Thursday, October 31, 2019
La
rassegnazione dei cittadini romani
Credo che Roma non si sia mai trovata
in uno stato di abbandono come il presente. I cittadini romani dovrebbero
scendere tutti i giorni in piazza, ma non scendono in piazza neppure una volta
al mese, forse neppure una volta l’anno. Sono buoni, tranquilli, i cittadini
romani? No, sono rassegnati. Facciamo l’abitudine a tutto. I cumuli di
spazzatura con le cornacchie nere che vi svolazzano sopra, i topi, le blatte che
d’estate escono dalle fogne, ci lasciano indifferenti. I marciapiedi dissestati
che non ci puoi camminare, con le erbacce alte che ti ostacolano il passaggio,
li evitiamo, camminiamo nella strada, pazienza. Siamo rassegnati. La metro
funziona male o non funziona per niente, pazienza. Siamo rassegnati. Attese
snervanti di un autobus? E’ la vita, che vuoi farci. Pazienza. La puzza
nell’aria in certi quartieri dove c’è la graziosa abitudine di bruciare rifiuti
tossici per ricavarne rame. Pazienza. Siamo rassegnati. La rassegnazione
l’abbiamo nel DNA. Ed è cosa triste, tristissima, che quando la sindaca di
Roma si presenta in un quartiere per inaugurare, che so, l’apertura di una villa
da anni abbandonata, l’illuminazione di un parco da anni al buio, ai rassegnati
sembra una grazia, una manna dal cielo, e battono pure le mani. Magari gliele
bacerebbero pure le mani. Ma si può?
Renato Pierri
Tuesday, October 29, 2019
Roma. Inaugurazioni poco opportune
Roma. Inaugurazioni poco
opportune
Così va il mondo. Pensate ad una madre che fa morire
di fame i figli, poi gli mette a tavola un piatto di minestra, fa pure una
cerimonia per l’occasione, e i figli, grati, la ringraziano tanto. Così, il 20
ottobre, la sindaca Raggi è venuta nel quartiere di Colli Aniene per inaugurare
l’illuminazione del parco Baden Powell, dopo dieci anni di oscurità, e gli
abitanti l’hanno molto ringraziata. Ovviamente, di tanti anni di oscurità la
colpa non è solo degli amministratori attuali. Ma c’era bisogno che venisse
apposta la sindaca col suo seguito? Il quartiere è tutto in uno stato di
abbandono. I marciapiedi di alcune strade, ad esempio di Via Cassiani, sono
impraticabili. Tale è lo sconquasso del selciato e tale l’altezza delle
erbacce, da essere costretti a camminare nella strada, col rischio d’essere
investiti dalla macchine. Qualora il Comune, dopo anni, decidesse di metterli a
posto, non è il caso che si scomodi la sindaca per inaugurarli. A proposito di
Via Cassiani, dove questa fa angolo con via Mammucari, c’è un’aiuola abbandonata
con rami secchi che arrivano alla chioma dell’albero e un po’ di tutto, compresa
spazzatura che qualche cittadino maleducato vi ha
depositato.
