Thursday, August 30, 2018
Un giornalista chiede al Papa che
cosa consigliare a un genitore che scopre di avere un figlio gay, e il Papa dà
una risposta chiarissima e sbagliatissima: “In quale età si manifesta questa
inquietudine del figlio? E’ importante. Una cosa è quando si manifesta da
bambino, ci sono tante cose da fare con la psichiatria. Altra cosa è quando si
manifesta dopo venti anni”. Che cosa avrebbe risposto il Papa se fosse stato
libero da pregiudizi sull’omosessualità? Che cosa avrebbe risposto se non avesse
ritenuto la relazione tra persone omosessuali moralmente diversa da una
relazione tra persone eterosessuali? Se non avesse giudicato gli atti di
omosessualità moralmente diversi dagli atti di eterosessualità? Avrebbe dato una
risposta semplice, così: “Un genitore non deve fare altro che amarlo, il figlio
gay, come lo amava prima, amarlo forse più di prima se è possibile, e difenderlo
da tutti coloro che hanno pregiudizi sull’omosessualità”. Questa, a un dipresso,
avrebbe dovuto essere la risposta di un Papa saggio e buono. Ma questo Papa è
saggio e buono, solo che i pregiudizi ogni tanto gli confondono il cuore e la
mente.
Detto questo, non capisco per quale motivo la gente
s’interessi tanto degli affari altrui, se gli affari altrui non compromettono
gli affari propri. Non so, se io ad esempio, coltivo belle zucche nel mio orto,
perché devo sbirciare nell’orto del vicino per vedere come coltiva le sue
zucche, se la coltivazione delle sue zucche non disturba la coltivazione delle
mie zucche? Non sarebbe giusto che ognuno si occupasse delle proprie zucche?
Ovviamente non è questo il caso. Mi riferisco a tutti coloro che pretendono di
stabilire come debbano comportarsi le persone omosessuali. Non saranno affari
loro?
Si badi che solo per caso ho preso ad esempio la
coltivazione delle zucche. Lungi da me il pensiero di voler dare dello zuccone a
chi s’impiccia degli affari altrui.
Renato Pierri
Tuesday, August 28, 2018
Una canzone per Papa Francesco
Una canzone per Papa Francesco
"Pensa, prima di sparare", è il
titolo di una canzone del cantante Fabrizio Moro. Chissà se un giorno non gli
verrà in mente una bella canzone col titolo: “Pensa, prima di parlare”? Magari
l’ascolterà il nostro buon papa Francesco ed eviterà ogni tanto di uscirsene con
frasi infelici come quella pronunciata durante la conferenza stampa sul volo di
ritorno da Dublino: "In quale età si manifesta questa inquietudine? Se si
manifesta da bambini, ci sono tante cosa da fare con la psichiatria”.
L’inquietudine sarebbe l’omosessualità. Ma certo, caro Papa, si affida il
bambino ad uno psichiatra e lui fa in modo che il piccolo da grande non compia
atti “Intrinsecamente disordinati” e non abbia (Dio ce ne scampi!) relazioni
omosessuali che secondo il Catechismo sono sempre “gravi depravazioni”. Ma che
fai, caro Papa, prima li accarezzi i bambini e poi manchi di rispetto a loro e
alle loro famiglie? Perché anziché preoccuparti di correggere il Padre Nostro,
cosa in fondo non urgente, non pensi a correggere i pessimi paragrafi del
Catechismo dedicati all’omosessualità? E magari con l’occasione pensi anche ad
introdurvi la parola “pedofilia”, considerato che il problema ti sta tanto a
cuore? Possibile nessuno ti abbia informato? Possibile non ti sia giunta la
notizia che da diversi mesi don Mauro Leonardi ha lanciato una petizione
affinché il termine “pedofilia” sia introdotto nel Catechismo?
