. Questa eviterà che il giornalista che cura la
rubrica, vedendo un testo troppo lungo, passi subito oltre senza neppure
leggere. Accade, accade... Ed eviterà anche che ci restiate male qualora il
giornalista faccia pesanti tagli e magari elimini proprio i passi cui più
tenevate. Pure questo accade. Altra cosa essenziale: scrivere cose originali,
non ripetute da altri, e che siano di pubblico interesse, come questa letterina,
ad esempio. Ovviamente dovete evitare errori, giacché il giornalista può avere
la pazienza di correggerne uno che sfugge, ma non dieci.
Riguardo al ricorso agli pseudonimi, se decidete di
usarli state molto attenti, non fate come il sottoscritto che ha parlato dei
suoi collaboratori immaginari, ci ha scherzato su e del segreto si è impadronito
Pulcinella. Alcuni giornalisti odiano gli pseudonimi, ne fanno una questione
personale, se la legano al dito. Altra cosa da evitare: non criticate mai il
giornalista addetto alla rubrica. Alcuni sono molto permalosi. Permalosissimi.
Infine: non ve la prendete se vedete la vostra lettera manipolata, tagliata,
trasformata. Può accadere che qualche giornalista poco rispettoso lo faccia, non
immaginando che l’autore preferirebbe anzi non vederla pubblicata la sua
letterina.
Renato Pierri
Tuesday, January 15, 2019
Testimoni di Geova che non si qualificano
Testimoni di Geova che non si
qualificano
Ogni tanto, qualche Testimone di
Geova, vede il mio indirizzo elettronico in calce a qualche lettera sui giornali
e mi scrive. Di norma non si presenta come Testimone di Geova, non me lo dice
che è un Testimone di Geova, ma io i Testimoni li riconosco subito dalle prime
righe, così come li riconosco appena li vedo per la strada. Una delle loro
caratteristiche quando scrivono, ma anche quando parlano, è di riferirsi quasi
sempre all’Antico Testamento e raramente al Vangelo.
Oggi ho ricevuto la seguente mail:
«Buongiorno sig. Renato,
avendo trovato interessante un suo scritto su (D La Repubblica) a Umberto
Galimberti, desidero esprimere il mio apprezzamento, tra l'altro mi ha colpito
l'espressione "l'insolubilita' del problema Dio". Io di questo desidero
parlare, del nostro Creatore il quale ha un progetto per risolvere i molti
problemi che affliggono la società umana. Troverà incredibile tale affermazione
presa dal testo biblico, per cui la invito calorosamente a visitare il Sito J W.
ORG dove potrà trovare esaurienti informazioni a riguardo.
Cordiali saluti».
Ovviamente non sono andato a
visitare il sito per avere conferma che si tratta di un Testimone, ne sono
troppo sicuro. Ad ogni modo, l’espressione “insolubilità del
problema Dio”, non è mia ma di Simone Weil, che
citavo nella mia lettera a Galimberti.
Alla Testimone ho risposto
cortesemente e scherzosamente così:
«La
ringrazio, gentile Testimone di Geova, soprattutto per il "calorosamente". E’
un inverno rigido, questo...»