Renato Pierri
Friday, October 25, 2019
La sicurezza a Roma, secondo Matteo Salvini
La sicurezza a Roma, secondo Matteo
Salvini
Il ragionamento di Matteo Salvini immagino deve essere
stato a un dipresso il seguente: “Lo so, il cadavere è ancora caldo, e potrebbe
sembrare cosa abbastanza schifosa dire: «Prego per Luca e sono vicino alla sua
famiglia. Ma sono anche incredulo e sdegnato perché è inconcepibile quello che è
accaduto. Da ex ministro dell'Interno fa ancora più male vedere tutta
l'insicurezza della capitale governata dai 5Stelle e i tagli disastrosi che
Renzi, Conte e Zingaretti fanno al fondo per le forze dell'ordine». Ma lo faccio
per il bene del paese, ben sapendo che gli italiani sono creduloni ed hanno la
memoria corta. Chi si ricorderà, infatti, che quando colpirono alla schiena il
nuotatore Manuel Bortuzzo, a Roma, ed io ero ministro dell’Interno, dissi:
«Ringrazio le forze dell'ordine. Un abbraccio a Manuel e alla sua famiglia, ai
medici e aggiungo che la speranza è l'ultima a morire. Uno che va in giro armato
sparando alla gente deve passare in galera un bel po' di anni. Sul tema della
sicurezza non c'è una questione Roma, i delinquenti purtroppo ci sono un po'
ovunque in giro per l'Italia». Gli italiani sono ingenui, e non si rendono conto
che riguardo alla sicurezza a Roma, nulla può essere cambiato in così breve
tempo. Lo so, non si dovrebbe mentire, ma io lo faccio per il bene del paese e,
del resto, la Madonna di Medjugorje è dalla mia parte”.
Renato Pierri
Thursday, October 24, 2019
Suicidio assistito. Favorevole anche il Padre amorevole
Suicidio assistito. Favorevole anche il Padre
amorevole
«La morte è parte
della vita e non è un passaggio facile per nessuno, caro coordinatore Bellavite,
neppure per un cristiano e cattolico. Ho visto persone di grande spiritualità
lottare sino alla fine per respirare, le ho viste resistere con umanissima
tenacia per “restare”, perché la vita ama la vita. E continuo a costatare che
gli uomini e le donne di buona fede e buona volontà sono sempre accanto a chi
lotta per la vita. Non a qualunque costo, non con ogni mezzo, non con
accanimento irragionevole e irrazionale ma con generosità, dedizione, rispetto.
Con modi limpidi e puliti, senza strumentalizzare nessuno per affermare la
propria visione. Vorrei che tutti ne fossero capaci sempre, seguendo la propria
coscienza, e senza cedere – parlo da credente, ma di qualcosa che capiscono
anche i non credenti – alla tentazione di mettersi al posto di
Dio» (Avvenire del 16 ottobre). Questo scrive tra l’altro
Marco Tarquinio, rispondendo al coordinatore di “Noi siamo
Chiesa”.
Lasciamo stare le profonde
riflessioni sulla morte e sulla vita (morte parte della vita; la vita ama la
vita...), ma che cosa c’entra Dio? In che modo ci si potrebbe mettere al suo
posto, giacché non è certo Dio a stabilire come e quando gli uomini muoiono? E’
forse Dio che stabilisce la morte di un bambino ancora nel grembo materno,
oppure poco dopo la nascita?
Ad ogni modo, gentile direttore, evidentemente
esistono persone non di grande spiritualità e prive di umanissima tenacia,
incapaci di resistere per “restare” nonostante la vita ami la vita.
Evidentemente l’atleta belga
Marieke Vervoort, plurimedagliata nella corsa in
carrozzina, affetta sin dall’età di 14 anni di un'incurabile malattia muscolare
degenerativa, che l'aveva portata alla paralisi e ad attacchi epilettici, non
era di grande spiritualità e non aveva umanissima tenacia. Così va il mondo. E
allora, anziché fare tanti discorsi, vogliamo semplicemente e seriamente
rispondere alla domanda se sia giusto, umano, dare la possibilità a queste
persone di porre termine alle loro sofferenze? La risposta a mio parere è
affermativa, e sono certo che il Padre amorevole è d’accordo. Non può essere
altrimenti, essendo amorevole.