Renato Pierri
Saturday, August 25, 2018
“Una giornata di libertà” per don Mauro Leonardi
“Una giornata di libertà” per don Mauro
Leonardi
Mi spiace per Susanna e per il suo creatore che è un
caro amico, ma il romanzo “Una giornata di Susanna” (Cooper) a me non è piaciuto
per niente. Del resto, con un amico bisogna essere sinceri, e se non mi è
piaciuto non posso mettermi a fare le lodi del libro, come magari avrà fatto
qualche altro suo amico. Può succedere, eh! Vi ho trovato diversi difetti che
non starò ad elencare, anche perché non sono un critico letterario e potrei
sbagliarmi. Anzi, sicuramente mi sbaglierò. Magari sarà un bellissimo romanzo
che solo a me non piace, e quelli che a me appaiono difetti, in realtà saranno
grandi pregi. Un pregio, però, lo riconosco anch’io; la prosa scorrevole, sciolta,
un torrente che scorre libero, senza ostacoli. Non ho trovato gradevole il
sapore dell’acqua. Non mi è piaciuto il romanzo, ma l’ho letto con
interesse. Sì, perché l’amico scrittore è un prete, e man mano che sono andato
avanti nella lettura, mi sono reso conto di cosa abbia significato per lui
scrivere la storia di Susanna. Si è sentito libero. La scrittura gli ha dato la
libertà, libertà di pensare e di esprimere il proprio pensiero. L’amico prete
ha avuto persino la possibilità di scrivere tante parolacce. Un sacerdote non
dice pubblicamente parolacce, gliene può scappare una, magari parlando con
amici, ma non può riempirsi la bocca di parolacce. Bene, don Mauro Leonardi
condisce il suo romanzo con moltissime parolacce, facendole dire persino a
persone che nella vita reale, per la professione che svolgono, difficilmente
pronunciano parole volgari. In realtà, le parolacce non sono tante, è una sola,
ripetuta moltissime volte. Ovviamente non sono state le parolacce a farmi
giudicare bruttino il romanzo, sebbene, si sa, il troppo stroppi, “e, quando
eccede, cangiata in vizio ogni virtù si vede”. Tornando alla libertà di pensare:
un prete non può pubblicamente giustificare un amore al di fuori del matrimonio,
ma è evidente che il narratore giustifica Susanna e guarda con simpatia alla sua
relazione adulterina. Ecco perché ho letto con interesse il libro. Don Mauro
Leonardi, scrivendo, ha avuto la possibilità di liberarsi della tonaca senza
stonacarsi. E non è cosa da poco.
Renato Pierri
Friday, August 17, 2018
Non è possibile che Dio induca gli uomini in tentazione
Non è possibile che Dio induca gli uomini in
tentazione
“Perché Papa Francesco ha deciso di cambiare il Padre
nostro”, è il titolo di un articolo pubblicato dall’Agenzia Giornalistica AGI il
14 agosto, a firma dell’amico prete e scrittore Mauro Leonardi. Un passo
dell’articolo lascia perplessi. Scrive, don Mauro:
«Perché per tanto tempo si è pensato che andasse bene
“non indurci in tentazione”? Perché c’è un senso, ormai andato in disuso della
parola tentazione, che non è strettamente e radicalmente negativo. Quando una
mamma incoraggia il bambino a muovere i primi passi verso il papà spinge il
figlio a mettersi alla prova, a rischiare, accettando il rischio che cada. In
questo senso lo “mette in tentazione”: è quell’incoraggiare a vivere, a
sperimentare, a rischiare con ottimismo, che ogni buon genitore auspica per la
propria prole. Nella Bibbia ci sono molte situazioni in cui Dio mette alla prova
con l’intento di far crescere: basti pensare al sacrificio di Isacco quando Dio,
dice la Bibbia, “mise alla prova Abramo” (Gn 22,1). L’obiettivo di Dio non è
sperare che Abramo cada e pecchi ma insegnare all’uomo, cioè ad Abramo, a
donarsi a Dio».
Intanto c’è da osservare che se questo fosse il
significato, se “indurre in tentazione” fosse cosa buona, sarebbe assurdo
pregare Dio di non fare una cosa buona. Anche il paragone è sbagliato. La mamma
non tenta il figlio a compiere il male. Dio tenta Abramo a compiere il male. La
mamma non ricorre ad un mezzo moralmente cattivo per raggiungere un fine buono,
Dio, nell’episodio biblico, ricorre ad un mezzo moralmente cattivo, per
raggiungere un fine buono. E questo non è possibile. E questo dimostra
chiaramente che quell’episodio non è da prendersi alla lettera.
L’autore biblico attribuiva a Dio un disegno
crudelissimo: fingere di volere il sacrificio di Isacco, per mettere alla prova
la fede di Abramo: «Su, prendi tuo figlio, il tuo diletto che tu ami, Isacco, e
va’ nel territorio di Moria, ed offrilo ivi in olocausto su di un monte che io
ti dirò» (Gn 22,2). Abramo obbedì, andò sul monte, legò Isacco, e lo depose
sull'altare sopra la legna. Avrebbe scannato con un coltello il figlio, se non
fosse intervenuto un angelo di Dio. Il Signore fingeva, ma in tal modo Abramo,
per mostrare la sua fede, fu costretto a stravolgere un legame naturale, a
diventare un padre snaturato. L’episodio, letto alla luce del Vangelo come
figura del sacrificio di Cristo, era anche una condanna della prassi orientale
di sacrificare i bambini per l’inaugurazione di un palazzo (i sacrifici di
fondazione). Un buon padre avrebbe risposto al Signore: “Non sei Dio se mi
chiedi questo. Vade retro Satana!”.