Un saluto cordiale
Renato Pierri
Sunday, January 13, 2019
Tutte vipere le donne nelle canzoni delle nonne
Tutte vipere le donne nelle canzoni delle nonne
Le canzoni dal testo misogino, che cantavano le nostre
nonne (mamme per i vecchietti come me) non si contano. Io le udivo cantare da
mia madre che certo non si rendeva conto di come gli autori, maschi ovviamente,
trattassero le donne nei loro versi. Figuratevi se me ne potevo rendere conto io
che pure, ragazzino, le cantavo a voce spiegata. Mi udì Ugo una volta, ricordo,
mentre cantavo salendo le scale, Ugo il ciabattino, che aveva laboratorio e
dimora nelle soffitte del palazzo dove abitavo. Mi fissò, si tolse la pipa di
bocca, mi disse: «Bravo!», e ripeté le parole
che avevo cantato: «Se vuoi vivere senza
pensieri, dalle donne ti devi guardar, sono vipere dagli occhi neri, e perciò
non le devi curar...". Non sono proprio neri gli occhi delle vipere, ma il
colore serviva per la rima. Vipera è anche la donna di un’altra canzone, così
per l’appunto intitolata: “Vipera”. Qualche verso: “Vipera… Vipera… sul braccio di colei che oggi
distrugge tutti i sogni miei, sembravi un simbolo: l’atroce simbolo della sua
malvagità”. Donne malvagie, perverse, peccatrici, ammaliatrici d’uomini,
tormentatrici d’uomini. Autore: E. A. Mario. Il compositore e poeta dialettale
napoletano, inconsapevolmente misogino senz’altro, ed anche un po’ razzista, se
si pensa alla celebre “Tammurriata nera”, sebbene di questa avesse scritto la
musica e non il testo, era l’autore della a tutti nota “Leggenda del Piave” e
d’altre famose canzoni. Ma questa mattina,
durante la mia solita passeggiata, distrattamente ho preso a canticchiare
un’altra di queste canzoni dal testo misogino che, apprese da piccolo, non ho
più dimenticato. Perlomeno il motivo non ho dimenticato. Ricordo il ritornello:
“Chi vuole con le donne aver fortuna non deve mai
mostrarsi innamorato”, e pochi versi, quelli che evidentemente, uditi dalla
bocca di mia madre, colpivano la mia immaginazione: “Ma il mese appresso / ebbi
un espresso / dalla mia bella ingrata: / era pentita della sua vita / e s’era
avvelenata”. Sicuramente un’altra vipera, causa di dolori per gli uomini. Vipera
o donna di facili costumi, come la pessima madre nella strappalacrime “Balocchi
e profumi”, sempre dovuta alla fervida immaginazione di E. A. Mario. Altra
canzone misogina che, avendola sentita cantare tante volte da mia madre, non ho
più dimenticato e che ancora oggi canticchio distrattamente è “Ladra”. Anche qui
una donna perfida che si prende gioco dell’amato: “E tu / che pei capricci tuoi
morir mi fai / m’hai preso il cor per farne quel che vuoi / e il tuo peccato non
lo sconti mai”. Versi che colpivano la mia d’immaginazione e alle volte mi
mettevano tristezza. L’autore? Di Giovanni Ermete Gaeta, naturalmente. E. A.
Mario era il suo pseudonimo.
Renato Pierri
Thursday, January 10, 2019
La Chiesa “in uscita”, proprio come Gesù
La
Chiesa “in uscita”, proprio come Gesù
Un lettore su Italians – Corriere
della Sera dell’8 gennaio: “Da cinque anni il Santo Padre ci tempesta con
discorsi sulla "Chiesa in uscita". Infatti, è rarissimo trovare ormai una chiesa
aperta o un prete pronto ad accogliere un fedele che ha voglia di sfogarsi. I
preti li troviamo ....in uscita nelle piazze e nelle manifestazioni (o sui
social).... E sono usciti fuori anche i cristiani... “. E un altro lettore, un
paio di giorni dopo, nella lettera “La Chiesa deve rimanere se stessa”, gli fa
eco: “La Chiesa ha abbassato la guardia per "allisciare il pelo" ai suoi
detrattori. La dimostrazione è che i fedeli sono sempre meno e gli
atei-agnostici danno ragione al Papa. Il risultato però è piazza San Pietro
piena di turisti e le chiese sempre più vuote”.
Ora, non è con questo papa che è cominciato il
fenomeno dell’allontanamento dei fedeli dalle chiese, semmai i fedeli si sono
allontanati proprio perché per troppo tempo la Chiesa è rimasta se stessa, non è
cambiata. Il cardinale Martini ebbe a dire che la Chiesa era rimasta indietro di
200 anni, ed è questo che ha fatto allontanare i fedeli. Oggi molti fedeli
cattolici, specialmente i giovani, sono più maturi rispetto alle generazioni del
passato, quando non seguire l'insegnamento della Chiesa creava sensi di colpa.