Renato Pierri
Saturday, October 19, 2019
Il piccolo neo della bella biblioteca
Il piccolo neo della bella
biblioteca
La Biblioteca Vaccheria Nardi, in via Grotta di Gregna
(Tiburtino – Colli Aniene), una delle più belle di Roma, forse d’Italia, ha un
difetto. Troppo rumore proveniente dal traffico della strada? Neppure per
sogno. E’ situata in un piccolo parco, circondata dal verde, lontano dalla
strada, lontano dalle abitazioni. Troppa luce? Poca luce? Neppure per sogno. C’è
la luce giusta. E allora? Pochi libri? No, no, di libri ce ne sono abbastanza. E
allora qual è il difetto? Sto perdendo tempo apposta per farvelo indovinare. I
libri collocati male? No. E allora? Il personale! Il personale non è gentile.
Neppure per sogno, il personale è gentilissimo.
E va bene, immagino non ci abbiate indovinato, ve lo
dico il difetto: nella bella biblioteca c’è rumore, non sempre, ma ogni tanto
c’è rumore. E chi fa rumore? I topi! Ma no, dai, non ci sono topi, e anche se ci
fossero non farebbero rumore. I tarli! Ma dai, non scherziamo. Ci sono alberi
intorno, saranno i grilli, le cicale, i pappagalli! No, non si sentono grilli né
cicale né pappagalli. Non è rumore d’animali. E allora? Allora nella bella
biblioteca si parla ad alta voce. Si chiacchiera del più e del meno ad alta
voce. Chi parla a voce alta, chi chiacchiera del più e del meno, i frequentatori
della biblioteca? No. Gli addetti alla biblioteca parlano ad alta voce. Parlano
di tutto. L’altra mattina una signora stava illustrando ad una collega i pregi
delle proprie scarpe. Alle volte si sentono anche allegre, fragorose risate.
Niente di grave, ovviamente. Niente di grave, ci mancherebbe altro. Il rumore
umano è il piccolo neo della bella biblioteca.
Renato Pierri
Wednesday, October 16, 2019
Aiutiamoli a morire a casa loro
Aiutiamoli a morire a casa
loro
Se ne vanta, Matteo Salvini, e ripete come un mantra:
“Più sbarchi, più partenze, più morti”, e lo ha ripetuto ancora una volta (o
due?) da Bruno Vespa, nel confronto con Matteo Renzi. Un articolo, però, su
Internazionale del 9 ottobre, lo smentisce: “Ma la pericolosità della rotta non
è diminuita, anzi è rimasta sempre intorno al 2 per cento”, afferma Matteo
Villa, ricercatore dell’Istituto per gli studi di politica internazionale
(Ispi). Secondo Villa – che monitora i dati a partire dal 2014 – il tasso di
mortalità e anche il numero di morti in termini assoluti sono aumentati con
l’arrivo al Viminale di Matteo Salvini e delle sue politiche di deterrenza
totale e questo dimostra che non c’è una relazione univoca tra le partenze e il
numero dei morti. “Il rischio di morti in mare è salito al 6 per cento con le
politiche dei porti chiusi (nei quattordici mesi al governo di Salvini): questo
dato è importante, perché smentisce chi dice che se diminuiscono le partenze,
diminuiscono i morti”, spiega il ricercatore”.
Io non ho elementi per conoscere la verità, ma una
cosa è certa: impedire alle donne, agli uomini, ai bambini che soffrono e
muoiono a causa della fame e delle guerre, di fuggire, significa condannarli a
soffrire e a morire nel loro paese.
Renato Pierri
La misericordia del Signore di Francesco (prendendo alla lettera le Fonti Francescane...)
La
misericordia del Signore di Francesco
(prendendo alla
lettera le Fonti Francescane...)
Francesco,
«poiché non aveva ancora completato nella sua carne quanto mancava alla
Passione di Cristo (Col. 1,24. Elio
Peretto (La Bibbia, Edizioni Paoline, 1981) così commenta il passo: «Non è
facile capire come Paolo completi nel suo corpo ciò che manca alle sofferenze di
Cristo»),
sebbene ne portasse nel corpo le stimmate, incorse in una gravissima
malattia d’occhi, come se Iddio mandasse a lui un nuovo segno della sua
misericordia» (Vita prima,
98).