Renato Pierri
Monday, August 13, 2018
Perché correre il rischio di avere una vita infelice?
Perché correre il rischio di avere una vita infelice?
Nel romanzo “La ragazza delle arance” (TEA, Milano) di
Jostein Gaarder, Jan Olav, nella lettera che scrive prima di morire, chiede al
figlio Georg: “Avresti solo saputo che, se avessi scelto di venire al mondo un
giorno, quando i tempi fossero stati maturi, allora un giorno avresti anche
dovuto staccarti da esso e lasciare tutto dietro di te... Cosa avresti scelto,
Georg, se ci fosse dunque stata una potenza superiore che ti avesse lasciato
questa scelta... ? (pag. 161). “Credi che
Cenerentola avrebbe accettato di vivere al castello come principessa, se avesse
saputo che poteva partecipare al gioco solo per una settimana scarsa? Come credi
sarebbe stato per lei tornare indietro, agli attizzatoi, alla matrigna cattiva e
alle brutte sorellastre?” (pag. 163). Georg risponde
al padre: “Sono strasicuro che avrei scelto di vivere la mia vita sulla terra
anche se solo per un «breve momento»” (pag. 190).
Come non andare col pensiero al “Dialogo di un
venditore d’almanacchi e di un passeggere”? Lo avrà avuto in mente Jostein
Gaarder, insegnante di filosofia, scrivendo il suo romanzo? Il passeggere non
chiede al venditore se sceglierebbe di venire al mondo, ma se sceglierebbe di
tornare a vivere la stessa vita, “con tutti i piaceri e i dispiaceri passati”. E
il venditore d’almanacchi: “Cotesto non vorrei”.
Dice, il passeggere: “Se a patto di riavere la vita di
prima, con tutto il suo bene e il suo male, nessuno vorrebbe rinascere. Quella
vita ch'è una cosa bella, non è la vita che si conosce, ma quella che non si
conosce”.
Io non sono sicuro che avrei scelto di vivere la mia
vita sulla terra. La potenza superiore avrebbe dovuto ragguagliarmi bene su come
avrei trascorso il “breve momento”. Perché correre il rischio di avere una vita
infelice? Quando si soffre molto, i momenti si allungano, diventano eterni.
Renato Pierri
Saturday, August 11, 2018
La credenza nelle stimmate offende Dio e la ragione
La credenza nelle stimmate offende Dio e la
ragione
“Pertanto il male, essendo una privazione di bene, non
può mai essere né fatto né comandato da Dio. Può soltanto essere permesso. E Dio
lo permette per condannarlo a servire beni di più grandi. Le stigmate di Padre
Pio non sono invece di per se stesse un male, tant’è che nessuna terapia poteva
curarle o almeno lenirne le ferite. Si trattava invece di un fenomeno mistico
straordinario, una specie di miracolo permanente”.
Sono parole di padre Angelo, sacerdote domenicano,
riportate sul blog “Come Gesù” da un’assidua frequentatrice dello stesso. Parole
che calpestano tranquillamente vangelo e ragione. Per dimostrare che le stimmate
di Padre Pio non sono un male, vale a dire che il male non è male (ma si può?)
il sacerdote riferisce che nessuna terapia poteva curarle o almeno lenirne le
ferite. Ma che dimostrazione è? Anche la schizofrenia è malattia incurabile, ma
questo non dimostra che non sia un male. Anche l’asma è incurabile. Il sacerdote
poi afferma che si tratta di miracolo, senza chiedersi per quale motivo miracoli
analoghi non esistono nel vangelo. Il Signore del vangelo li guarisce i malanni,
non li regala.
Credere nelle stimmate significa essere
inconsapevolmente blasfemi. Ritenendo, infatti, opera di Dio le piaghe
sanguinolenti e dolorose nelle mani di alcuni santi (pochi per fortuna), si
finisce per attribuirgli la stessa azione dei suoi crocifissori, perlomeno nella
forma, giacché il fine sarebbe buono. Ma Dio non può ricorrere ad un mezzo
cattivo per raggiungere un fine buono. Negherebbe se stesso. Non è stato il
Padre a crocifiggere il Figlio, ma gli uomini. Il male non può provenire da Dio,
sommo Bene. Ed ecco la solita domanda: e allora come si spiegano le stimmate?