Sono in grado di capire autonomamente che cosa sia conforme al vangelo, ed alla
ragione naturalmente, e cosa contrasti con l'uno e con l'altra. Ed è questo il
motivo vero del loro allontanamento da una Chiesa non al passo con i tempi.
Questo Papa sta tentando, dico sta tentando giacché
non è facile, di imitare Gesù che era sempre “in uscita”. Stava in mezzo alla
gente, Gesù, mangiava con la gente, frequentava giusti e peccatori, e diceva:
«Andate dunque ai crocicchi delle vie e chiamate alle nozze tutti quelli che
troverete» ( Mt
22,9).
Gli atei e gli agnostici danno ragione al Papa,
semplicemente perché il Papa imita Cristo.
Renato Pierri
Wednesday, January 09, 2019
Storiella dedicata al sindaco di Parma, Pizzarotti
Storiella dedicata al sindaco di Parma,
Pizzarotti
“«Tu sei un
animaletto ignorante.» Così rispose
l’elefantino allo strano animaletto che gli aveva detto: «La tua non è una
famiglia, la famiglia vera è solo quella composta da un maschio e una femmina e
i cuccioli.» E poi riprese:
«Lo sai, strano
animaletto, che il Cercopiteco Roloway vive in gruppi territoriali composti da
un solo maschio e molte femmine con i loro piccoli?».
«Ma guarda un po’,
non lo sapevo», rispose
l’animaletto con la sua strana vocina, «e va bene, sarà
un’eccezione.»
«Ti
sbagli», rispose
l’elefantino, «la famiglia di
molti mammiferi è il branco. I cuccioli della leonessa vivono con la mamma in
una tana diversa rispetto a quella in cui si trova il resto del branco. Quando
raggiungono 6 e 8 settimane di vita, vengono presentati al resto del
gruppo.»
«Ma guarda un
po’», rispose lo strano
animaletto, con la sua strana vocina, «non lo sapevo, e
va bene, sarà un’altra eccezione.»
«No, tu sei
un’eccezione, vai a studiare, animaletto. La famiglia è soprattutto là dove c’è
amore, e a dirlo non è un povero elefantino, è Gesù ad affermarlo: “Quindi stese
la mano sui suoi discepoli e disse: «Ecco mia madre e i miei fratelli; chiunque
fa la volontà del Padre mio che è nei cieli, questi mi è fratello, sorella e
madre»" (Mt 12, 49-50). Secondo il Signore i legami naturali passano in seconda
linea rispetto alla vera parentela che si forma tra coloro che fanno la volontà
del Padre. Chi ama fa la volontà del Padre. Chi ama forma una
famiglia.» Detto questo,
l’elefantino la proboscide girò e dello strano animaletto più non si curò”.
Questa storiella è dedicata al sindaco di Parma,
Pizzarotti, che suppergiù, rispondendo al vescovo Enrico Solmi, ha parlato come
Gesù.
Renato Pierri
Monday, January 07, 2019
Situazioni diverse implicano scelte diverse
Situazioni diverse implicano scelte diverse
Trascrivo alcune righe di un interessante articolo del
professor Luciano Sesta, apparso sul blog “Come Gesù” del prete e scrittore
Mauro Leonardi.
«Chi studia
filosofia sa che ai filosofi, soprattutto quelli anglofoni, piace proporre
“esperimenti mentali”, ossia situazioni immaginarie che hanno lo scopo sia di
capire meglio alcuni problemi, sia di sostenere o criticare determinate
posizioni. Ne propongo uno per far vedere l’incoerenza di tutti coloro che, in
nome dei “diritti umani”, pensano si possa essere contrari al decreto sicurezza
e, al tempo stesso, a favore dell’aborto.