Non poteva camminare
il santo d’Assisi, a causa dei chiodi nei piedi, che gli aveva donato il Signore
sul monte della Verna, e così, ormai ridotto solo pelle e ossa, si faceva
trasportare dai compagni per città e villaggi, per predicare. Una volta un
frate, vedendolo più oppresso del solito, a causa dei dolori lancinanti, gli
disse: «Fratello, prega il Signore affinché ti tratti un po’ meglio; sembra,
infatti, che faccia pesare la sua mano su di te più del dovuto». Il santo,
persuaso com’era che fosse davvero il buon Dio la cagione dei suoi dolori,
rimproverò l’incauto compagno: «Se non conoscessi la tua semplicità, da questo
momento io avrei in odio la tua compagnia, perché hai osato mettere in
discussione i giudizi di Dio su di me», e disperatamente si gettò a terra,
facendo scricchiolare le ossa. Poi, baciò più volte il suolo, dicendo: «Ti
ringrazio, mio Signore per tutti questi dolori; ti prego di darmene cento volte
di più, se così ti piace. Io sono contentissimo; perché adempiere alla tua
volontà è per me una grande consolazione».
Lo sconcertante
Signore dispensatore di dolori, immaginato da Francesco, trovava, tuttavia,
belle similitudini per consolarlo, e spingerlo a sopportare con pazienza le
sofferenze che gli elargiva. Un giorno così gli disse: «Supponi che la terra e
l’universo intiero siano oro prezioso di valore inestimabile e che, tolto ogni
dolore, ti venga dato per le tue gravi sofferenze un tesoro di tanta gloria che,
a suo confronto, sia un niente l’oro predetto, neppure degno di essere nominato;
non saresti tu contento e non sopporteresti volentieri questi dolori
momentanei?».
Il santo
d’Assisi, “pazzo nel mondo”, se fosse improvvisamente rinsavito, avrebbe potuto
rispondere: «Signore mio, non sei tu lo stesso Signore che ebbe pietà della
folla che rischiava di venir meno per la via? Non sei tu colui che, con la sua
predicazione ed i suoi miracoli, cercò di evitare che gli uomini andassero
incontro a gravi sofferenze sin dalla vita terrena? Non sei forse il Signore che
mentre annunciava il vangelo del Regno, guariva ogni malattia e infermità? Non
sei il Signore che pianse per la morte di Lazzaro? Non sei il Signore che per
risparmiare inutili sofferenze ai suoi apostoli, raccomandò loro di essere
prudenti come serpenti, di guardarsi dagli uomini, di fuggire dai persecutori, e
che, al momento della cattura, cercò di evitare che essi fossero coinvolti nel
suo sacrificio? (Gv 18,8.). E a tutti coloro cui desti
sollievo, al cieco, all’emorroissa, all’uomo dalla mano rattrappita, al
lebbroso, al fanciullo epilettico, non serbasti ugualmente un posto nel tuo
Regno? Perdonami, mio Signore, se do l’impressione d’impicciarmi dei fatti
altrui, ma non donasti pure il tesoro, al tuo discepolo prediletto, Giovanni,
che ebbe la fortuna di vivere vicino alla tua dolce Madre, e che morì
tranquillamente di vecchiaia, forse centenario? Tuttavia, Signore, se questa mia
sofferenza e il sacrificio della vita fossero necessari come lo furono per
te, allora io sarei contento».
Francesco, invece,
che non era rinsavito, rispose al suo Signore: «Certo sarei contento, e sarei
contento smisuratamente!». Così riferisce Tommaso da Celano, ed aggiunge:
«Quanta esultanza pensi che abbia provato quest’uomo, beato per una promessa
così felice? Con quanta pazienza, non solo, ma anche con quanto amore avrà
abbracciato le sofferenze fisiche? Soltanto lui lo sa adesso perfettamente,
perché allora non fu in grado di esprimerlo. Tuttavia ne fece cenno ai compagni
come poté» (Vita seconda, 213).