Esclusa la possibilità che possa essere fenomeno soprannaturale, la risposta
spetta agli scienziati. Di una cosa si può essere certi: il fatto che le
stimmate esistano, non ci autorizza nella maniera più assoluta ad attribuirle ad
azione divina. Chi lo fa offende Dio e la ragione.
Tra l’altro, non si comprende perché solo dopo molti
secoli il Signore avrebbe deciso d’imprimere stimmate nelle mani di alcune sue
creature, e neppure si comprende perché asseconderebbe un errore storico
imprimendo le stimmate nelle mani e non nei polsi. Ma così va il mondo,
certamente non il cielo.
Renato Pierri
“Una giornata di libertà” per don Mauro Leonardi
“Una giornata di libertà” per don Mauro
Leonardi
Mi spiace per Susanna e per il suo creatore che è un
caro amico, ma il romanzo “Una giornata di Susanna” (Cooper) a me non è piaciuto
per niente. Del resto, con un amico bisogna essere sinceri, e se non mi è
piaciuto non posso mettermi a fare le lodi del libro, come magari avrà fatto
qualche altro suo amico. Può succedere, eh! Vi ho trovato diversi difetti che
non starò ad elencare, anche perché non sono un critico letterario e potrei
sbagliarmi. Anzi, sicuramente mi sbaglierò. Magari sarà un bellissimo romanzo
che solo a me non piace, e quelli che a me appaiono difetti, in realtà saranno
grandi pregi. Non mi è piaciuto per niente, ma l’ho letto con interesse. Sì,
perché l’amico scrittore è un prete, e man mano che sono andato avanti nella
lettura, mi sono reso conto di cosa abbia significato per lui scrivere la storia
di Susanna. Si è sentito libero. La scrittura gli ha dato la libertà, libertà di
pensare e di esprimere il proprio pensiero. L’amico prete ha avuto persino la
possibilità di scrivere parolacce. Un sacerdote non dice pubblicamente
parolacce, gliene può scappare una, magari parlando con amici, ma non può
riempirsi la bocca di parolacce. Bene, don Mauro Leonardi condisce il suo
romanzo con moltissime parolacce, facendole dire persino a persone che nella
vita reale, per la professione che svolgono, difficilmente pronunciano parole
sconce. In realtà, le parolacce non sono tante, è una sola, volgare, ripetuta
all’infinito. Ovviamente non sono state le parolacce a farmi giudicare bruttino
il romanzo, sebbene, si sa, il troppo stroppi, “e, quando eccede, cangiata in
vizio ogni virtù si vede”. Tornando alla libertà di pensare: un prete non può
pubblicamente giustificare un amore al di fuori del matrimonio, ma è evidente
che il narratore (non il sacerdote, lo scrittore!) giustifica e vede con
simpatia l’amore di Susanna. Ecco perché ho letto con interesse il libro. Don
Mauro Leonardi, scrivendo, ha avuto la possibilità di liberarsi della tonaca
senza stonacarsi. E non è cosa da poco.
Renato Pierri
Thursday, August 09, 2018
Misterioso oggettino nel latte biologico tedesco
Misterioso oggettino nel latte
biologico tedesco
Sapreste capire che cosa è
l’oggettino che presento in foto? E’ di plastica, e misura circa un centimetro e
mezzo di diametro. Sembrerebbe un tappo copriforo per mobili. L’ho rinvenuto in
una confezione di latte biologico acquistato in un supermercato di prodotti
biologici a Roma. Purtroppo solo alla fine, dopo avere consumato tutto il latte,
giacché non galleggiava ed è rimasto sul fondo del contenitore. Il latte Bio
Frische Alpenmilch, scadenza 20 luglio 2018, proviene dalla Germania. Ho inviato
reclamo all’azienda che lo produce. Mi hanno risposto con una spiegazione che
non è una spiegazione: escludono che un “corpo estraneo possa essere entrato nel
latte durante la lavorazione”, e mi informano che “i loro collaboratori hanno
l’obbligo di formazione continua” e che “è vietato portare oggetti privati
nell’ambiente produttivo”. E allora? Il fatto che sia vietato, esclude che
qualcuno possa non aver osservato il divieto?
Ad ogni modo,
l’azienda tedesca mi ha ringraziato per la segnalazione, ma non si è scusata per
l’inconveniente.