Si immagini che, in virtù di un sofisticato sistema di
utero-transfert finalizzato ad aggirare il decreto sicurezza, tutti gli attuali
bambini non ancora nati di straniere in procinto di giungere nel nostro paese
vengano trasferiti nel grembo di donne italiane...
Ora, però, si immagini anche che tutte le italiane
incinte dei migranti non ancora nati decidano di abortire, perché convinte dalla
propaganda leghista. Di fronte agli appelli dei pro-life che propongono di far
nascere i bambini affinché, una volta dati in affido, possano crescere e
integrarsi nella società, ecco che tutti gli apparenti difensori dei diritti
umani dei migranti scoprono le carte: essendo contrari al decreto sicurezza ma
favorevoli all’aborto in nome della scelta della donna, si troveranno nella
scomoda posizione di chi giustifica l’espulsione di un migrante in base allo
slogan “prima le italiane”. Il “prima le donne” che giustifica l’aborto,
infatti, qui significa “prima le italiane” che giustifica l’espulsione di un
migrante».
Non sono un appassionato di filosofia, però non credo
che i filosofi nelle loro situazioni immaginarie scelgano solo le ipotesi che
fanno loro comodo per sostenere le proprie tesi, scartando altre ipotesi che
potrebbero inficiare le stesse. Il professor Sesta, formula questa ipotesi: “Si
immagini anche che tutte le italiane incinte dei migranti non ancora nati
decidano di abortire, perché convinte dalla propaganda leghista”, e il
ragionamento che ne consegue non fa una piega. Stando a questa ipotesi, infatti,
c’è contraddizione tra essere contrari al respingimento dei migranti, ed essere
favorevoli all’aborto, vale a dire al “respingimento” del migrante non ancora
nato.
Ma se di ipotesi ne facciamo un’altra? Si immagini che
quelle donne italiane incinte dei migranti non ancora nati decidano di abortire,
non perché convinte dalla propaganda leghista, ma perché la gravidanza non
desiderata le getti nella disperazione più cupa, sconvolga la loro vita e a
niente serva l’opera di persuasione di persone contrarie all’aborto. In questo
caso veniamo a trovarci davanti a situazioni ben diverse l’una dall’altra. Il
migrante non viene a sconvolgere la nostra vita, non ci getta nella
disperazione, non entra nella nostra casa, nella nostra intimità, nella nostra
pancia, e quindi è giusto non respingerlo. Il migrante non ancora nato, invece,
sconvolge la vita delle donne disperate che se lo sono trovato in grembo non
volendolo, e sarebbe giusto quindi respingerlo. Ed ecco che, in questo caso, si
potrebbe essere contrari al decreto sicurezza e, al tempo stesso, a favore
dell’aborto.
Ma lasciando da parte situazioni immaginarie, è
verissimo quanto afferma il professor Sesta che è incoerente la posizione di chi
è contrario al decreto sicurezza e, al tempo stesso, a favore dell’aborto. Di
norma è così, però possono verificarsi situazioni particolari in cui l’aborto è
considerato da una donna incinta una necessità, e in questi casi particolari non
c’è incoerenza, giacché situazioni diverse implicano necessariamente scelte
diverse.
Renato Pierri
Friday, January 04, 2019
Il budello non commestibile che si mangia
Il budello non commestibile che si mangia
Abbastanza buono il cotechino
precotto di una nota azienda, in vendita in tutti i supermercati. Però, per
quale motivo è scritto a caratteri piccolissimi, dove sono riportati gli
ingredienti, nel lato sottostante della scatola, quindi meno evidente agli occhi
degli acquirenti, l’avviso: “Budello non commestibile”? Perché non è scritto
chiaramente su un lato frontale? Lo fanno apposta affinché sfugga ai più? A me
suona come una sorta di inganno. Moltissime persone, infatti, per difetto di
vista o per fiducia verso la l’azienda produttrice o per distrazione, non
leggono la piccolissima scritta, e col cotechino mangiano anche il budello non
mangiabile. Inoltre: il budello non commestibile, una volta cotto, diventa una
cosa sola col cotechino, quasi un colla che è difficile separare dalla carne,
così che si è costretti o a mangiarlo nonostante non sia mangiabile, oppure a
sacrificare un po’ del cotechino stesso, asportando il budello assieme a parte
dell'insaccato.