E tale fu la felicità del santo d’Assisi per la promessa della vita
eterna che proprio in quella circostanza lodò il Signore, per sora nostra
morte corporale, che sentiva vicina, non
pensando certamente che essa troppe volte è cieca e crudele.
E sora morte
arrivò per Francesco, un paio d’anni dopo il dono delle stimmate. Il frate,
volendo «essere conforme in tutto a Cristo crocifisso, che, povero e dolente e
nudo rimase appeso sulla croce» (Leggenda maggiore, 14,4), ormai vicino alla morte, deposta la veste di sacco, si
prostrò tutto nudo sulla nuda terra; la faccia rivolta al cielo, e la mano
sinistra a coprire la ferita del fianco destro, affinché non si
vedesse.
Gesù, a differenza del santo d’Assisi, non depose
spontaneamente le vesti, e queste non erano di sacco, ma avevano un certo
valore, giacché i quattro soldati romani se le divisero, e tirarono a sorte la
tunica, essendo cucita tutta di un pezzo (Gv 19, 23-24).
Renato Pierri
P.S. Il pezzo è un capitolo del libro “Sesso, diavolo e santità”
(Coniglio Editore). A riguardo, l’insinuazione malevola di un bacchettone su
Wikipedia, mi induce a precisare che il sottoscritto non ha mai pubblicato un
libro a proprie spese, ma è sempre stato ricompensato dalle case editrici.
Sunday, October 13, 2019
L’eutanasia e i trapianti di cuore
L’eutanasia e i trapianti di
cuore
“Il cuore adoperato per un trapianto è perfettamente
pulsante, anche se il vecchio proprietario ha il cervello che non funziona più
(elettroencefalogramma piatto). Una situazione identica a tanti ricoverati da
anni, senza speranza, nei nostri centri di rianimazione, anche loro con il
cervello distrutto, ma con un cuore o i polmoni malandati che non interessano
per un trapianto. Se a questi soggetti asportassimo il cuore senza utilizzarlo
sarebbe eutanasia? E come mai non lo è se l’organo serve per un
trapianto?”.
Considerazione importante, alla quale nessuno ha dato
importanza. Nessun commento a riguardo, infatti, sul blog de L’espresso curato
da Stefania Rossini. A scrivere è il medico Achille Della Ragione. Voleva dire:
“Come mai non è considerata tale, se l’organo serve per un trapianto?”. E ci
sarebbe da aggiungere: “Non è più sacra e inviolabile?”
La domanda andrebbe posta ai sostenitori della vita a
tutti i costi, anche quando diventa insopportabile e senza speranza. Andrebbe
posta alla Chiesa che condanna eutanasia e suicidio assistito. Andrebbe posta a
papa Francesco che nell’aprile scorso disse ai volontari dell’AIDO: “Dalla
nostra stessa morte e dal nostro dono possono sorgere vita e salute di altri,
malati e sofferenti, contribuendo a rafforzare una cultura dell’aiuto, del dono,
della speranza, della vita. Di fronte alle minacce contro la vita, cui dobbiamo
purtroppo assistere quasi quotidianamente, come nel caso dell’aborto e
dell’eutanasia, la società ha bisogno di questi gesti concreti di solidarietà e
di amore generoso”.
A proposito di trapianti di cuore, colgo l’occasione
per segnalare a chi non lo avesse letto, il bellissimo romanzo “Riparare i
viventi” di Maylis de Kerangal. Un capolavoro.
Renato Pierri
Friday, October 11, 2019
I lager in Libia. Dio tace ancora
I lager in Libia. Dio tace
ancora
Fra quanti anni? Cinquanta, sessanta?