Renato Pierri
Il Signore dell’arcivescovo Zuppi è fatto così
Il Signore dell’arcivescovo Zuppi è fatto così
L’arcivescovo Matteo Zuppi,
intervistato da La Nazione ha detto: "In tangenziale c'è stato l'intervento
della provvidenza di Dio. Un dono, una protezione. Bisogna riconoscere che si è
avuta una rapidità di intervento che ha permesso di evitare un numero enorme di
vittime. Poi, però, vedendo e rivedendo le immagini, considerando che c'è stato
per un incidente così grande un solo morto, effettivamente possiamo dire che ha
agito la Provvidenza in appoggio ai soccorritori".
Ma certamente, perché il Signore, che ama tutti gli
uomini alla stessa maniera, che tratta le sue creature alla stessa maniera, come
fa del resto un buon padre di famiglia, questa volta ha fatto un’eccezione alla
regola. Non interviene mai quando interi villaggi vengono sommersi da alluvioni,
interi paesi distrutti da terremoti, da calamità naturali, quando avvengono
disastri immani anche per errori umani, e questa volta, poiché ha una
particolare simpatia per la città di Bologna, è intervenuto. Si è messo
d’impegno a dare un appoggio ai soccorritori. La stessa cosa avviene alle volte
negli ospedali pediatri oncologici. Un bambino è particolarmente simpatico al
Signore? Lo guarisce e lascia perdere tutti gli altri. Il Signore
dell’arcivescovo Zuppi è fatto così.
Renato Pierri
Friday, August 03, 2018
Lettera ad una religiosa frequentatrice del blog “Come Gesù” di don Mauro Leonardi
Lettera ad una religiosa frequentatrice del blog “Come
Gesù” di don Mauro Leonardi
“– Dov’è dunque Dio?
E io sentivo in me una voce che gli
rispondeva:
– Dov’è? Eccolo: è appeso lì, a quella
forca…”
(Elie Wiesel)
Gentile religiosa signora, la risposta a quella domanda
è apparentemente soddisfacente e pertinente, ma non è per niente soddisfacente
se la formuliamo così: «Perché Signore, hai taciuto? Perché
hai potuto tollerare tutto quest’eccesso di distruzione e questo trionfo del
male?» (Ratzinger ad
Auschwitz nel 2016). Non spiega, infatti, perché Dio
abbia permesso, abbia tollerato, in quel caso e in moltissimi altri di profondo
dolore e ingiustizia, il “trionfo del male”.
Lei
poi, gentile signora, scrive: “Dio è lì, in quel bambino impiccato che non
rivendica, non fa nulla, perché Dio è incapace di male, nemmeno la morte stessa
è male per Lui”.
Intanto c’è da osservare che il ragazzino impiccato non
fa nulla, perché gli viene impedito di fare qualsiasi cosa. Che Dio sia incapace
di compiere il male, mi sembra giusto, mentre non è giusto affermare che per Dio
la morte non sia un male... “.
Si
sbaglia. Gesù vince la morte, vince il male. “Il Vangelo della vita... viene
contraddetto dall’esperienza lacerante della morte che entra nel mondo... La
morte vi entra a causa dell’invidia del diavolo e del peccato dei progenitori...
“ (Evangelium vitae). La morte è un male.
Lei
poi mi chiede: “Crede dunque che imitare Cristo sia una cantonata?”. E chi ha
mai affermato che il sacrificio di Chiara Corbella (se di vero sacrificio si
trattò) non fosse imitazione di Cristo. Io stavo parlando di altro. Stavo
parlando dell’assurda convinzione di Chiara Corbella che le sue disgrazie
fossero doni di Dio.
E alla
fine, gentile signora, ha concluso con la grande domanda alla quale ha dato la
grande risposta: “In definitiva: il male lo manda Dio? Non lo sappiamo”. Lei,
gentile signora, non lo sa. Era un plurale maiestatico? Chiara Corbella riteneva
di saperlo. Di questo stavo parlando.
Le ricordo anche, gentile religiosa signora, che quando
Gesù parla di “giogo dolce” non si riferisce alla croce, ma al “suo ideale di
vita fatto di mitezza e di povertà, che è l’ideale proclamato già nel discorso
della Montagna” (Angelo Lancellotti). La croce può essere una conseguenza
dell’adesione a tale ideale.
Ma la conseguenza non è per niente dolce. Perlomeno non
lo fu per Gesù. La sofferenza fu totale.
Il “giogo” è nella simbologia biblica e rabbinica la
Legge.
L’ignoranza del vangelo da parte del marito di Chiara e
di Chiara stessa, fece credere loro che dolce fosse la sofferenza. Una
sofferenza dolce (ossimoro) non è completa sofferenza. Una croce dolce è un po’
meno croce. Forse non è croce per niente.
Renato Pierri