Carmelo Dini
Thursday, January 03, 2019
Cose saporite che non fanno bene
Cose saporite che non fanno bene
Mariarosaria Marchesano, a proposito dello
spot alla Nutella fatto la mattina di Santo Stefano, da Metto Salvini, scrive,
tra l’altro: “Non va dimenticato che è
soprattutto grazie alla Nutella che Ferrero, come attesta anche il Reputation
Institute presieduto da Michele Tesoro-Tess, è diventata l'azienda italiana con
la miglior reputazione a livello internazionale (seguita da Armani, Pirelli e
Barilla) e nel settore food vanta addirittura il primato a livello globale” (Il
Foglio – 28 dicembre).
Non va dimenticato, è vero, però la
Marchesano ignora forse che la reputazione riguarda le caratteristiche del
prodotto, solo per il 40%. Questo riferisce Ferpi: “La percezione di un’azienda o più in generale di
un’organizzazione “pesa” di più nelle scelte d’acquisto dei consumatori che le
caratteristiche di un prodotto o servizio. E’ un dato “forte” quello che emerge
dal RepTrak Pulse 2012, lo studio annuale del Reputation Institute sulla
reputazione delle aziende. Nella scelta finale all’acquisto da parte del
consumatore il prodotto conta solo per il 40%. La ricerca evidenzia che per il
60% il comportamento d’acquisto è determinato dalla positiva percezione di altri
fattori come l’eticità dell’azienda, le capacità manageriali, la sostenibilità,
la trasparenza, la capacità di raggiungere e mantenere risultati nel lungo
termine, la qualità del posto di lavoro. E solo per il 40% da caratteristiche
proprie del prodotto”.
La Nutella piace a grandi e piccini, ma
tante cose che piacciono a grandi e piccini non fanno bene, soprattutto se
consumate spesso. A me piaceva una volta, la Nutella, oggi preferisco altre
creme senza olio di palma, con meno zucchero, e con tantissime
nocciole.
Sicuramente, la signora Mariarosaria
Marchesano, ignora ciò che, riguardo a certe creme, scrive la dottoressa Maria Rosa Di Fazio, responsabile Oncologia del Centro
medico internazionale SH Health Service di San Marino: «Per dare un’idea di
quanto seria sia la minaccia dell’olio di palma alla nostra salute, mi sembra
sufficiente informare che in particolare per il glicidiolo [contenuto nell’olio
di palma] non è stata nemmeno fissata una soglia, dal momento che si tratta di
una sostanza cancerogena e genotossica, il che significa che ha la capacità di
danneggiare l’informazione genetica all’interno di una cellula, causando
mutazioni e inducendo modificazioni del nostro DNA. Tradotto: tramuta le cellule
sane in cancerogene. Questa “robaccia”, insomma, non dovrebbe essere presente
negli alimenti, eppure c’è e la troviamo in alcuni prodotti di consumo
quotidiano, come certe popolarissime creme spalmabili, in dosi anche molto
elevate» (“Mangiare bene per sconfiggere il male”, Mind Edizioni).
E nell’ultimo libro “Sconfiggere il male”:
«Note creme spalmabili con tracce di nocciole
contenenti una “bomba” di quasi il 60% di zucchero, più un 20% di “salutare”
olio di palma (che ha tre contaminanti: due “mutageni” in grado cioè di
modificarci il DNA, più uno sicuramente cancerogeno).
Renato Pierri