Un secolo? Più secoli? Verrà un giorno in cui un Papa si recherà in Libia, dove
da molto tempo regnerà la pace, visiterà i luoghi dove alcuni maledetti
“torturavano innocenti, li tormentavano con scariche elettriche, facevano colare
loro addosso plastica incandescente; li appendevano per le mani e li colpivano
con bastoni di gomma e spranghe di ferro, li lasciavano per ore incaprettati a
disidratarsi sotto il sole. Terrorizzavano tutti, uccidendone alcuni e lasciando
i cadaveri esposti per giorni. Sottoponevano ad interminabili, gravissime
violenze sessuali donne adulte e minorenni” (L’attualità del male. La Libia dei
lager è verità processuale», a cura di Maurizio Veglio - Edizioni SEB27).
Visiterà, il Papa, nel “Giorno della Memoria”, i luoghi dove si perpetravano
“orrori assimilabili a quelli che si verificarono a Treblinka o ad Auschwitz”.
Ricorderà, il Papa, i morti annegati nel Mediterraneo, le donne, i bambini, e
come un suo predecessore tanto tempo prima ad Auschwitz, chiederà a Dio:
“Perché hai taciuto? Perché hai potuto tollerare tutto quest’eccesso di
distruzione e questo trionfo del male?”. Così va il
mondo.
Renato Pierri
Monday, October 07, 2019
Il pupazzetto senza cosina e senza cosino
Il pupazzetto senza cosina e senza
cosino
Un lettore, su L’Espresso del 5 ottobre, scrive, tra
l’altro: “In questi tempi travagliati in cui pare addirittura che solo gli
adolescenti possano salvare il pianeta dall’avidità energivora, vorrei segnalare
una cosa che considero una rivoluzione morbida, culturalmente epocale: il lancio
in questo periodo, da parte di un'azienda di giochi, di una bambola definita dai
media “gender fluid”. E' una bambola asessuata, con vari kit di accessori nello
stile Barbie, che può essere utilizzata nei giochi sia dai bambini che delle
bambine, un’esperienza definita inclusiva, un’idea semplice ma geniale per le
possibilità offerte all’infinita creatività dei bambini, senza distinzioni di
sesso, pelle, look”.
La bambola asessuata, però, preoccupa molti e persino
la giornalista Stefania Rossini, cui la lettera è indirizzata, che risponde:
“Non condivido il suo entusiasmo, signor Rizzi. Anzi trovo fastidioso, se non
dannoso, che le aziende di giocattoli applichino fino a questo punto il
politicamente corretto nell'intento di compiacere quanti rifiutano il genere
binario e si appellano alla fluidità. Scelta di vita legittima, intendiamoci,
fatta però da adulti consapevoli che non andrebbe suggerita a creature ancora in
formazione”.
Ora, forse è un po’ esagerato
l’entusiasmo del lettore, ma sicuramente è infondata la preoccupazione della
giornalista e di altri lettori che commentano la lettera sul blog de L’espresso.
Un commentatore, poi, se n’è uscito con questa corbelleria: “Ormai, dal mondo
anglosassone, arriva una forte corrente di pensiero che considera legittimo
scegliersi il sesso. E, cosa che considero aberrante, questa corrente di
pensiero consente anche ai bambini di scegliersi il proprio sesso”.
Ho inserito anch’io un commento. Brevissimo: “Chiedo
scusa, ma a me tutti questi discorsi per un pupazzetto senza cosina e senza
cosino, mi fanno sorridere. Ma qualcuno pensa davvero che il sesso possa essere
una scelta, e che su questa fantomatica scelta possa influire un giocattolino
tra mille giocattolini? Ma suvvia!”.
Renato Pierri
Friday, October 04, 2019
Sicuro che il crocifisso voglia stare nelle scuole?
Sicuro che il crocifisso voglia stare nelle
scuole?
“II
crocifisso non genera nessuna discriminazione. È muto e silenzioso“ (Natalia Ginzburg – L’Unità 22 marzo 1988 ). A me una volta
è sembrato che parlasse, il crocifisso, che facesse ad un dipresso questo
discorso: "Figli miei carissimi, vi stupirete, ma a me non fa per
niente piacere stare nelle aule scolastiche. I ragazzi neppure si accorgono
della mia presenza, e spesso dicono parole scurrili, si offendono a vicenda, e
non di rado alle mie orecchie giungono bestemmie, alle volte inconsapevoli, ma
pur sempre pungenti come spine. Io sto bene nel mio tempio, specialmente quando
non c'è messa, e c'è poca luce, e silenzio, e poche persone che pregano col
cuore. Una cosa però voglio raccomandarvi: quando portate nelle chiese i vostri
bimbetti, fate che non posino lo sguardo su di me, giacché un povero cristo in
croce, con quegli aculei conficcati nel capo, e i chiodi nelle mani e nei piedi,
e il sangue che sembra vero, può recare turbamento ai piccoli innocenti. Voi ci
avete fatto l'abitudine, purtroppo, e non ve ne rendete conto. Ma ditemi: chi di
voi terrebbe in casa, appesa alla parete, l'immagine di una persona cara
suppliziata ed uccisa, ritratta nei momenti terribili dell'agonia e della
morte? Assai lontano da voi è il pensiero che io avrei preferito essere
ricordato nel momento più bello e commovente della mia vita fra gli uomini,
quando ad Emmaus due cari discepoli mi riconobbero allo spezzare del pane.
Questo avrebbe dovuto essere il simbolo della mia religione, il pane spezzato e
distribuito, e non l'atroce momento dell'agonia. Avete dimenticato, figli
carissimi, che dopo il buio del venerdì, è venuta la luce della
domenica".
Renato
Pierri
Giusto lo sdegno di Antonio Scurati
Giusto lo sdegno di Antonio
Scurati
Su Agi del 1 ottobre, Mauro Leonardi,
scrive, tra l’altro: «Nel
suo articolo di esordio come collaboratore del Corriere della Sera, Antonio
Scurati, scrive di rigettare “con forza e, permettetemelo, con sdegno” le
posizioni di coloro che affermano di essere contrari a ogni forma di “aiuto a
morire” poiché sono “pro-life” e quindi difensori della vita e depositari del
suo significato ultimo. Non condivido lo “sdegno”
che anima l’autore... Lo sdegno dovrebbe essere un sentimento da tenere a bada
nel momento in cui ci si sforza di costruire un paese come l’Italia di oggi, e
cioè una nazione dai molteplici convincimenti etici, morali e religiosi: con
punti di vista anche profondamente diversi su cosa siano il bene o il male... Se
un cattolico dialoga con un cristiano della confessione luterana, è chiaro che
avrà posizioni diverse rispetto alla figura del Papa: per questo sarebbe
sbagliato proclamarsi “sdegnato” del punto di vista diverso».
A me pare ci siano cose che non
devono sdegnarci e altre riguardo alle quali è giusto manifestare tutto il
nostro sdegno. Riguardo alla questione sulla figura del Papa, indicata
nell’esempio da Leonardi. mi sembra ovvio non ci si debba sdegnare, meno ovvio è
non sdegnarsi se qualcuno, per fare un esempio fra tanti, mi viene a dire che è
giusto che le donne siano sottomesse agli uomini, oppure se qualcuno mi viene a
dire che l’amore omosessuale è grave peccato, perché sappiamo questi pregiudizi
quanta sofferenza possono arrecare a persone innocenti. La mancanza di sdegno in
certi casi sminuisce la gravità della posizione altrui. E la posizione di coloro
che sono contrari a ogni forma di “aiuto a morire”, è abbastanza grave. Fosse
stato per loro, Dj Fabo non avrebbe ancora smesso di soffrire. Fosse stato per
loro, Marco Cappato sarebbe finito in carcere.
Renato Pierri
